Modelli culturali della disoccupazione: un'analisi psicosociale

David Cariani e Maria Luisa Farnese
(Studio di Psicologia Clinica)


Introduzione


Disoccupazione è un termine emotivamente denso e carico di significati, capace di evocare un drammatico immaginario collettivo. Negli ultimi anni il fenomeno della disoccupazione ha assunto la connotazione di un problema sociale, cioè di una grave anomalia nel sistema della convivenza civile, e attorno ad esso si è prodotto un meccanismo complesso di rappresentazioni sociali, norme e Istituzioni atte a contrastare l'emergenza.
La disoccupazione è un tema del quale gli si occupano sin dagli anni '30, quando l'Istituto di Psicologia di Vienna promosse una ricerca sulla comunità di Marienthal, un piccolo villaggio austriaco nel quale la chiusura di una filanda aveva causato, per quasi tutti gli abitanti, la perdita del lavoro (Jahoda, Lazarsfeld e Zeisel, 1933). Dagli anni pionieristici di Marienthal fino ad oggi la quantità degli studi in proposito è diventata piuttosto rilevante e anche tra gli stessi economisti si sta facendo strada l'idea che la disoccupazione non sia un fenomeno interamente comprensibile entro i limiti di analisi a livello "macro" delle configurazioni della struttura produttiva e degli andamenti del mercato del lavoro, ma che esso abbia implicazioni e radicamenti sociali, culturali e psicologici (d'Iribarne, 1990). La psicologia tuttavia, ha stentato a produrre un contributo interpretativo autonomo del problema della disoccupazione e strategie di intervento non circoscritte a semplici azioni di supporto e sostegno per i disoccupati. Mentre solo pochi studi riguardano programmi destinati a favorire il reimpiego (tra gli altri, Eden e Aviram, 1993; Vinokur, Van-Ryn, Gramlich e Price, 1991; Rife e Belcher, 1994), la maggior parte delle ricerche si limitano a valutare l'impatto della perdita o della mancanza di lavoro sul benessere biopsicosociale di individui, famiglie e comunità, tentando di individuare i fattori in grado di moderare gli effetti negativi di questa esperienza e di favorire il reimpiego: motivazione al lavoro (Warr e Jackson, 1985; Leana e Feldman, 1990), l'età (Warr, Jackson e Banks, 1988), la classe sociale (Payne, Warr e Hartley, 1984), il livello di disoccupazione locale (Jackson e Warr, 1987), il supporto sociale (Amundson e Borgen, 1987; Mallinckrodt e Fretz, 1988; Rife, 1990; Rife e Belcher 1993; Schwarzer, Jerusalem e Hahn, 1994), il locus of control (Plumly e Oliver, 1987), la self-efficacy e la capacità di problem-solving (Holmes e Werbel, 1992).
Considerando unità di analisi l'individuo e le caratteristiche intraindividuali (cognitive, di personalità) e trattando la perdita del lavoro come un fattore causale omogeneo, indipendente dai modelli interpretativi che gli individui utilizzano per attribuirle un significato, la psicologia ha eluso il problema del "contesto" entro il quale il fenomeno si dispiega. Quando infatti un individuo si trova a uscire dal mercato del lavoro, egli entra in relazione con:
- un complesso di sistemi rappresentazionali socialmente condivisi relativi a tale evento, che assumono una funzione regolativa, costituiscono cioè strumenti di auto-orientamento e di conoscenza-intervento del soggetto rispetto al proprio ambiente di interazione;
- le reificazioni normative di quei sistemi rappresentazionali e i "comportamenti" di enti e agenzie che a vario titolo si occupano di disoccupazione e che si esprimono tra l'altro attraverso i parametri di funzionamento degli ammortizzatori sociali o degli altri meccanismi di assistenza previsti (o meno) per i lavoratori espulsi dal processo produttivo;
- le logiche interne di funzionamento del mercato del lavoro relative ad esempio ai meccanismi di regolazione del rapporto tra domanda e offerta.
Da un punto di vista psicologico dunque, il fenomeno della disoccupazione, restituito al suo contesto, assume i connotati di un complesso fenomeno psicosociale: gli atteggiamenti e i comportamenti dei disoccupati non riflettono infatti solo degli stili personali, così come le politiche per l'occupazione non riflettono solo la volontà politica che scaturisce dall'equilibrio delle forze presenti; entrambi, al contrario, riflettono anche un sistema di rappresentazioni e di norme che si è costruito, nel corso del tempo, nella pratica dei rapporti sociali (Benoit-Guilbot, 1995) e che costituisce il "contesto" entro il quale si svolgono le esperienze individuali e si tesse il sistema di relazioni tra i vari attori.
