In questi ultimi anni la transizione al processo produttivo è diventata uno dei compiti evolutivi più complessi per l'individuo, stimolando lo sviluppo di iniziative volte a favorire l'inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Tuttavia, nonostante la moltiplicazione delle opportunità formative e informative e delle iniziative di sostegno all'imprenditorialità, molti giovani continuano a non fruirne; altri accumulano esperienze formative senza riuscire a tradurre l'elevato livello di competenza e professionalità acquisito in termini di lavoro e occupazione; altri ancora sviluppano un rapporto costante con i servizi di informazione senza però riuscire a utilizzare le conoscenze raccolte per inserirsi professionalmente. Esistono, naturalmente, dei fattori di natura strutturale che rendono complesso l'inserimento professionale. Il mercato del lavoro si è, infatti, progressivamente caratterizzato per una contrazione delle capacità di assorbimento di manodopera nei settori tradizionali, che ha determinato la segmentazione quantitativa e qualitativa della domanda e la riduzione delle possibilità di accesso attraverso percorsi semplici e lineari. Nel passato, in un mercato organizzato intorno a grandi attrattori – grande industria e pubblica amministrazione – in grado di garantire "blocchi di domanda" stabili e prevedibili, l'ingresso nel mondo del lavoro avveniva attraverso percorsi noti e precostituiti. Il mercato oggi si presenta, al contrario, con contorni sempre più frastagliati e con modalità di ingresso sempre meno preordinate e standardizzate. Il processo di inserimento richiede sempre più spesso strategie attive e la capacità di promuovere, anche in modi e forme non tradizionali, un incontro tra le proprie competenze e attitudini e le possibilità offerte dal mercato. Tuttavia una ragione delle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro da parte dei giovani va ricercata nei modi in cui i giovani si relazionano, affrontano il problema dell'inserimento lavorativo, delle strategie che impiegano, dell'utilizzo che fanno delle iniziative e delle agenzie volte a favorire tale inserimento. Ai cambiamenti del mondo del lavoro stenta, tuttavia, a corrispondere un'evoluzione delle strategie di accesso adottate dai giovani, che condividono in molti casi un'immagine obsoleta del rapporto con il mercato. L'approccio al lavoro continua, infatti, ad essere orientato dalla ricerca del "posto sicuro", dall'utilizzo di canali tradizionali, da una visione anacronistica del mondo del lavoro. I giovani continuano diffusamente a ritenere che non avere un posto fisso significhi essere disoccupati, che cercare lavoro significhi esclusivamente fare concorsi e spedire curriculum e, pur sapendo, per esperienza diretta o mediata dai mezzi di informazione, che tali strategie hanno scarsa efficacia, continuano ad utilizzarle come unica modalità di approccio al lavoro. Evidentemente non è solo un problema di informazione.
La ricerca che presentiamo dimostra, fornendo alla letteratura e alla conoscenza sul tema occupazionale una chiave interpretativa innovativa, che i comportamenti dei giovani in cerca di occupazione non sono comprensibili esaustivamente entro un criterio di razionalità o in rapporto a un obiettivo di efficienza, ma sono dettati da insiemi organizzati di credenze e convinzioni relative al rapporto con il lavoro, che riguardano sia le strategie per l'inserimento, sia la natura della relazione con le istituzioni, sia la rappresentazione delle cause della propria difficoltà a trovare lavoro. Tali insiemi di credenze non sono semplicemente la sommatoria di atteggiamenti individuali, ma costituiscono veri e propri modelli culturali che nascono e si sviluppano all'interno di un rapporto sociale, quindi nell'interazione tra gli individui in cerca di occupazione, il contesto sociale ed economico più ampio e le istituzioni che svolgono una funzione di mediazione fra soggetto e mercato del lavoro. I modelli culturali assolvono ad una duplice funzione: da un lato costituiscono una costruzione sociale che ha il fine di dare un significato rassicurante a fenomeni emotivamente implicanti e potenzialmente minacciosi per la collettività; dall'altro rappresentano per l'individuo uno strumento di auto-orientamento e di conoscenza-intervento rispetto al proprio ambiente di interazione. Tuttavia, poiché i modelli culturali non sono sempre basati su una valutazione "oggettiva" di eventi, situazioni o rapporti, possono orientare, in contrasto con un criterio di efficacia, le scelte e i comportamenti dei soggetti in modo automatizzato e non suscettibile di verifica. L'individuazione dei diversi modelli culturali, fondanti il rapporto col mercato e orientanti le strategie di accesso al processo produttivo, consente di comprendere il modo in cui i giovani in cerca di occupazione utilizzano le iniziative e gli interventi istituzionali volti a promuovere l'inserimento professionale. Permette, altresì, di complessificare la pianificazione delle strategie di intervento istituzionali, soprattutto formative e informative, affiancando, alle tradizionali finalità di sviluppo di competenze tecnico-professionali o di conoscenze relative alle opportunità offerte dal mercato, il perseguimento dei nuovi obiettivi di individuazione ed elaborazione di un progetto professionale individuale fondato su un atteggiamento esploratorio piuttosto che su strategie obsolete guidate da un vecchio modo di vedere il lavoro e la ricerca del lavoro.
