Inadeguatezza delle definizioni di occupazione e disoccupazione dell'ISTAT

di Daniele Celere

1. Introduzione


Le variazioni del tasso di disoccupazione conquistano ogni mese i titoli dei giornali. Che cosa c'è dietro queste cifre? Vi è una chiara correlazione tra variazioni di prodotto (PIL) e tasso di disoccupazione nel corso del ciclo economico. Secondo la legge di Okun[1] a ogni diminuzione del PIL effettivo rispetto a quello potenziale il tasso di disoccupazione sale di 1 punto percentuale. Possiamo utilizzare due metodi assolutamente equivalenti per calcolare in modo scientifico il PIL: il metodo del flusso dei prodotti o il metodo dei costi o dei redditi. Ma come facciamo a calcolare il tasso di disoccupazione? "I dati sul lavoro e sulla disoccupazione sono tra i dati economici più completi e più attentamente elaborati che un paese raccolga" così cita il manuale di Economia Politica scritto da Paul A. Samuelson e William D. Nordhaus[2] quando si parla di tasso di disoccupazione, ma in Italia i dati sul lavoro e sulla disoccupazione come sono elaborati? Negli ultimi decenni abbiamo assistito come il complesso fenomeno del mercato del lavoro sia mutato e come sia tuttora oggetto di mutamenti. Stiamo assistendo in tutta Europa, ma in special modo in Italia, come il progresso tecnologico, il progresso organizzativo, la globalizzazione, la divisione internazionale del lavoro, la crisi dello stato sociale, l'immigrazione, le privatizzazioni, la flessibilità apportino continui cambiamenti ai componenti della domanda e dell'offerta di lavoro.Il nostro intento, in questa sede, sarà quello di dimostrare come nonostante il mercato del lavoro sia in continua evoluzione, l'indagine sulle forze di lavoro effettuata dall'ISTAT risulti, a nostro avviso, inadeguata. La cosa che più ci stupisce è il significato delle informazioni ufficiali che hanno queste indagini e come questi dati rilevati possano influenzare gli strumenti di politica economica.Partiremo dalle attuali definizioni di Forze di lavoro e Non forze di lavoro dell'ISTAT, passando dai principali cambiamenti che ha subito il mercato del lavoro, cercheremo di dimostrare l'inadeguatezza di queste definizioni e cercheremo di proporne una soluzione appoggiando la tesi di Luigi Frey sul concetto di disoccupazione e di disoccupazione/sottoccupazione.

2. Indagine ISTAT sulle Forze di lavoro

2.1 Generalità

L'indagine sulle forze lavoro rileva trimestralmente, fin dal 1959, i principali aggregati dell'offerta di lavoro.
Dall'inizio ad oggi l'indagine è stata più volte ristrutturata per tener conto delle esigenze conoscitive sulla realtà sociale ed economica del paese nel campo del mercato del lavoro che si presenta in continua trasformazione.
L'indagine è stata rinnovata nelle seguenti occasioni:

  • nel 1977, con l'introduzione del modello di rilevazione P/60 e la modifica della definizione di "occupato" e di "disoccupato";
  • nel 1984, con l'introduzione del modello P/70, in cui sono stata inserite notizie sulla "seconda attività" la "formazione professionale" e le modalità di svolgimento del lavoro "a tempo pieno" e "a tempo parziale", uniformando il questionario corrente al questionario comunitario;
  • nel 1986, con il cambiamento di definizione delle persone in cerca di occupazione, in modo da poter comparare tale aggregato rilevato in sede nazionale con gli aggregati degli altri paesi;
  • nel 1989, anno di inizio dell'ultima e più completa ristrutturazione, avvenuta secondo i tempi e le fasi di seguito indicate:
  • luglio 1990 - revisione del campione
  • gennaio 1991 - utilizzo del coefficiente di espansione per sesso e classi di età
  • ottobre 1992 - introduzione del questionario di rilevazione P/90, sviluppo di nuove procedure informatiche di correzione ed elaborazione dati, adozione di nuove definizioni per gli aggregati della popolazione in età lavorativa e delle persone in cerca di occupazione. L'universo dell'indagine è costituito da tutti i componenti delle famiglie residenti in Italia, anche se temporaneamente emigrati all'estero, ma ancora risultati iscritti alle anagrafi comunali, presenti al momento della rilevazione. Sono esclusi i membri permanenti delle convivenze (ospizi, istituti religiosi, caserme, etc.).
    L'unità di rilevazione è la famiglia, intesa come un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. Una famiglia può essere costituita, naturalmente, anche da una sola persona.
    L'indagine viene svolta trimestralmente a gennaio, aprile, luglio e ottobre di ogni anno al fine di cogliere la stagionalità dei fenomeni rilevati. Le notizie acquisite e di conseguenza i dati pubblicati non fanno riferimento ad una media trimestrale ma ad una situazione puntuale colta di volta in volta ogni trimestre nei mesi indicati. Alla fine dell'anno l'ISTAT elabora i dati già pubblicati trimestralmente facendo una "Media" dei dati rilevati nelle quattro rilevazioni.