Tali rappresentazioni, intese come sistemi condivisi e consensuali di conoscenza collusivamente elaborati entro le relazioni sociali organizzate (Moscovici, 1989), rivestono un ruolo vantaggioso non solo per l'economia psichica degli individui, ma anche per quella dei rapporti sociali stessi, in quanto sono in grado di evocare e di mantenere consenso e coesione sociale sulla base delle comuni (reciproche o complementari) simbolizzazioni del contesto (Carli, 1990). I processi collusivi di simbolizzazione affettiva non avvengono infatti secondo le categorie del pensiero dividente, eterogenico e complessificante; al contrario essi possono rivestire una funzione difensiva collusivamente elaborata entro la relazione sociale, allo scopo di allontanare la possibilità di un confronto diretto con un problema di rilevanza sociale quale quello, ad esempio, della disoccupazione.
Da un punto di vista psicologico per l'interpretazione del fenomeno della disoccupazione (anche in relazione alla elaborazione di strategie di intervento) assume pertanto una forte rilevanza la comprensione del modo in cui insiemi di rappresentazioni (rappresentazioni del proprio ruolo, del ruolo degli altri attori sociali coinvolti della disoccupazione e della relazione degli individui con il contesto-mercato) vengono organizzati costituendo specifiche "culture" della disoccupazione, e utilizzati per dare significato all'esperienza critica della perdita del lavoro e affrontarla. Riteniamo infatti che alcuni modelli rappresentazionali della disoccupazione collusivamente assunti dai disoccupati, piuttosto che favorire lo strutturarsi di un rapporto funzionale con il loro contesto di riferimento - il mercato del lavoro - in termini ad esempio di competenza/incompetenza, adeguatezza/inadeguatezza sociale, abbiano al contrario lo scopo di allontanare la possibilità di tale confronto e di garantire una protezione dalla oggettiva valutazione esterna.

La ricerca


Il lavoro di ricerca presentato, ha lo scopo di individuare ed analizzare le culture locali della disoccupazione presenti all'interno di diversi gruppi di disoccupati. Sono stati condotti due studi paralleli, utilizzando due diversi strumenti elaborati "ad hoc": la costruzione di storie e un questionario carta e matita. In entrambi i casi, essendo oggetto della nostra indagine un fenomeno culturale e non la sommatoria di atteggiamenti rilevati entro una serie di individui, i risultati degli strumenti sono stati trattati come insieme dei dati: attraverso una analisi delle corrispondenze multiple (Benzecrì, 1973; Doise, Clemence e Lorenzi-Cioldi, 1995) sono state individuate le dimensioni lungo le quali si organizzano le strutture narrative delle storie e i dati del questionario e, successivamente, i cluster o raggruppamenti di dati che caratterizzano i gruppi. Questi raggruppamenti costituiscono insiemi indicativi di dinamiche collusive o, se si vuole, di culture specifiche entro la problematica in esame. Problematica che è data dall'interazione tra persone e il contesto che le caratterizza.

Studio n.1


Strumenti e metodo. Lo strumento utilizzato in questo studio ha l'aspetto formale di una prova appercettiva: sul foglio di somministrazione appare l'immagine di un personaggio maschile; una breve didascalia spiega che ha perso il lavoro e che non si sa null'altro di lui. Si chiede poi di provare a ricostruire con la fantasia la "storia" di questo personaggio rispondendo alle domande: Chi era e cosa faceva?, Perché ha perso il lavoro e come ha reagito a questo evento?, Cosa sta pensando in questo momento?, Cosa farà in futuro? Lo strumento è stato somministrato collettivamente durante le fasi propedeutiche di un corso di orientamento destinato a lavoratori in mobilità nella regione Campania, con l'indicazione di scegliere liberamente se produrre la storia individualmente, in coppia o in piccolo gruppo. Sono state raccolte complessivamente 48 storie. L'interpretazione dei dati si basa su un'analisi delle ridondanze e delle costanti presenti nelle strutture narrative, le quali rivelano i parametri rappresentazionali presenti nella cultura degli estensori. Attraverso un'analisi del contenuto le storie sono state codificate secondo le seguenti categorie: 1. modalità utilizzate per descrivere l'identità del personaggio e il rapporto di lavoro (importanza attribuita al ruolo lavorativo e alla professionalità piuttosto che al ruolo familiare, specificità della descrizione delle competenze o della mansione svolta); 2. modalità utilizzate per descrivere la perdita del lavoro (tipo e specificità dei fattori indicati, processi attribuzionali); 3. modalità utilizzate per descrivere la reazione attribuita al personaggio (prevalentemente su un piano di sconforto o rabbia, di difesa del posto di lavoro, di ricerca di un altro lavoro, ecc.); 4. eventuale presenza e ruolo di altri soggetti nella storia (es. famiglia, amici, organizzazioni politiche e sindacali, Stato, altri organismi istituzionali, ecc.); 5. modalità utilizzate per descrivere la pianificazione del reinserimento nel processo produttivo (mezzi e risorse attivate, strumenti di reimpiego utilizzati).