il mercato del lavoro | e uso della formazione | ||
| Orientamento alla competenza 28% dei soggetti | In questo gruppo vi è una forte valorizzazione della formazione come strumento di riconoscibilità sociale e come fondamento di una progettualità di inserimento professionale. L'acquisizione di competenze tecniche spendibili sul mercato diviene obiettivo centrale del progetto professionale. | Il rapporto con il mondo del lavoro è organizzato intorno all'acquisizione di competenze e conoscenze fondanti il processo di transizione al mercato. Emerge la capacità di esplorare il proprio ambiente per individuare i vincoli e gli ostacoli presenti nel mercato (saturazione, competitività) e le risorse sociali e le opportunità utilizzabili per il raggiungimento dei propri obiettivi (amici, famiglia, competenze, canali formativi e informativi). | Sulla base del ruolo elettivo attribuito alla formazione come strumento d'inserimento lavorativo, il raggiungimento di un elevato livello di tecnicalità può divenire obiettivo prioritario del proprio progetto professionale, ponendo in secondo piano l'inserimento nel mercato, e può portare a utilizzare strumentalmente la formazione per dilazionare nel tempo il confronto col mondo del lavoro e con la dimensione applicativa della competenza. |
| Orientamento alla affiliazione 26% dei soggetti | Le scelte e le strategie impiegate in rapporto al mercato del lavoro sono orientate non già da un progetto professionale personale, che risulta non elaborato, ma, piuttosto, dall'appiattimento su un sistema di regole e norme socialmente desiderabili, interiorizzate in modo generico e superficiale. | Assume una rilevanza centrale un profondo senso di isolamento e depauperazione, derivante dalla mancanza di lavoro, intorno al quale si organizza l'aspirazione al riconoscimento sociale e il perseguimento del primario obiettivo di riaffermare consenso e adesione a norme sociali condivise e consensuali. | La formazione e gli strumenti di informazione e orientamento sono valorizzati soprattutto nella loro valenza aggregativa e come opportunità di socializzazione e inserimento in un circuito sociale, piuttosto che come luoghi di sviluppo e attuazione di un progetto professionale e di inserimento lavorativo. |
| Lamentazione rivendicativa 34% dei soggetti | Il confronto con il mercato del lavoro è organizzato intorno ai temi del vissuto di deprivazione e depauperazione e di contrapposizione e sfida. La modalità depressiva e di lamentazione è utilizzata come richiesta di risarcimento e rivendicazione contro istituzioni vissute come latitanti e in nome di un impegno personale che non riesce a trovare un riscontro. | Il mercato del lavoro è vissuto come altamente vincolante e colpevole della depressione e dell'impotenza percepita in rapporto all'inutilità delle proprie azioni. Il rapporto fra la persona e il mondo del lavoro sembra descrivibile come una contrapposizione fra impegno del primo e disimpegno del secondo. | Vi sono riferimenti a una progettualità professionale e formativa ed emerge una capacità di lettura dei vincoli e delle opportunità offerte dal mercato, ma tale capacità viene utilizzata non già per attuare e rendere operativo il proprio progetto lavorativo, bensì per ribadire l'inanità dei propri sforzi e la divaricazione fra l'impegno personale e il disimpegno delle istituzioni. |
| Anomia 12% dei soggetti | È caratterizzato dalla negazione dei valori sociali condivisi in relazione al lavoro. È pervasivo, in questo modello, lo smarrimento di punti di riferimento culturali e organizzativi e l'allontanamento da ogni forma di condivisione e reciprocità. | È negata, in questo gruppo, l'appartenenza a ogni rete o contesto sociale ed è rifiutato il confronto con le norme e con i vincoli contestuali. | Risulta assente ogni progettualità, che viene annullata dal diffuso disinvestimento sul lavoro, disinvestimento che è esso stesso espressione della negazione di un rapporto fra l'individuo e il contesto lavorativo e sociale. |