    2.2 Definizioni di forze lavoro


    Ad ottobre 1992, dunque, è stato possibile ottenere nuove e diverse informazioni che ci consentono anche di uniformare gli aggregati delle Forze di lavoro alle definizioni internazionali. Si riportano, pertanto, le principali definizioni attualmente in uso:

    Persone in età lavorativa
    Sono considerate "persone in età lavorativa" le persone in età di 15 anni e più; le persone in età lavorativa possono appartenere alle Forze di lavoro o alle Non forze di lavoro.
    Forze di lavoro
    Comprendono gli occupati e le persone in cerca di occupazione.
    Occupati
    Comprendono le persone in età di 15 anni e più che:
    - hanno dichiarato di possedere un'occupazione, anche se nella settimana di riferimento non hanno svolto attività lavorativa per qualsiasi motivo ("occupati dichiarati");
    - hanno dichiarato una posizione diversa da occupato, ma hanno tuttavia effettuato almeno un'ora di lavoro nella settimana di riferimento[3] ("altre persone con attività di riferimento").
    Nell'ambito degli occupati vengono evidenziati i sottoccupati, cioè coloro che nella settimana di riferimento hanno svolto un orario di lavoro effettivo inferiore a quello abituale per ragioni economiche, oppure lavorano a tempo parziale perché non hanno potuto trovare un'occupazione a tempo pieno.
    Persone in cerca di occupazione
    Dall'ultima rilevazione l'ISTAT stima le "persone in cerca di occupazione" che si ottengono tra coloro che:
    - non si dichiarano occupate;
    - si dichiarano in cerca di occupazione;
    - hanno effettuato almeno un'azione di ricerca di lavoro entro i 30 giorni che precedono l'intervista;
    - sono immediatamente (entro due settimane) disponibili a accettare un lavoro qualora venga loro offerto.
    Esse sono classificate in:
    - disoccupate, ossia persone in età di 15 anni e più che hanno perduto una precedente occupazione alle dipendenze per licenziamento, fine di un lavoro a tempo determinato, dimissioni;
    - persone in cerca di prima occupazione, ossia persone in età di 15 anni e più che non hanno mai esercitato un'attività lavorativa oppure l'hanno esercitata in proprio, oppure ancora, hanno smesso volontariamente di lavorare per un periodo di tempo non inferiore ad un anno; - altre persone in cerca di lavoro, ossia le persone in età di 15 anni e più che dichiarano di: iniziare un'attività in futuro avendo già trovato un'occupazione alle dipendenze, o chi avendo predisposto tutti i mezzi per l'esercizio di un'attività in proprio, nella settimana di riferimento non ha lavorato per tale occupazione, in quanto inizierà a lavorare in futuro[4]; essere in altra condizione: casalinga, studente, ritirato dal lavoro, ma ad una successiva domanda della stessa intervista hanno affermato di cercare un'occupazione e di essere immediatamente disponibili per lavorare.
    Le persone in cerca di occupazione sono distinte anche per periodi della durata della ricerca in: durata breve (fino a 5 mesi), durata media (tra 6 e 11 mesi) e durata lunga (12 mesi ed oltre)
    Non forze lavoro
    Comprendono:
    - la popolazione in età non lavorativa (con meno di 15 anni)
    - le forze di lavoro potenziali[5]: questo aggregato rappresenta le "persone in cerca di occupazione ", secondo la definizione già descritta in precedenza, che hanno però effettuato l'ultima azione di ricerca tra i 2 e i 6 mesi fino ai 2 anni, per azioni di ricerca attraverso l'iscrizione al collocamento e la partecipazione a concorsi pubblici. A partire dalla rilevazione del 1992, la definizione statistica di "persona in cerca di occupazione" ha subito una leggera modifica, per omogeneità con le norme concordate in sede EUROSTAT. La nuova definizione comprende in tale aggregato soltanto le persone che hanno effettuato almeno una azione di ricerca nei 30 giorni precedenti l'intervista; tale limite è portato a sei mesi, se l'azione di ricerca consiste nella partecipazione ad un concorso pubblico o nell'iscrizione ad un ufficio di collocamento. Conseguentemente, viene ridisegnata anche la definizione di "forze di lavoro". Rispetto alle vecchie definizioni, rimangono pertanto escluse da questi aggregati coloro i quali hanno compiuto l'ultima azione di ricerca nell'intervallo compreso tra uno e sei mesi precedenti l'intervista (sei mesi/due anni per i concorsi pubblici e l'ufficio di collocamento). Questi vengono a costituire l'area delle forze lavoro potenziali, la quale, sommata alle forze di lavoro e alle persone in cerca di occupazione secondo all'accezione EUROSTAT, dà luogo alla definizione "allargata" di questi stessi aggregati.
    - le persone che hanno dichiarato di non aver svolto alcuna attività lavorativa né di aver cercato lavoro nella settimana di riferimento e di essere in una delle condizioni qui di seguito definite:
    casalinga, chi si dedica prevalentemente alla cura della propria casa;
    studente, chi si dedica prevalentemente allo studio;
    ritirato dal lavoro, chi ha cessato un'attività per raggiunti limiti di età, invalidità od altra causa;
    inabile, chi è fisicamente impossibilitato a svolgere attività lavorativa,
    servizio di leva, chi assolve obblighi di leva;
    altra persona non appartenente alle forze di lavoro.