Risultati. L'analisi delle corrispondenze multiple condotta sulle storie suggerisce la presenza di due dimensioni soggiacenti alle strutture narrative. La prima (var. 23.4%) contrappone un modello processuale organizzante la produzione narrativa nel quale sono centrali gli aspetti di competenza (professionalità del personaggio, analisi dei fattori che hanno condotto alla perdita del lavoro, abilità tecnico-professionali e conoscenza del mercato per il reingresso nel sistema produttivo), ad uno in cui tali aspetti passano in secondo piano e diventano preponderanti quelli legati alla componente emozionale (prevale l'attenzione alle risposte affettive del personaggio mentre la descrizione del profilo lavorativo e professionale, dei motivi della perdita del lavoro e delle modalità di reingresso sono approssimative o assenti). La seconda dimensione (var. 11.8%), contrappone una modalità reattiva del personaggio alla perdita del lavoro caratterizzata dal tentativo di un rapido allontanamento dalla condizione di disoccupazione attraverso la ricerca generica di altri lavori, ad una segnata piuttosto da un impegno volto ad ottenere un sussidio che sembra rappresentare l'unica soluzione al problema della perdita del lavoro.
L'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali relativi alle due dimensioni descritte, suggerisce che le storie possono essere classificate in tre gruppi culturali omogenei. La presentazione di ciascun cluster sarà seguita da una storia esemplificativa.
Nelle storie appartenenti al primo cluster (il più numeroso: n = 29), che si addensa attorno al polo emozionalità il personaggio svolge quasi sempre una mansione operaia non meglio specificata e che comunque non sembra avere rilevanza. Semmai la definizione del personaggio avviene in base al ruolo familiare. La perdita del lavoro avviene per eventi esterni e generici (fallimento della fabbrica, la decisione di chiudere l'attività da parte del datore di lavoro) di cui non sono espresse le motivazioni causali e su cui non sembra esistere possibilità di controllo e previsione: assomigliano piuttosto a una frattura nella vita del personaggio alla quale porre rimedio per "ritornare alla vita stabile". In tutti i casi la perdita del lavoro è un fenomeno collettivo, cioè non riguarda mai solo il personaggio ma coinvolge diversi soggetti; sembra pertanto essere sempre esclusa una responsabilità individuale del personaggio rispetto alla sua fuoriuscita dal processo produttivo. Le reazioni del personaggio vengono definite di paura, depressione, shock, trauma. Sebbene si affermi che il personaggio tornerà a lavorare, non sono in alcun modo espresse le strategie per il suo reinserimento lavorativo e sul futuro sembra gravare un'ombra fosca di incertezza. Anche le risorse sembrano molto scarse, i vincoli prevalenti (abitare al Sud, essere avanti con gli anni) e quando sono presenti hanno caratteristiche vaghe e indefinite. Un elemento caratteristico sembra essere quello della solitudine del personaggio di fronte alla perdita del lavoro, dove i legami con altri soggetti riguardano solo la ristretta cerchia familiare: la perdita del lavoro viene rappresentata dagli estensori di queste storie come la perdita di un intero sistema di appartenenza sociale.
«Era un uomo di mezza età, aveva un lavoro che lo soddisfaceva abbastanza, era felice con la sua famiglia. Finché un giorno perse il posto di lavoro lasciandolo scioccato pieno di paura, e senza avvenire. Il posto di lavoro lo ha perso non per la sua volontà, perché il suo datore di lavoro ha deciso di chiudere attività. Ha reagito non bene. In questo momento lui sta pensando che per lui visto che l'età [è] avanzata sarà più difficile collocarsi nel mondo del lavoro. No sa cosa farà».
Le storie appartenenti al secondo cluster (n = 4), si caratterizzano per la reazione del personaggio in termini di lotta e protesta per ottenere un sussidio, che sembra rappresentare l'unica soluzione possibile (seppure insufficiente) al problema della perdita del lavoro. In questo senso la mobilitazione del personaggio appare finalizzata ad ottenere per sé e per la propria famiglia un risarcimento almeno parziale per il danno subìto. Anche in questo gruppo di storie le dimensioni legate alla competenza passano in secondo piano e sono poco rilevanti tanto nella definizione dell'identità del personaggio che nel processo di reinserimento nel mercato. Allo stesso modo ha poca rilevanza l'attribuzione di causalità relativa alla perdita del lavoro.