Questo primo gruppo è caratterizzato dalla valorizzazione della formazione come strumento di riconoscibilità sociale e come fondamento di una progettualità di inserimento nel processo produttivo. La formazione, infatti, è considerata uno strumento atto ad acquisire un'identità sociale, in luogo dell'impossibilità di un'identificazione e definizione veicolate dall'immagine lavorativa. La formazione, inoltre, è indicata come portatrice di una forte valenza applicativa in quanto costituisce una opportunità di accrescimento e costruzione delle competenze e conoscenze su cui organizzare l'offerta di lavoro e costruire, quindi, il confronto e l'incontro con il mercato. In tal senso sembra essere presente una dimensione di autocommittenza nella relazione con la formazione, intesa come appropriazione degli obiettivi formativi e della progettualità dell'inserimento lavorativo. A caratterizzare il modello culturale dell'orientamento alla competenza, inoltre, sembra contribuire una attenzione alla dimensione contestuale, utilizzata per individuare i vincoli e gli ostacoli presenti nel mercato (saturazione, competitività) e parallelamente le risorse e le opportunità utilizzabili per il raggiungimento dei propri obiettivi (competenze, canali formativi e informativi, amici, famiglia). L'attenzione al contesto non comporta la primarietà delle richieste del mercato e la loro azione forgiante sull'offerta di lavoro da parte dell'individuo: la rappresentatività in questo modello culturale della capacità organizzativa, intesa come rappresentazione competente di sé, consente al contrario di porre in primo piano la centralità della relazione domanda-offerta, del sistema di vincoli e opportunità coinvolto nella relazione fra individuo e contesto-mercato; la relazione fra domanda e offerta, fra necessità del mercato e competenze dell'individuo, diviene la base su cui costruire e organizzare le strategie e i percorsi formativi e di confronto. Accanto a questo, tuttavia, la stretta dipendenza del processo di transizione dal raggiungimento di un elevato livello di tecnicalità potrebbe porsi a fondamento di un utilizzo della formazione come modo per dilazionare nel tempo il confronto col mondo del lavoro e con la dimensione applicativa della competenza. In questa prospettiva l'acquisizione di competenze potrebbe configurarsi come sostituto di un confronto con il mercato del lavoro. È importante sottolineare che le strategie di confronto con il mondo del lavoro utilizzate entro il modello culturale dell'orientamento alla competenza si fondano su modi tradizionali di accesso, quali colloqui, concorsi, curriculum, anche se il riferimento a tali strategie è più articolato e contestualizzato di quello riferito da altri soggetti del campione. Strategie di accesso non tradizionali (cooperazione, sviluppo di attività imprenditoriali, ecc.) non sono rappresentate in modo significativo nell'ambito di questo modello culturale, così come negli altri; questo dato è particolarmente significativo in quanto inatteso nell'ambito del modello culturale dell'orientamento alla competenza: infatti, l'attenzione al contesto e alle risorse e ai vincoli esistenti, e la centralità della relazione fra competenze dell'individuo e necessità del mercato, suggerirebbero un modo di confronto flessibile e, dunque, non necessariamente ancorato a percorsi tradizionali di accesso.