    Il tasso di attività si ottiene dal rapporto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro e la popolazione di 15 anni e più.
    Il tasso di disoccupazione si ottiene dal rapporto tra le forze in cerca di occupazione e le forze lavoro.
    I dati, inoltre, sono pubblicati per Ripartizioni[6] e per Regioni oltre che per il complesso dell'Italia.

    2.3 Come sono cambiate le caratteristiche del mercato del lavoro post-fordista


    In tutti i paesi avanzati, gli ultimi quindici anni sono caratterizzati da un processo di crescente destandardizzazione e riarticolazione del mercato del lavoro.
    L'ambivalenza è il tratto distintivo di questo processo, il quale se da un lato crea le condizioni per una maggiore valorizzazione della forza lavoro, dall'altra scardina i confini stessi del mercato del lavoro che erano stati lentamente fissati nell'epoca del fordismo: la flessibilizzazione e la precarizzazione dell'attività lavorativa tendono a rendere confusa la distinzione tra lavoro e non-lavoro, modificando così radicalmente la dimensione e la consistenza stesse di questo "mercato". La definizione stessa dei limiti del mercato del lavoro è alquanto problematica, parlare di mercati del lavoro nazionali è una pura finzione statistica e d'altra parte è estremamente difficile riuscire a circoscrivere con precisione i mercati del lavoro locali.
    Poiché sui mercati globalizzati la risorsa umana diventa strategica per le imprese dei paesi ricchi, i vecchi modelli organizzativi progressivamente superati: come le imprese, così i lavoratori sono sollecitati ad accrescere la loro capacità di adattamento ed orientamento. Ma, mentre per le fasce alte del mercato del lavoro ciò comporta una professionalizzazione e un miglioramento della propria forza contrattuale, per le fasce basse ciò determina un sensibile indebolimento che coincide con la cronicizzazione della precarietà della propria posizione. Non è un caso che anche nei paesi più avanzati il tema dell'economia irregolare sia tutt'altro che scomparso.
    Non occorre avere pregiudizi tecnologisti per condividere una tale analisi. In fondo, l'affermarsi di un modello della produzione flessibile è da ricondursi al conflitto sociale che il fordismo aveva determinato. Il panorama dell'economie avanzate è contrassegnato più dalla varietà dei modelli organizzativi che da una monolitica uniformità.
    Dal punto di vista del lavoro, la flessibilizzazione della produzione, assecondata se non addirittura accelerata dalle politiche deregolamentative adottate da diversi governi, ha determinato quella che è stata definita "sottoccupazione pluralizzata"[7], cioè una crescente instabilità lavorativa e una fortissima standardizzazione dei modelli occupazionali. Benché a tutt'oggi questa situazione interessi solo una parte delle forze lavoro, un tale processo tende non solo a rafforzare quei processi di segmentazione del mercato del lavoro, ma anche ad estendere notevolmente l'area dell'insicurezza e delle precarietà e in questo modo ad accentuare la distanza tra le diverse componenti del mercato del lavoro.
    In realtà l'espansione dei lavori ad alto contenuto professionale e l'innalzamento della professionalità richiesta in molti ruoli lavorativi, e ciò non solo nel settore manifatturiero, ma anche dei servizi, si accompagnano con un processo di polarizzazione. La distanza tra la classe di livello intermedio e le classi dequalificate è aumentato nel corso degli ultimi anni: mentre coloro che già avevano livelli medio-alti hanno fatto registrare un ulteriore aumento del loro contenuto professionale, coloro che avevano bassi livelli hanno visto stagnare la loro posizione. Questo tipo di effetto si registra soprattutto nel settore terziario e in quelle imprese poco interessate dalle nuove tecnologie.
    Più che una unilaterale lievitazione verso l'alto, la situazione attuale è dunque principalmente caratterizzata dalla fine del processo di omologazione e di standardizzazione che aveva caratterizzato la fase precedente e dall'emergere di nuovi fortissimi processi di segmentazione, stratificazione discriminazione.
