LA DISOCCUPAZIONE NON ESISTE


di Andrea Molino

“ Il governo si appresta a risolvere il problema della disoccupazione ”, “ Varato il programma per diminuire la disoccupazione ”, “ La disoccupazione è il male peggiore del nostro secolo ”.
Questi sono, solo, alcuni esempi dei titoli che sui giornali ci tengono costantemente informati sull’andamento del mercato del lavoro e sulla realtà sociale che ci circonda, a mio avviso siamo di fronte alla più ampia manovra di disinformazione perpetrata ai danni di una cultura che è intrisa, sempre di più, quasi per una strana forma di autodifesa, di concetti, ormai anacronistici, quali occupazione = posto fisso * lavoro = contratto senza scadenze * lavoro = pensione assicurata.
L’aspetto più interessante è che la disinformazione non è voluta: la maggioranza di coloro che scrivono non è in grado di capire realmente il problema e continua a essere portatrice e attrice di una cultura che non vuole accettare i cambiamenti o, quantomeno, preferisce restare in una situazione di comodo che riconosce i diritti acquisiti.
Se proviamo a dichiarare, in qualsiasi contesto ci troviamo, che la disoccupazione non esiste siamo immediatamente accusati di cinismo e di incapacità di leggere una tragica realtà che, forse, non ci tocca perché noi il lavoro lo abbiamo.
Apriamo il dizionario di italiano Garzanti 1996 e ci soffermiamo sulle definizioni delle due parole chiave, oggetto della nostra attenzione.
Prima di iniziare a approfondire quanto da noi affermato è bene soffermarci sul significato delle parole, permetteteci di dare le nostre definizioni:
Leggendo la realtà in rapporto a questi lemmi, ci avviciniamo sempre di più al nostro presupposto e, eliminando i casi di scelta volontaria, i reali casi di disoccupazione effettiva sono molto esigui.
Alcuni continueranno a sostenere che il nostro presupposto è assurdo e provocatorio, ciò è in parte vero, ma smettiamola di parlare di disoccupazione e cerchiamo di dare una definizione corretta alle diverse realtà del mercato del lavoro; se dividiamo il mercato del lavoro in macro agglomerati sarà più semplice arrivare alle definizioni che ci permetteranno di affrontare correttamente il problema.
Tre sono, a nostro avviso gli agglomerati significativi:
Proprio su questo agglomerato vogliamo portare la nostra attenzione e la nostra analisi, in quanto secondo noi rappresenta oltre i 2/3 del mercato del lavoro e si inserisce di prepotenza anche negli altri due.
Non è un azzardo ipotizzare che il non strutturato rappresenti un volume pari a oltre il 70% del totale mercato del lavoro, proprio perché si inserisce anche nelle fasce “sane”, ciò ci impone di uscire dalla logica obsoleta del posto fisso e dobbiamo esaminare il non strutturato rispetto a due direttrici: tutto quello che è lavoro, in qualsiasi maniera esso sia svolto, e permette di sostenere economicamente un’esistenza dignitosa pur non essendo regolato da una impostazione razionale o in prospettiva di sviluppo, qui ci riferiamo a quello che generalmente si indica con il termine lavoro nero; e tutto quello che è lavoro non strutturato rispetto ai canoni ufficiali e che può essere razionalizzato per diventare un lavoro strutturato, inteso in una nuova accezione, e che ci permetta di vivere nel rispetto di una autonomia economica rapportata al nostro impegno.
Qui in particolare, ci riferiamo ai lavori di consulenza che, pur non assicurando una continuità garantita, possono essere impostati in modo tale da offrire una sufficiente continuità che ci garantisca di vivere correttamente: troppi ancora si definiscono disoccupati solo perché non hanno un contratto a tempo indeterminato, pur avendo rapporti di lavoro sufficienti per condurre senza problemi la propria vita.