Questo secondo gruppo è caratterizzato da un diffuso orientamento al riconoscimento sociale, dalla mancanza di una progettualità lavorativa specifica, dalla difficoltà a fare riferimento a dimensioni contestuali entro cui collocare le esperienze di formazione e l'orientamento al lavoro. Il confronto con il mercato del lavoro sembra organizzarsi intorno a una rappresentazione di sé, fuori dal contesto-mercato, descritta da una deprivazione e depauperazione in termini di appartenenza e riconoscimento. Sono assenti, infatti, strategie specifiche di inserimento nel mondo del lavoro così come manca una descrizione articolata del rapporto fra formazione, competenze e obiettivi professionali; ciò suggerisce la mancanza di coordinate contestuali per l'organizzazione di una progettualità di inserimento nel mercato. L'attenzione non è posta sul rapporto fra individuo e contesto, fra competenze soggettive e necessità del mercato, rapporto che è invece centrale nel modello culturale dell'orientamento alla competenza; piuttosto, necessità del mercato e competenze dell'individuo sembrano passare in secondo piano rispetto al primario obiettivo di ribadire consenso e adesione alle norme sociali: se infatti, da un lato, è presente un riferimento alla formazione come strumento utile all'acquisizione di competenze ed è presente una descrizione del dispiegarsi del percorso di inserimento nel mondo del lavoro, dall'altro, tutto questo è rappresentato in modo generico, non sostanziato, non articolato, e soprattutto ogni elemento non è posto in relazione con gli altri, ma costituisce una "monade valoriale" collocata al di fuori di un percorso professionale e di una progettualità di inserimento nel mercato del lavoro. L'attenzione alla formazione, l'orientamento al lavoro, la tendenza all'autoattribuzione di responsabilità per le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e l'appropriazione delle iniziative, mai specificate, per l'ingresso nel mondo del lavoro, sembrano convergere, come unità sconnesse, verso la ricerca di una assimilazione dei valori personali ai valori sociali; il fattore che organizza il confronto con il contesto-mercato non è rappresentato da un progetto professionale ma da un sistema di credenze e convincimenti appiattiti su regole e norme socialmente desiderabili, interiorizzate in modo generico, sulla base di un'aspirazione al riconoscimento sociale che sembra rispondere a un vissuto di deprivazione e isolamento.
Il terzo gruppo è caratterizzato da un confronto con il mercato del lavoro organizzato intorno ai temi del vissuto di deprivazione e depauperazione e di contrapposizione e sfida. La modalità depressiva e di lamentazione è essa stessa utilizzata come richiesta di risarcimento e rivendicazione contro istituzioni vissute come latitanti e in nome di un impegno personale che non riesce a trovare un riscontro. Vi sono riferimenti a una progettualità professionale e formativa, ma questa assume una duplice valenza: da una parte mostra la presenza di un rapporto dinamico fra le strategie di ingresso nel mondo del lavoro e le richieste e i vincoli del mercato, fra la formazione, l'acquisizione di competenze e il tema della spendibilità delle competenze sul mercato; dall'altra, poiché il rapporto individuato fra questi elementi è vissuto in termini di contrasto, anziché di reciproca utilità, tale progettualità sembra essere utilizzata per rafforzare la sensazione di inanità del proprio impegno di fronte a un mercato del lavoro descritto come altamente vincolante, colpevole della depressione e dell'impotenza sentite in rapporto all'inutilità delle proprie azioni, come emozionalmente "nemico", e dentro il quale l'impegno e la competenza acquisita non sono utilizzabili né richiesti, mentre sono premiati la furbizia e la raccomandazione. Il rapporto fra la persona e il mondo del lavoro sembra descrivibile come una contrapposizione fra impegno del primo e disimpegno del secondo; la strategia di accesso, il confronto col mercato, sembrano fondarsi sul perseguimento di un ribaltamento della "attuale" rappresentazione di sé come vittima e del mondo del lavoro come carnefice.
Il quarto gruppo è caratterizzato dalla negazione dei valori sociali condivisi in relazione al lavoro. È pervasivo lo smarrimento di punti di riferimento culturali e organizzativi e l'allontanamento da ogni forma di condivisione e reciprocità; risulta assente ogni progettualità, che viene annullata dal diffuso disinvestimento sul lavoro, disinvestimento che è esso stesso espressione della negazione di un rapporto fra l'individuo e il contesto lavorativo e sociale. L'aspetto deprivante del mancato accesso al sistema produttivo è individuato nella mancanza di potere personale, quindi nell'impossibilità di realizzare il soverchiamento e la sopraffazione dell'individuo sull'ambiente, obiettivo che non riesce, comunque, a divenire fattore organizzante un progetto professionale. La presenza di risposte sistematicamente divergenti da quelle socialmente desiderabili sembra suggerire che il modello dell'anomia sia caratterizzato da una attiva contrapposizione alle regole e ai valori sociali percepiti come pervasivi e invalidanti, e dalla negazione dell'appartenenza a ogni rete o contesto sociale.