«Nicola ha famiglia con moglie e due figli, faceva il taglista e così facendo viveva distintamente. Nicola ha perso il lavoro per mancanza di commesse dell'azienda e facendo sciopero ha ottenuto la Cassa Integrazione. Nicola sta pensando che con i soldi della Cassa Integrazione non può vivere. Nicola in futuro sta pensando di fare la seconda attività.»
Le storie appartenenti al terzo cluster (n= 14) che si addensa attorno al polo competenza, sono caratterizzate da una descrizione specifica della professionalità del personaggio e delle cause della perdita del lavoro; la reazione tende a escludere gli aspetti emozionali. Le modalità di reinserimento nel mercato sono adeguatamente indicate e fanno stretto riferimento alla professionalità del personaggio che si avvale inoltre della collaborazione di altri soggetti per attuare i suoi scopi. La perdita del lavoro, pur rappresentando un evento critico, non assume la connotazione di una frattura complessiva nella vita del personaggio e di perdita di un intero sistema di appartenenza sociale e professionale.
«Questo signore è un ingegnere dalla apparente età di 40 anni. Aveva messo su un'azienda per la produzione di materiale plastico. Ha perso il lavoro perché non ha saputo adeguarsi alla concorrenza del settore e ha trovato problemi alla collocazione del suo prodotto sul mercato. Di conseguenza ha dovuto licenziare tutto il personale dipendente. In questo momento sta pensando di mettere su un'altra attività cercando di aggiornarsi sulle nuove tecnologie. In futuro continuerà a fare l'imprenditore cercando di non fare gli errori fatti precedentemente.»
L'elevata coerenza delle strutture narrative rintracciabili all'interno di ciascun cluster consente di proporre alcune considerazioni in merito ai modelli rappresentazionali relativi alla relazione tra individuo e mercato-contesto che le storie propongono.
Nel primo raggruppamento culturale il principale contenuto atteso dalla relazione con il mercato-contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) sembra essere l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno nel quale diventano poco rilevanti gli elementi di competenza. Il posto di lavoro occupato è rappresentato soprattutto come una fonte di sicurezza e sostegno la cui perdita ingenera disperazione e sgomento, inducendo una improvvisa trasformazione del contenuto della relazione di scambio che da rassicuratorio diviene elemento persecutorio e rifiutante. Il processo di disoccupazione in sostanza viene rappresentato, entro questo modello culturale, in modo da non mostrare possibilità di cambiamento e soluzioni concrete di riorganizzazione professionale. Se infatti, coerentemente con la fantasia sul contenuto della relazione di scambio, l'inserimento nel mondo del lavoro non avviene sulla base di una competenza ma sulla base di un diritto a essere inseriti in una relazione che procura sostegno e sicurezza, il fallimento di questa fantasia (rappresentato dal licenziamento) lascia senza alternative se non quella di assumere un atteggiamento passivo, di rifiuto di qualsiasi assunzione di responsabilità nei confronti del proprio futuro professionale e lavorativo, volto a ottenere un intervento di sostegno capace di riparare a quella frattura. Il fallimento di questa fantasia relazionale, organizzata su un modello di scambio di tipo prevalentemente affiliativo, sembra dunque compromettere definitivamente la possibilità di reingresso nel mondo del lavoro.
Nelle storie appartenenti al secondo cluster la relazione con il contesto-mercato, che pure tende ad escludere le dimensioni di competenza, risulta invece organizzata prevalentemente su una dinamica rivendicativo-persecutoria. Ciò che per i soggetti appartenenti a questo raggruppamento culturale sembra contare di fronte alla perdita del lavoro, è la possibilità di ottenere un risarcimento per il danno subito piuttosto che la possibilità di un reinserimento lavorativo; l'impegno del personaggio da loro rappresentato sembra infatti organizzarsi tutto intorno a questo tentativo all'interno del quale il disoccupato non rappresenta solo se stesso, ma un intero nucleo sociale (la propria famiglia) vittima di un danno da parte del sistema sociale più ampio. In questo caso la situazione di disoccupazione non rappresenta una fase di passaggio nella vita del personaggio, ma assume la connotazione di uno "status", di una situazione stabile di credito nei confronti del sistema sociale.