    D'altro canto, la riorganizzazione del mercato del lavoro e la crescente frammentazione delle posizioni lavorative e delle condizioni professionali ad essa connesse, nello spezzare le forme di solidarietà più ampie, apre una fase di intensa negoziazione sociale che indebolisce tutta la struttura del mercato del lavoro che è stata costruita nel corso degli ultimi quarant'anni. Ed è in questo quadro di profondi sommovimenti che stanno ristrutturando il mercato del lavoro e le gerarchie professionali esistenti, che occorre verificare da vicino i processi di chiusura e monopolizzazione che tendono a creare nuove forme di esclusione e disuguaglianza sociale.
    E' opinione condivisa tra la maggior parte degli osservatori che la crisi occupazionale che colpisce i paesi avanzati abbia, almeno in parte, natura strutturale e non puramente congiunturale. All'origine di questo fenomeno vi sono due processi di lungo periodo: l'estensione e l'accentuazione della concorrenza internazionale, che ha portato ad una crescente competitività da parte dei Paesi del Terzo Mondo, e la rottura del rapporto virtuoso tra crescita della produzione e della produttività, dovuta all'introduzione sempre più rapida di nuove tecnologie.
    In generale i grandi mutamenti economico-occupazionali che hanno sconvolto il mercato del lavoro sono tre: la de-industrializzazione, l'importanza crescente del regime occupazionale polarizzato e poco stabile nei servizi e la tendenziale "servilizzazione" del lavoro produttivo.
    Per de-industrializzazione si intende il declino dell'occupazione nelle grandi industrie manifatturiere, dovuto sia alla crescente importanza di strategie industriali sia a ristrutturalizzazioni e rilocazioni. E' importante segnalare due risvolti di grande importanza di questa tendenza. Il declino dell'occupazione nella grande industria, anche quando è compensato dalla crescita di occupazione nelle piccole industrie e, soprattutto, nei servizi, comporta un grosso mutamento nel sistema occupazionale nel suo complesso, a svantaggio di carriere lavorative più stabili e retribuite con redditi sufficienti per mantenere una famiglia e a vantaggio di posizioni lavorative più precarie, tra le quali molte sono pagate con salari insufficienti. Questa combinazione crea scompensi tra le aspettative di una parte dell'offerta di lavoro8 e le opportunità lavorative realmente esistenti. Inoltre la de-industrializzazione, intesa come radicale declino della domanda di lavoro operaio stabile e in carriera, ha chiuso la stagione delle migrazioni di massa interne ai paesi sviluppati, cioè da regioni meno sviluppate versi i grandi poli industriali (dal sud verso il nord). La nuova domanda di lavoro nelle piccole industrie e nei servizi non è in grado di attrarre immigrati che dovrebbero rinunciare alla relativa sicurezza del contesto di partenza per affrontare dei costi alti di insediamento senza alcuna garanzia di poter effettivamente sopravvivere agli standard di cittadinanza di cui godono già e, soprattutto, con la certezza di non poter contare su un progressivo miglioramento delle condizioni occupazionali compatibile con i propri progetti di vita.
    La seconda, ma forse più importante, conseguenza del clima de de-industrializzazione è costituita dal fatto che sempre più spesso crescita e ripresa economica non comportano aumenti occupazionali, ma anzi persistono le tendenze alla diminuzione della disoccupazione. I grandi complessi industriali produttori di beni durevoli che sono andati meglio, generando alti livelli di crescita nel volume e nel valore della produzione, hanno anche drasticamente tagliato l'occupazione. Questa osservazione non significa che la crescita economica non costituisca più un obiettivo desiderabile ma soltanto che, se aumenti nei livelli occupazionali sono ritenuti indispensabili, promuovere la crescita non basta più, bisogna ridistribuire le nuove risorse a favore di realizzare questo obiettivo9
    Il fatto che il settore dei servizi privati sia diventato ovunque il solo capace di creare nuovi posti di lavoro ha contribuito sostanzialmente alla fisionomia della crisi occupazionale. L'accentuata polarizzazione tra lavori a basso ed alto contenuto professionale, entrambi ad alta intensità lavorativa, ha messo in crisi quel tipo di domanda di lavoro che era risultata trainante nel modello di produzione fordista. La maggiore instabilità occupazionale e la diffusione di lavori a reddito insufficiente e senza prospettive di carriera si riflette quindi sui livelli di disoccupazione: una fascia molto larga dell'offerta di lavoro è condannata a lavori precari e mal pagati, con frequenti passaggi nella disoccupazione con un'alta probabilità di essere un lavoratore povero e con lunghi periodi di attesa.
    Infine esaminiamo l'aspetto della "servilizzazione" del lavoro produttivo. Nel nuovo modo di lavorare occorre un alto tasso di fedeltà agli obiettivi dell'impresa: chi ha il privilegio di poter lavorare con un contratto durevole nel tempo deve dimostrarsi totalmente disponibile ai cambiamenti di "umore" interni all'impresa, alle oscillazioni produttive indotte dalle variazioni della domanda. Si sta passando da un regime in cui sul mercato del lavoro i diritti sociali dei lavoratori avevano una validità quasi universale (vedi per esempio i contratti collettivi), protetti da norme giuridiche solide e durature, ad un regime in cui i diritti dei lavoratori sembrano gradualmente svanire sotto l'incalzare delle esigenze e delle contingenze economiche. La regolamentazione di tipo normativo del mercato del lavoro nel post-fordismo lascia il posto ad una sorta di "feudalesimo industriale". Mentre la fabbrica diventa luogo della fedeltà, il mercato del lavoro diventa il luogo della precarietà, della frammentazione, della differenziazione di ceto, di razza, di sesso, dell'assenza di diritti universali.
    Il primo risultato dell'azione concomitante di questi fattori è quello che alcuni economisti americani hanno chiamato jobless growth, sviluppo senza lavoro. Nonostante la crescita del prodotto interno lordo e della produzione industriale, il lavoro diminuisce a vista d'occhio.
    Dopo aver visto quali sono stati i maggiori cambiamenti che ha subito il mercato del lavoro, cerchiamo di vedere quali sono le caratteristiche emergenti nel lavoro post-industriale.
    Alle caratteristiche della standardizzazione, della specializzazione, della unità di tempo e luogo della produzione, della economia di scala, dell'accentramento del potere, dell'efficienza, della produttività, insomma della razionalizzazione spinta; altri se ne vanno sostituendo, che scardinano le fondamenta del lavoro industriale e della sua analisi scientifica.
    Una di queste caratteristiche emergenti è la progressiva intellettualizzazione dell'attività, che si trasforma in un combinazione di studio, lavoro e tempo libero.
    La seconda caratteristica emergente è quella dell'affidabilità e dell'etica necessarie nel mondo dei servizi ancor più che nel mondo industriale per la natura stessa delle prestazioni terziarie.
    Una ulteriore caratteristica è quello estetica: quanto più la perfezione tecnologica omogeneizza i beni sotto il profilo della loro funzionalità pratica, tanto più essi si distinguono uno dall'altro solo grazie ai loro attributi estetici e formali. La loro bellezza, trascurata nell'epoca industriale in favore della praticità, acquista oggi un ruolo centrale nelle decisioni d'acquisto e nella determinazione del prezzo.
    Altre caratteristiche emergenti sono la soggettività e l'affettività, contrapposte allo appiattimento collettivo e alla preponderante razionalità delle organizzazione tradizionali.
    Altre due caratteristiche sono la globalizzazione - come detto prima - e la destrutturazione spazio-temporale del lavoro: manipolando esso non più le materie prime ma l'informazione, molti confini tradizionali di spazio e di tempo risultano pretestuosi e rispondono soltanto a ritualismi privi di senso, controproducenti rispetto alle esigenze aziendale di creatività diffusa.
    Infine, emerge prepotente la caratteristica della qualità della vita come premessa irrinunciabile dell'esistenza post-industriale e come derivato dalla ormai reale possibilità di realizzare i nuovi valori sia in azienda che fuori, ammesso che questa distinzione di luoghi abbia ancora senso.

    3. Ridefinizione delle forze lavoro alla luce della realtà

    3.1 Occupati, disoccupati/sottoccupati, disoccupati, non forze lavoro


    Dopo aver cercato di dimostrare come è cambiato sia il lavoro sia il mercato del lavoro, cercheremo di illustrare la tesi di Luigi Frey per la quale bisognerebbe calcolare oltre il tasso di disoccupazione anche un tasso di disoccupazione/sottoccupazione, che meglio fotografi l'evolutivo fenomeno del mercato del lavoro.
    Secondo il Frey il disoccupato è colui che cerca lavoro redditizio, ma bisogna stabilire il come e il quando le persone cercano lavoro. Per quanto riguarda il come, occorre che emergano chiare manifestazioni di ricerca del lavoro. Gli statistici parlano allora di ricerca "attiva", ovvero dove vi è un atto o un fatto che metta in evidenza la ricerca di lavoro senza successo. Per esempio un atto o fatto che conduce a definire la disoccupazione può essere la registrazione in liste ufficiali di disoccupazione o in atti amministrativi analoghi. La precisazione in merito alla posizione o meno di occupato è decisiva, in quanto un occupato che cerca attivamente lavoro retribuito (puntando a cambiare posto di lavoro) non può essere considerato disoccupato.
    Dunque è molto importante quando avviene la ricerca attiva di lavoro retribuito senza successo. Perché una persona alla ricerca di lavoro senza essere occupata in un dato istante, poteva o potrà risultare occupata in un istante diverso. Questa possibilità è all'origine di confusione e controversie sulle definizioni della disoccupazione e soprattutto sul significato delle informazioni al riguardo.
    Per capire il problema del quando una persona può essere definita come disoccupata ci si può riferire ad un dato istante. Ma qui sorge il problema di poter misurare in un dato istante le persone in cerca di lavoro perché il processo di ricerca del lavoro richiede almeno un limitato periodo di tempo, ecco allora emergere definizioni della disoccupazione che cercano di fissare l'attenzione su un periodo di tempo. Per esempio un giorno, una settimana, un mese o un anno: più lungo è il periodo di riferimento tanto più la persona può essere stata solo in parte alla ricerca "attiva" di lavoro retribuito oppure può essere stata temporaneamente occupata. Per risolvere l'imprecisione della definizione, si ricorre ai comportamenti e alle situazioni prevalenti nel periodo di riferimento: per disoccupazione, quindi, si intende l'insieme di persone che, nel corso del periodo di riferimento, hanno presentato la condizione prevalente di essere alla ricerca di lavoro redditizio senza occupare un posto di lavoro. Ciò risolve solo sulla carta il problema della definizione, in quanto ne sorge un altro: ovvero, il problema di chi attribuisce la prevalenza o meno di una condizione rispetto ad altre. Abitualmente spetta al lavoratore il compito di precisare tale attributo, il che però lascia rilevanti perplessità, se non vengono adottate particolari procedure di controllo e verifica dei risultati che ne conseguono. Inoltre, quanto più lungo è il periodo di riferimento tanto più facilmente la condizione di disoccupato può essere accompagnata da altre condizioni. Una di queste può essere quella di occupato, allora sorge il problema se sia corretto o meno di considerare tale persona tra i disoccupati. Per questo motivo, vi è chi vorrebbe adottare una definizione restrittiva che consideri disoccupato solo chi è "attivamente" alla ricerca di un lavoro retribuito senza successo per tutto il periodo di riferimento. Questa definizione appare, tuttavia, troppo restrittiva, nei limiti in cui voglia rispondere all'esigenza di cogliere gli aspetti di problematica economico-sociale che la condizione di disoccupazione comporta. Essa infatti ignora chi:

    - è stato "prevalentemente" e "attivamente" in cerca di lavoro retribuito senza trovarlo cambiando una o più volte condizione da disoccupato ad occupato, in modo precario e discontinuo;
    - non è stato occupato nel corso del periodo di riferimento, ma ha effettuato solo atti episodici di ricerca del lavoro;
    - non ha cercato "attivamente" lavoro per tutto il periodo di riferimento, pur avendone bisogno, perché in qualche modo "scoraggiato" dall'esperienza fatta in precedenza o dal comportamento di altri.

    Secondo il Frey, appare arbitrario ritenere questi tre gruppi di persone meno rilevanti dal punto di vista della problematica economico-sociale connessa, rispetto al gruppo incluso nella definizione più restrittiva di disoccupazione. Se si includono questi tre gruppi di persone figurano non chiaramente definiti i confini tra la condizione di occupato, la condizione di persona in cerca di lavoro senza trovarlo, la persona da ritenersi in cerca di lavoro. Per questo motivo, il Frey propone, per un periodo di riferimento piuttosto lungo, la definizione di disoccupazione/sottoccupazione piuttosto che quella di disoccupazione. Qui l'autore vuole includere tutti e quattro i gruppi di persone indicati più sopra, ma sulla base del presupposto che, dal punto di vista della problematica occupazionale, è molto difficile attribuire un diverso grado di gravità a seconda del gruppo in cui le persone possono essere qualificate. Questa proposta del Frey potrebbe fotografare meglio la situazione del mercato del lavoro, anche se ci lascia un po' perplessi sulle metodologie di calcolo a nostro avviso molto complesse; comunque potrebbe essere un valido incentivo per l'ISTAT per rivedere ulteriormente le sue definizioni che risultano inadeguate anche secondo altri organi.
    L'EUROSTAT, infatti, ha rilevato che l'ISTAT utilizza metodologie di calcolo diverse dagli altri paesi europei su alcuni tipi di contratti come il part-time: infatti in Italia viene considerata occupata una persona che lavori con un part-time che svolga almeno il 50% delle ore settimanali di un contratto a tempo pieno (almeno 20 ore su 40), in Belgio vengono conteggiati i part-time che ne svolgono almeno il 33%, in Francia addirittura il 25%, mentre in Germania non vengono rilevati quelli con una o due ore giornaliere ed in Inghilterra quelli con meno di 78 ore mensili. Questo fa si che a livello europeo un fenomeno come il part-time venga visto in maniera totalmente diversa. Anche se in Italia il part-time non è ancora molto diffuso, ci sono dei contratti dove sono previste meno di 20 ore settimanali; questo fa si che degli occupati di fatto non rientrino nelle definizioni dell'ISTAT. Inoltre in Italia per disposizioni legislative devono essere redatti diversi rapporti sul fenomeno della disoccupazione: uno dall'ISTAT, uno dal CNEL, uno dal Governo, uno dal Ministero del Lavoro, uno dall'ISFOL[10] .Questi rapporti sono assolutamente contrastanti, rilevano dei dati che sono diversi e non concordano soprattutto sulle dimensioni del volume della disoccupazione, tutto ciò ci lascia un po' perplessi sulla effettiva validità delle varie indagini e soprattutto su quella dell'ISTAT, che oltre a rilevare in maniera diversa il part-time non prende in considerazione il lavoro sommerso, che in Italia è presente in maniera massiccia. Come ci fa notare, per esempio, Paolo Belloc presidente dell'ISRI11, il lavoro nel Lazio non mancherebbe se non esistesse il fenomeno del lavoro nero, del doppio o addirittura del triplo impiego che viene svolto da impiegati ministeriali o alle dipendenze degli enti pubblici[12]; tutto ciò non è assolutamente rilevato né dall'ISTAT né da altri rapporti.
    Tutto questo secondo noi porta ad una sola conclusione: la disoccupazione rilevata non corrisponde alla realtà e così facendo influenza in maniera sbagliata le decisioni politiche sul lavoro, sprecando soldi ed energie verso obiettivi distorti.

    3.2 Conclusioni


    Abbiamo voluto affrontare questo argomento perché abbiamo notato una tendenza a cercar di risolvere il problema della disoccupazione in maniera, se ci viene concesso il termine, economico-matematica; questa tesi è rafforzata anche dal fatto che la rilevazione dell'ISTAT sulle forze lavoro[13] essendo molto fredda, distaccata dall'attuale mercato del lavoro, ci da dei risultati che non rispecchiano la realtà, anzi ne danno una immagine distorta che può essere facilmente interpretata a seconda delle esigenze. Sentiamo spesso dire da alcuni nostri rappresentanti politici o rappresentanti della Confindustria che per risolvere il problema della disoccupazione in Italia bisogna diminuire le imposte alle imprese e conseguentemente abbassare il costo del lavoro (creando così un milione di posti di lavoro). Secondo noi il persistere della disoccupazione nel nostro paese e la sua concentrazione sociale rende ormai questo problema non più riducibile ad una questione puramente economica. Le ricette che hanno consentito negli ultimi anni di mantenere uno certo sviluppo, sembrano oggi molto più inefficaci rispetto a ieri. Trasformazioni sociali, culturali, economiche, tecnologiche e istituzionali danno conto di questo fenomeno. Piuttosto, vogliamo sottolineare la sempre maggiore importanza che assumono gli elementi sociali della disoccupazione, sia nei meccanismi che la determinano sia nelle sue conseguenze sulla coesione complessiva della società.
    In questo modo si può concludere sottolineando che vi sono oggi buone ragioni per non considerare la questione della disoccupazione in termini puramente economici ma anche nelle sue valenze più generali, di ordine sociale e politico. Se il problema è relativo al modello di sviluppo che si vuole creare e alla retribuzione delle risorse all'interno della società, allora vale forse la pena riconsiderare più da vicino la natura della disoccupazione e le implicazioni che derivano dalla specificità del mercato del lavoro.

    4. Bibliografia

    1. Calza Bini P., (a cura di), La disoccupazione: interpretazioni e punti di vista, Liguori, Napoli 1992
    2. De Masi D., La sociologia del Lavoro in un mondo senza lavoro, in "I sociologi ed il lavoro", Angeli, Milano 1996; pagg. 53-66
    3. Frey L., La disoccupazione in Italia: il punto di vista degli economisti, Quaderni di economia e lavoro, Angeli, Milano 1989
    4. Ires-Cgil, Caratteristiche e tipologie della disoccupazione in Italia. sperimentazioni di strumenti di analisi e valutazioni, Roma 1992
    5. Forza lavoro. Media 1996, ISTAT, Roma 1996
    6. Molino A., La disoccupazione non esiste, Roma 1994

    [1] Arthur Okun (1929-1979), economista americano.
    [2] Paul A. Samuelson, William D. Nordhaus, Economia, XV edizione, McGraw-Hill, Milano 1996.
    [3] Per settimana di riferimento si intende la prima settimana priva di giorni festivi del mese in cui viene condotta l'inchiesta.
    [4] Tale aggregato che pure concorre a formare la totalità delle "persone in cerca di occupazione" non è presente sempre nella definizione di "persone in cerca di occupazione" quando le informazioni sono incrociate con tutte le modalità di ricerca. Infatti questi quesiti per ovvie ragioni (occupazione già trovata) non vengono più posti.
    [5] Questo aggregato è calcolato per la prima volta a partire dalla nuova indagine del 1992.
    [6] Le Ripartizioni geografiche vanno intese come: Italia Nord-Occidentale, Italia Nord-Orientale, Italia Centrale, Italia Meridionale e Insulare.
    [7] U. Beck, 1992.
    [8] In particolare rimangono esclusi maschi adulti con livelli medio-bassi di qualificazione lavorativa e esigenze di mantenere o mettere su famiglia in un contesto a costi e standard culturali elevati.
    [9] Vedi, a supporto di questa tesi, anche le Considerazioni finali del Governatore Antonio Fazio all'assemblea generale ordinaria della Banca d'Italia del 31 maggio 1997.
    [10] Istituto per lo Sviluppo Professionale dei Lavoratori11Istituto di studi sulle relazioni industriali.
    [12] Rapporto Lazio, supplemento de "La Repubblica", Roma, marzo 1997.
    [13] I tassi di disoccupazione presentati per l'Italia nelle varie pubblicazioni dell'Ocse sono desunti proprio da questa indagine.