L'individuazione dei diversi modelli culturali fondanti le strategie di confronto con il mondo del lavoro in giovani in cerca di occupazione suggerisce la necessità di adottare una visione multidimensionale del problema occupazionale, non limitata esclusivamente all'osservazione e all'intervento a un livello macroeconomico (saturazione del mercato, iniziative normative, implementazione dei finanziamenti) o a un livello individuale (mancanza di competenze tecniche, di informazioni, organizzazione di interventi colmativi). I modelli culturali individuati, infatti, nell'orientare le strategie di confronto con il mercato del lavoro, organizzano i modi in cui sono utilizzate le istituzioni deputate a svolgere una funzione di mediazione: agenzie formative, servizi di informazione e orientamento. Per quanto riguarda le agenzie formative, ad esempio, i dati emersi dall'indagine suggeriscono che il processo di formazione, atto a sviluppare nell'utenza competenze tecnico-professionali, può essere utilizzato in maniera distorta e che gli obiettivi espliciti di qualificazione e accrescimento professionale possono essere fagocitati dall'obiettivo di natura collusiva di allontanare il confronto con il mercato del lavoro. Solo entro il modello culturale dell'orientamento alla competenza una formazione tecnico-pratica risulta inserirsi in un progetto professionale fondato su una analisi del rapporto fra professionalità e mercato, mentre ciò non accade entro gli altri modelli culturali intorno ai quali si organizzano le strategie di confronto col mercato, delle quali la scelta formativa rappresenta una declinazione. D'altro canto, anche nell'ambito di un modello di orientamento alla competenza, la formazione può essere utilizzata, pur entro un progetto professionale articolato, per dilazionare nel tempo una verifica della valenza applicativa delle competenze acquisite, quindi un reale confronto col mercato. Entro il modello culturale dell'orientamento all'affiliazione la scelta formativa potrebbe essere gestita soprattutto come un'opportunità aggregativa, un fattore di riconoscimento sociale, ed essere svincolata da una progettualità professionale che appare atrofizzata. Entro il modello culturale della lamentazione rivendicativa la scelta formativa potrebbe essere utilizzata in modo prevalentemente difensivo per dimostrare che il proprio impegno si scontra ad oltranza con l'impossibilità di essere riconosciuto sul mercato, rappresentato come organizzato intorno a una distribuzione squilibrata delle opportunità. Il modello culturale dell'anomia caratterizza individui che tendono a non accedere alla formazione, rifiutandone il ruolo di istituzione in grado di mediare l'accesso al mercato, ovvero che accedono alla formazione prefigurando, ab initio, l'idea dell'inutilità del percorso e della sterilità degli sforzi, potendone usufruire probabilmente solo in termini strumentali. Gli interventi informativi, perseguiti dalle diverse agenzie ad essi preposte, sembrano attualmente organizzarsi intorno a due assunti: il primo si riferisce all'idea che l'approccio al mondo del lavoro da parte di giovani in cerca di occupazione possa dispiegarsi efficacemente a partire da una conoscenza della domanda di lavoro proveniente dal mercato; il secondo è relativo all'idea che le richieste di informazione e consulenza da parte dell'utenza siano omogenee e univocamente orientate all'inserimento professionale e alla conoscenza del mercato. Tuttavia, il modello culturale dell'orientamento all'affiliazione può fondare un rapporto con le informazioni e le istituzioni deputate ad erogarle entro una dimensione di dipendenza, consolidando una domanda di protezione e accudimento e la tendenza a non assumersi la responsabilità nel processo di inserimento. Il costituire un punto di incontro e raccordo fra gli individui e il mercato carica le agenzie informative di una forte valenza rappresentazionale per quel gruppo che utilizza una lamentazione rivendicativa per mediare il proprio rapporto col mondo del lavoro: le strutture informative possono essere allora utilizzate massicciamente per alimentare l'idea che il proprio impegno nella raccolta sistematica di informazioni si scontra con la chiusura e l'inaccessibilità del mercato. Nel gruppo caratterizzato da anomia il contatto con le agenzie informative può essere alimentato soprattutto dall'idea di poter ottenere un rapporto privilegiato con enti e agenzie vissute e idealizzate come detentrici di una posizione di potere e di influenza, piuttosto che come strumenti di informazione; idealizzazione