Le storie appartenenti al terzo modello culturale, infine, propongono una rappresentazione della relazione con il contesto-mercato basata su un modello funzionale all'impiego di strategie per la ricerca di un nuovo lavoro che tengano criticamente conto della relazione tra individuo e contesto, nella quale cioè assumono rilevanza gli elementi di competenza professionale e organizzativa. Coerentemente, sia l'attribuzione causale della perdita del lavoro, sia il reinserimento nel processo produttivo, vengono affrontatati nei termini di una valutazione del rapporto tra competenze individuali e richieste del contesto-mercato.

Studio n.2


Metodo, strumenti, soggetti. Questo studio si avvale di un questionario a scelta multipla, costruito con lo scopo di ottenere informazioni su ciascuna delle seguenti aree rappresentazionali: A. significato della disoccupazione; B. cause della disoccupazione; C. immagine sociale del disoccupato; D. immagine delle Istituzioni che si occupano della disoccupazione (Ministero del Lavoro, Sindacati, Enti di Formazione); E. immagine della relazione tra istituzioni, datori di lavoro e disoccupati; F. percorsi per il reinserimento nel processo produttivo; G. fattori di successo nel mondo del lavoro e nella vita personale. A ciascuna area corrispondono una serie di affermazioni o di aggettivi, tra i quali si chiede di scegliere quelli/e (nel numero indicato) ritenuti più veri/e per sé. Fa eccezione l'area C (immagine del disoccupato) la quale prevede invece che le risposte a un differenziale semantico siano indicate su una scala di tipo Likert a 3 punti (poco, abbastanza, molto).
Allo scopo di assicurare che le affermazioni o gli aggettivi stimolo contenuti in ciascuna area fossero in grado di rappresentare la complessità motivazionale dei soggetti dell'indagine, per ciascuna delle aree si è proceduto alla costruzione di affermazioni contenenti, in modo bilanciato, elementi motivazionali di tipo affiliativo, di potere, di riuscita McClelland (1958). Il questionario è stato somministrato individualmente, alla presenza di un intervistatore. Il campione dell'indagine si compone complessivamente di 126 lavoratori in lista di mobilità o cassaintegrazione e giovani in cerca di prima occupazione. Sulla base delle risposte agli item relativi all'area A (significato della disoccupazione) sono stati costruiti diversi cluster, ciascuno dei quali rappresenta una modalità diversa di intendere la disoccupazione, o in altri termini, una diversa "cultura della disoccupazione". Successivamente si è proceduto ad analizzare come a ciascuna cultura della disoccupazione corrispondano modi diversi di rappresentare le cause del fenomeno, l'immagine del disoccupato e delle Istituzioni che si occupano del problema della disoccupazione, il rapporto tra disoccupati Istituzioni e datori di lavoro, il processo di reingresso nel processo produttivo e i fattori di successo nella vita e nel mercato del lavoro.
Risultati. L'analisi delle corrispondenze degli item relativi all'area A. mostra che il campo rappresentazionale della disoccupazione nel nostro campione viene descritto lungo tre dimensioni che spiegano complessivamente il 64.6 % della varianza. La prima (27.4% di varianza) contrappone un'immagine della disoccupazione come evento profondamente depauperante su un piano personale e del riconoscimento sociale (item esemplificativi: la disoccupazione è diminuzione del prestigio, un tradimento delle Istituzioni, uno spreco capacita professionali, depressione) ad una che al contrario ne evidenzia le possibilità e le occasioni di sviluppo che essa può offrire (la disoccupazione è l'occasione per cercare risorse, un periodo di riflessione per riorganizzare vita lavorativa, per nuovi apprendimenti, per nuove esperienze). La seconda e la terza dimensione (19.8% e 17.4% di varianza) contrappongono rispettivamente un atteggiamento di rassegnazione (la disoccupazione è la mancanza sicurezza, è causa di depressione) o uno di fuga (la disoccupazione mi consente di riuscire in altri campi, di non dover obbedire a nessuno o rispettare orari), all'impegno nella risoluzione del problema del lavoro più o meno connotato in termini di sfida (la disoccupazione è una sfida, è l'occasione per mostrare il proprio valore, la disoccupazione mi consente di mostrare quanto valgo e di cercare dentro di me le risorse per farcela).
Un'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali dei soggetti suggerisce l'esistenza di gruppi omogenei.
Nel cluster 1 (n = 47, 37.3%) la rappresentazione della disoccupazione tende a organizzarsi attorno ai poli che abbiamo indicato come depauperazione e rassegnazione. Secondo questo modello culturale la disoccupazione costituisce infatti un processo estremamente depauperante per l'individuo che lo subisce, caratterizzato da una serie di perdite (sicurezza, prestigio, potere) e dal tradimento da parte "delle Istituzioni" ritenute responsabili del problema e della sua mancata soluzione. Tale processo viene rappresentato come ineluttabile e senza via d'uscita. Sono cioè scarsamente presenti aspetti che rimandano ad una possibilità evolutiva e al superamento della crisi ingenerata dalla perdita del lavoro.
Le cause della disoccupazione sono individuate nella disonestà dei politici e nel disinteresse dello Stato. I Sindacati, il Ministero del Lavoro, gli Enti di formazione, sono percepiti come profondamente impotenti seppur interessati al problema della disoccupazione e al destino dei disoccupati, mentre il rapporto con i datori di lavoro tende ad essere definito rispettivamente attraverso le categorie emozionali complementari "abbandono e sfruttamento" o "presa in carico". Nel complesso, dunque, all'interno di questo modello culturale, il principale contenuto atteso dalla relazione con il contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) è un processo affiliativo, cioè l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno. Diventano pertanto poco rilevanti gli elementi di competenza. Su un piano emozionale tale configurazione si muove dunque lungo l'asse gratificazione-persecuzione: gratificazione nel caso in cui il contesto-mercato e le Istituzioni rispondono alle aspettative, persecuzione quando esso non vi risponde
Nel cluster 2 (n = 33, 26,2%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza intorno ai poli depauperazione e sfida. La disoccupazione è rappresentata come un processo di aggressione che minaccia l'identità professionale dell'individuo, a cui rispondere simmetricamente con un atteggiamento di sfida che consenta un riscatto personale. Pur sottolineando la responsabilità delle Istituzioni, le cause della disoccupazione sono più spesso individuate nella mancanza di potere personale e nell'avidità delle aziende e dei datori di lavoro. L'immagine dei Sindacati, del Ministero del lavoro, degli Enti di formazione, assume anche in questo caso una forte connotazione emozionale, rispettivamente nei termini di rifiuto e disinteresse e di incompetenza. In merito alle strategie di reinserimento sul mercato del lavoro, i soggetti appartenenti a questo cluster sembrano essere più orientati verso strategie dirette di job-searching piuttosto che verso strategie mediate dal reperimento o acquisizione di maggiori risorse. Tra i fattori di successo, nella vita e nel lavoro, viene più spesso indicata la mancanza di scrupoli.
Rispetto al primo nucleo rappresentazionale, in questo secondo l'immagine del disoccupato sembra orientarsi maggiormente verso la caratterizzazione di competenza e intraprendenza.
Nel complesso, anche all'interno di questo modello culturale, il rapporto con le Istituzioni e con il contesto-mercato è fortemente connotato in termini emozionali e rappresentato prevalentemente attraverso categorie che rimandano da un lato all'aspetto più francamente persecutorio della dimensione affiliativa, dall'altro ad una dinamica di potere e di rivendicazione.
Nel cluster 3 (n = 46, 36.5%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza soprattutto attorno al polo sviluppo. La disoccupazione in questo caso rappresenta, oltre che un momento di crisi, l'occasione di conseguire nuovi apprendimenti e di fare nuove esperienze. E' anche presente, in questo nucleo rappresentazionale, quella dimensione di fuga che abbiamo descritto quale polo negativo della terza dimensione.
I risultati delle analisi mostrano come questo gruppo di soggetti tenda ad attribuire lo stato di disoccupazione a fattori causali che rimandano a dimensioni di competenza, alla mancanza di mezzi personali, oltreché a un fattore di crisi economica. L'immagine del disoccupato è definita in termini di ridotta competenza.
Anche l'immagine dei Sindacati è descritta nei termini di incompetenza e inesperienza ove lo scarso impatto dell'azione sindacale sul problema della disoccupazione è attribuito ad un problema di competenza piuttosto che ad una dimensione connotata emozionalmente, di rifiuto e disinteresse. Se il rapporto tra Istituzioni e disoccupati tende ad essere definito criticamente nei termini del controllo di una potenziale minaccia, quello con i datori di lavoro viene descritto con modalità che rimandano alle regole di mercato e al rapporto tra domanda e offerta di manodopera. Per ciò che concerne le strategie di reimpiego, questo gruppo, rispetto ai primi due, privilegia la formazione professionale e lo sviluppo di contatti con referenti privilegiati, cioè strategie orientate al reperimento di maggiori risorse personali e relazionali. Tra i fattori di successo, in questo gruppo più che negli altri si sottolinea la propensione a rischiare personalmente.
Nel rappresentare il rapporto con le Istituzioni e il contesto-mercato, dunque, i soggetti che condividono questo modello culturale sembrano meno implicati in dinamiche a prevalente connotazione emozionale. La rappresentazione della relazione sembra piuttosto fondata su una dimensione di competenza e di orientamento alla riuscita. In altri termini, il terzo raggruppamento culturale appare fortemente orientato al conseguimento di un obiettivo di reingresso nel mercato del lavoro attraverso l'incremento o l'aggiornamento delle proprie competenze e meno coinvolto in una dinamica disperante o rivendicativa nel rapporto con le Istituzioni e il contesto mercato, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti dei dispositivi previsti per intervenire sul problema.

L'analisi dei tre modelli rappresentazionali: la dinamica della disperazione, la dinamica del riscatto, la dinamica dello sviluppo


I modelli rappresentazionali che emergono dal questionario sembrano nel complesso sovrapponibili e coerenti con quelli emergenti dalle storie. Essendo tuttavia stati sottoposti a due gruppi diversi di soggetti non è possibile fornire un indice di associazione tra di essi.
Attorno ad entrambi i due primi cluster si organizza una dinamica della disperazione nella quale la perdita del lavoro assume la connotazione di una perdita complessiva di un sistema di appartenenza, della identità sociale e professionale e della capacità di incidere attivamente sul reale. A questa dinamica appare anche legata la chiusura e l'inattività di fronte al problema. Nel complesso all'interno di questo cluster il rapporto con le Istituzioni e con il contesto-mercato è rappresentato prevalentemente attraverso categorie che rimandano ad una dinamica di tipo affiliativo della quale abbandono e sfruttamento da un lato e una funzione di cura e holding dall'altro, rappresentano i due poli.
Attorno ad entrambi i secondi cluster si organizza una dinamica del riscatto nella quale la perdita del lavoro viene assunta quale tradimento, aggressione, riduzione ad uno stato di impotenza cui rispondere con un atteggiamento che consenta un riscatto personale. Nel secondo cluster emergente dalle storie si evidenzia prevalentemente l'aspetto rivendicativo del riscatto, quello cioè connesso all'ottenimento di un risarcimento per il danno subito, mentre in quello emergente dai questionari anche quello, con maggiori implicazioni evolutive, dell'impegno e della sfida con se stessi per superare una situazione di crisi di cui sono tuttavia evidenti gli aspetti di controdipendenza.
Il rapporto con le Istituzioni e con il contesto-mercato, che anche all'interno di questo cluster è fortemente connotato in termini emozionali, viene rappresentato prevalentemente attraverso categorie che rimandano da un lato all'aspetto più francamente persecutorio della dimensione affiliativa, dall'altro ad una dinamica di potere e di rivendicazione.
Il terzo cluster mostra nel complesso caratteristiche che tendono a distinguerlo nettamente dai primi due. Attorno ad esso si organizza infatti quella che proponiamo di definire una dinamica dello sviluppo, all'interno della quale la crisi attivata dalla perdita del lavoro offre spazi evolutivi e possibilità di cambiamento e di mobilitazione delle risorse. Nel rapporto con le Istituzioni e il mercato-contesto dunque i soggetti appartenenti a questo cluster sembrano meno invischiati in dinamiche a prevalente connotazione emozionale. La rappresentazione della relazione sembra piuttosto fondata su una dimensione di competenza e di orientamento alla riuscita. In altri termini i soggetti appartenenti al cluster 3 appaiono fortemente orientati al conseguimento di un obiettivo di reingresso nel mercato del lavoro e meno coinvolti in una dinamica disperante o rivendicativa nel rapporto con le Istituzioni da un lato e il contesto-mercato dall'altro, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti delle prime e delle modalità che esse utilizzano per intervenire sul problema.

Alcune indicazioni per l'intervento


Il contributo centrale di questo lavoro è quello di avere evidenziato diverse "culture" della disoccupazione a ciascuna delle quali corrispondono significati soggettivi diversi della perdita del lavoro e modalità altrettanto diverse per affrontare la situazione. Questo suggerisce in primo luogo che anche le modalità attraverso le quali il problema viene affrontato soprattutto dal punto di vista della formazione debbano essere altrettanto articolate e riviste in relazione alle diverse forme che assume la rappresentazione del problema. Attualmente gli interventi istituzionali sul fenomeno della disoccupazione includono, oltre al sostegno economico e a una serie di incentivi e meccanismi normativi atti a favorire il reimpiego in forma di lavoro dipendente o autonomo, attività formative di orientamento, qualificazione e riqualificazione professionale mirate a creare le condizioni per attivare l'utenza nella ricerca di un nuovo lavoro (dipendente o autonomo) e accompagnarla in questo processo.
Occorre evidenziare che all'interno di un modello rappresentazionale del processo di disoccupazione simile a quello evidenziato nei cluster 1 e 2 emersi dalla nostra ricerca, il processo organizzativo mirato al reinserimento nel processo produttivo rischia di essere fagocitato da una dimensione istituzionale, ovvero che gli obiettivi espliciti del processo organizzativo (il reinserimento nel processo produttivo) vengano sostituiti da obiettivi di natura istituzionale ove l'intero processo organizzato sulla base della dinamica della disperazione o del riscatto appare difensivamente istituito per rimandare o impedire un confronto con il contesto-mercato in termini di adeguatezza/inadeguatezza, efficacia-efficienza/inefficacia-inefficienza. E' probabile allora che l'intero dispositivo organizzato con lo scopo di reinserire i disoccupati assistiti nel mercato del lavoro sia destinato nella gran parte dei casi a fallire, venendo paradossalmente sostituito da quello di mantenere una relazione volta a riprodurre impotenza e conflitto, corollari rispettivamente delle dinamiche della disperazione e del riscatto.
Noi riteniamo in altri termini che per quel gruppo consistente di disoccupati che condividono un modello rappresentazionale del processo di disoccupazione e della relazione con le Istituzioni di tipo cluster 1 e cluster 2 un intervento formativo di tipo colmativo (Avallone, 1989) che miri ad affrontare direttamente una carenza o una inadeguatezza delle capacità strumentali di base, culturali o professionali, della persona disoccupata sia di per sé insufficiente a ottenere un reinserimento nel processo produttivo basato semplicemente su una mobilitazione delle risorse individuali.
Allo stesso modo riteniamo che anche interventi basati sul cambiamento del self e cioè di orientamento professionale, oppure di formazione professionale, oppure volti a fornire informazioni relative a vincoli e opportunità (leggi, incentivi nelle assunzioni, tendenze settoriali nel mercato del lavoro, ecc.) e quindi miranti nel complesso a fornire ai disoccupati assistiti competenze che ne favoriscano un processo autonomo di reingresso nel mercato del lavoro, possano risultare, per questo gruppo di soggetti, fallimentari. Tali iniziative infatti, piuttosto che essere colte come strumento di cambiamento, saranno percepite come inefficaci e inutili in quanto ad esempio non prefiguranti ab initio una prospettiva di reinserimento lavorativo "sicura", moltiplicando così il senso di impotenza e ineluttabilità della propria condizione; oppure, visto il loro carattere "obbligatorio", saranno vissute in modo persecutorio quale ennesima prevaricazione alla quale dover sottostare implementando ulteriormente la dinamica rivendicativa. Interventi rivolti a questo tipo di disoccupati assistiti che non prendano in considerazione la dimensione rappresentazionale collusivamente condivisa del processo di disoccupazione e i modelli collusivi del rapporto con le Istituzioni e il contesto-mercato, rischiano quindi di contribuire a riprodurre ancora una volta, collusivamente, la dinamica della disperazione e del riscatto.
Dal punto di vista dell'intervento formativo riteniamo che il nucleo centrale dell'intervento vada individuato proprio nel superamento delle rigidità e degli automatismi che caratterizzano i processi di simbolizzazione affettiva e le strategie attribuzionali propri delle culture della disoccupazione emergenti dal cluster 1 e dal cluster 2. Proponiamo, in altri termini, una modificazione dell'approccio formativo usualmente utilizzato nell'intervento sui disoccupati, da una modalità prevalentemente pedagogica ad una di tipo psicosociale, in cui assumano rilevanza la comprensione delle dinamiche soggettive e motivazionali e i modi in cui gli individui si relazionano al loro contesto, mirando a relativizzare strategie di comportamento stereotipate, automatiche e standardizzate, e favorendo piuttosto una tendenza all'esplorazione, all'analisi e alla ricerca.
Altre prospettive offre invece l'intervento con quei disoccupati assistiti che condividono un modello rappresentazionale del processo di disoccupazione di tipo cluster 3 e che appaiono nel complesso meno implicati in dinamiche fortemente connotate emozionalmente e più orientati al conseguimento di un prodotto. In questo caso l'intervento può essere direttamente volto ad affrontare gli aspetti di competenza che possono facilitare un processo autonomo di confronto con il contesto-mercato e il reinserimento nel processo produttivo rinforzando l'utilizzo delle strategie esploratorie già presenti all'interno di questo gruppo.

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