Troppe volte abbiamo sentito affermazioni quali: “ è vero che lavoro come consulente ormai da alcuni anni, ma non ho un contratto fisso a tempo indeterminato, cosa mi garantisce la continuità del mio lavoro? ”, “ sono troppi anni che lavoro da consulente esterno, ma finché non avrò un contratto fisso con una struttura mi sentirò sempre un disoccupato ”.
Se queste parole fossero state pronunciate da persone che non sono addentro alle problematiche del lavoro o che hanno un basso livello di istruzione, potremmo anche accettarle a cuor leggero, ma poiché sono state pronunciate da soggetti plurilaureati e con alcuni anni di consulenza specifica all’interno del mercato del lavoro, possiamo ascrivere solo alla deleteria cultura imperante, che definiremo per semplicità, del “ posto fisso ” e che continua a colpire a ogni livello, la responsabilità di queste affermazioni che nella moderna accezione di lavoro possono essere definite solo farneticanti, o comunque al di fuori di ogni logica.
Ma torniamo al non strutturato, proviamo a esaminare la situazione relativa alle esperienze di lavoro, sia nostre che di chi ci sta vicino, in rapporto a quello che è stato prima di trovare un impiego strutturato, se ce lo abbiamo, o in rapporto a quello che stiamo facendo o abbiamo fatto sotto qualunque forma; non dimentichiamo la nostra definizione di lavoro: qualsiasi tipo di attività svolta da un soggetto, per la quale viene riconosciuto un corrispettivo, non necessariamente ma prevalentemente monetario, e rapportiamola all’universo che ci circonda: sfido chiunque a non essere mai stato inserito in una situazione lavorativa che risponda a questi canoni.
Tutti ci risponderanno che, si! in questi termini hanno lavorato, ma non si può definire questo lavoro anche se i soldi “ guadagnati ” o i benefici ottenuti sono poi stati riversati nel mercato del consumo, creando comunque movimento e rapporto con la produzione e i consumi..
Allarghiamo il campo di analisi e usciamo dal non strutturato classico, o dal non strutturato di chi si considera ingenuamente disoccupato, passiamo al mercato nero, ambito nel quale esiste una maggiore consapevolezza o una minore ipocrisia: il passo è brevissimo e il confine non ben definito, per noi è tutto non strutturato per gli altri è solo un problema di semantica, comunque si tratta di lavoro con regole non ufficiali e senza controlli fiscali, ma sempre di lavoro si tratta, sempre ricchezza produce e sempre sul mercato ufficiale dei consumi si riversa, che ci piaccia o no.
Non è nostra intenzione entrare nel merito o dare dei giudizi etici, ci limitiamo solo a fotografare una situazione che è talmente radicata che non ci è più permesso far finta di non vedere o di continuare a esaminarla con la usuale logica della “ disoccupazione ”.
Il vero problema sta, quindi, non nella disoccupazione, ma nella occupazione non strutturata, è questo il nucleo centrale di tutto il discorso e su questo immenso universo dobbiamo accentrare la nostra attenzione.
Non siamo in grado di indicare soluzioni, ma riteniamo che qualsiasi intervento sul mercato del lavoro non possa prescindere dalle considerazioni sopra esposte: non riteniamo possibile riportare tutto in forma corretta e assolutamente conforme alle norme e alle regole, ma è necessario studiare dei correttivi e dei piccoli interventi mirati a trasformare questa situazione di totale deregolamentazione a vantaggio dello stato e dei lavoratori coinvolti.
Se siamo concordi con l’analisi espressa eliminiamo le dichiarazioni demagogiche di promessa di posti di lavoro “fissi” e di interventi mirati all’eliminazione della disoccupazione, abbiamo stabilito che il problema reale non è questo, bensì consapevoli della reale strutturazione del problema troviamo la possibilità di agevolare i lavoratori, che comunque operano e necessitano di garanzie maggiori, e di assicurare allo stato anche solo una quota di corrispettivi, che al momento sono totalmente elusi.