cui può seguire ben presto una profonda svalutazione e un abbandono non appena l'esperienza li confronti con la complessità del problema dell'inserimento lavorativo e con i limiti dell'azione di tali agenzie. Entro questo sistema di conoscenza condiviso e consensuale si declina il principale assunto intorno al quale si organizzano la maggior parte degli interventi sull'occupazione giovanile: l'idea che un efficace intervento in favore dell'occupazione possa limitarsi a perseguire l'obiettivo dell'acquisizione di competenze tecniche specifiche volte a rispondere alla domanda del mercato (formazione tecnico-pratica) e di conoscenze sulla quella domanda (informazione), in quanto utilizzate in modo deformato. Gli interventi formativi orientati alla professionalizzazione, rappresentati soprattutto dai corsi di formazione professionale, raramente o mai prevedono, all'interno dei programmi, moduli specifici relativi alle strategie di inserimento nel mercato del lavoro, e interventi meramente informativi, quali quelli perseguiti dalle diverse agenzie a tal fine preposte, hanno scarsa efficacia trasformativa nel modificare comportamenti e convinzioni che originano da modelli culturali consolidati che fondano e organizzano il rapporto tra individuo e lavoro. Riteniamo che parte integrante delle iniziative e degli interventi promossi delle istituzioni coinvolte sul tema occupazionale, dunque, debba divenire la valorizzazione e la promozione, nei giovani, di una "competenza organizzativa", intesa come la capacità di porsi in una posizione attiva di fronte al lavoro, di costruire un progetto professionale, di compiere scelte, anche formative, coerenti con quel progetto. Competenza organizzativa è, anche, capacità di orientarsi nel mercato con un atteggiamento esploratorio, piuttosto che utilizzare strategie obsolete fondate su un vecchio modo di vedere il lavoro e la ricerca di lavoro. Strategie che essendo nella maggior parte dei casi destinate al fallimento alimentano l'idea che non c'è nessuna speranza, che si è del tutto impotenti e subordinati agli andamenti del mercato. Ad amplificare la difficoltà di sviluppo di un diverso rapporto fra giovani e mercato del lavoro sta anche il costante accostamento, soprattutto da parte dei mezzi di comunicazione, fra disoccupazione, isolamento e depressione. In questo modo si alimenta una cultura della disoccupazione basata su una dinamica della disperazione e su questa base si costruisce l'immagine di chi non ha lavoro come persona disperata, impotente, abbandonata dalle istituzioni. È tuttavia possibile progettare una architettura istituzionale volta a circoscrivere e depotenziare l'influenza che questa immagine del rapporto con il mondo del lavoro ha sulle strategie di inserimento e sugli automatismi che orientano il processo di transizione. Parte di questo progetto riguarda gli interventi di tipo formativo, principali mediatori della transizione al lavoro: affinché essi possano essere utilizzati come parte di una progettualità professionale, può rendersi necessario operare una complessificazione dei programmi, con l'inserimento di uno spazio in cui sia possibile affrontare e ridefinire le motivazioni che hanno spinto gli utenti a inserirsi nel percorso formativo previsto ed iniziare a elaborare un progetto professionale individuale in cui tale scelta si declina. Tale spazio potrebbe essere utilmente individuato in attività di "formazione preliminare", propedeutica alla fase di professionalizzazione vera a propria, e trovare ulteriori momenti di verifica ed elaborazione nel corso del periodo dedicato alle attività tecnico-formative. Gli obiettivi che tale fase di formazione preliminare potrebbe perseguire sono così riassumibili: sviluppare una maggiore capacità di analisi e di valutazione degli atteggiamenti e dei modelli culturali che orientano le azioni individuali finalizzate all'inserimento lavorativo; acquisire una maggiore conoscenza del mercato del lavoro imparando a riconoscerne e a individuarne i fabbisogni, interpretarne le tendenze evolutive, scoprire le nicchie in cui collocare la propria professionalità; sviluppare la capacità di individuare come le proprie competenze e interessi possano trovare collocazione all'interno del mercato; individuare e utilizzare strategie efficaci di inserimento professionale. La costituzione di tale spazio formativo non potrebbe dunque prescindere dall'esplorazione di alcune aree tematiche fondanti l'elaborazione di una progettualità professionale articolata e competente; ci riferiamo in particolare a: