I giovani e il lavoro

Estratto dalla Sintesi del rapporto ISTAT 1996

All'interno degli squilibri appena descritti, un problema particolare è posto dalla disoccupazione giovanile, sia per l'impatto immediato, sia per le conseguenze sociali e demografiche di medio e lungo periodo. La mancanza di un lavoro colpisce il 33,8% dei giovani tra i 15 e i 24 anni e il 26,1% dei 15-29enni. Gran parte di questi disoccupati (e precisamente il 58%) è alla ricerca del primo impiego. Gli occupati e gli ex-occupati in cerca di lavoro esercitano una forte concorrenza nei confronti delle persone alla ricerca del primo impiego. I datori di lavoro preferiscono infatti assumere lavoratori già esperti, provenienti principalmente da altre imprese, o disoccupati con precedenti esperienze lavorative anziché i giovani senza esperienza professionale, caratterizzati da livelli di efficienza nettamente inferiori rispetto ai primi, a prescindere dal livello di istruzione raggiunto. I giovani in cerca di primo impiego hanno, di conseguenza, una probabilità di trovare lavoro molto bassa (20% nell'arco di un anno) e pari alla metà di quella del complesso dei disoccupati. Inoltre, in circa un terzo dei casi, l'inserimento professionale è diretto verso impieghi a tempo determinato. Questi non sempre rappresentano un passaggio verso l'occupazione stabile. In generale, le condizioni della domanda sui mercati locali del lavoro, la situazione economico-sociale della famiglia di origine e, in misura minore, il livello di istruzione sono i fattori che maggiormente influenzano la probabilità dei giovani in cerca del primo impiego di trovare un lavoro stabile. Le differenze territoriali sono profonde. Le condizioni della domanda sui mercati locali del lavoro forniscono il contributo esplicativo maggiore nel determinare le opportunità di inserimento professionale: la probabilità di trovare un'occupazione, infatti, aumenta di tre volte passando dalla provincia col più elevato tasso di disoccupazione (Crotone) a quelle col tasso inferiore (Lecco e Bolzano). Le caratteristiche sociali della famiglia di origine esercitano un ruolo altrettanto importante: i figli di lavoratori in proprio e, in misura inferiore, di imprenditori e liberi professionisti sembrano godere di canali privilegiati nell'accesso a un lavoro; meno fortunati appaiono i figli di operai e impiegati. Pur non essendo il livello di istruzione la variabile più importante nella spiegazione delle prospettive occupazionali dei giovani, l'investimento in capitale umano sembra dare i suoi frutti per i laureati e, in misura meno importante, per i diplomati: il possesso della laurea raddoppia approssimativamente le possibilità di ottenere un impiego stabile rispetto a chi ha soltanto la licenza media. Le variabili che descrivono il grado di flessibilità dei giovani in cerca del primo impiego, invece, non sembrano avere l'effetto atteso sui tassi di ingresso nell'occupazione: la maggiore disponibilità a spostarsi dal luogo di residenza, a effettuare orari di lavoro non standard, ad accettare salari ridotti sono fattori che non sembrano migliorare le opportunità occupazionali. Così, coloro che si dichiarano disponibili a svolgere un'attività con qualunque orario sono caratterizzati da tassi di ingresso nell'occupazione sensibilmente inferiori alla media; un risultato analogo si ottiene per coloro che sono disposti a emigrare pur di trovare lavoro; viceversa, sono favoriti nell'accesso a un impiego coloro che richiedono le retribuzioni relativamente più elevate. Una possibile spiegazione è che il grado di flessibilità dei giovani sia tanto maggiore quanto minore è la presenza di alcune caratteristiche ritenute desiderabili dagli imprenditori: ad esempio, un ottimo curriculum scolastico, forti motivazioni individuali, buone capacità organizzative e professionali. Si è detto che un titolo di studio elevato, sebbene non assicuri un inserimento professionale, offre migliori opportunità di trovare un impiego stabile. I giovani però incontrano notevoli difficoltà a portare a compimento il loro iter formativo: pur essendo elevati i tassi di passaggio da ciascun ordine di studi al successivo, molto alta è l'incidenza degli abbandoni durante gli studi. In particolare, il 92% di coloro che conseguono la licenza media si iscrive alla scuola superiore, ma uno su quattro abbandona successivamente; il 68% dei diplomati della scuola superiore si iscrive all'università, ma, a sei anni di distanza, soltanto uno su tre consegue la laurea. Una quota ancora significativa di giovani (il 4,7%) lascia la scuola addirittura senza aver conseguito la licenza media Una differenziazione netta si rileva tra i risultati scolastici dei ragazzi e delle ragazze. Per queste ultime, infatti, tutti gli indicatori di successo (tassi di passaggio, tassi di ripetenza, proporzione che raggiunge il titolo di studio finale) sono più favorevoli: a 19 anni, età in cui almeno teoricamente ha termine il ciclo di studi superiori, sono diplomati il 63% delle ragazze e il 55,8% dei ragazzi; su 100 iscritti all'università, dopo 6 anni, si sono laureati il 38,2% delle donne e il 33,1% degli uomini. Nonostante il sistema scolastico offra, in linea di principio, pari opportunità agli studenti, i meccanismi di selezione sociale si dimostrano ancora molto influenti: sia il passaggio alla scuola superiore, sia quello all'università sono fortemente condizionati dal livello sociale della famiglia di origine e, in particolare, dal livello di istruzione dei genitori. Proseguono più frequentemente gli studi i figli dei laureati, degli imprenditori e dei dirigenti, mentre, all'opposto, i figli degli operai e di quanti sono in possesso della licenza elementare sono i più sfavoriti. Il ruolo giocato dalla famiglia si dimostra importante non soltanto per la regolarità degli studi, ma anche per l'orientamento e in particolare nella scelta del corso di laurea. Tra gli elementi che intervengono nella decisione di proseguire gli studi, entrano in gioco anche le eventuali alternative di inserimento lavorativo. Per questo motivo, presumibilmente, i figli dei lavoratori autonomi mostrano una propensione comparativamente più bassa di altri, a iscriversi all'università, poiché al termine della scuola secondaria superiore si inseriscono spesso nell'attività del genitore. Allo stesso modo, spicca la bassa propensione a proseguire gli studi nel Nord-est, dove maggiori sono le possibilità per un giovane di trovare un'occupazione immediata; con il rischio, però, di trovarsi successivamente spiazzato dalla mancanza di una adeguata base culturale. Se il percorso formazione/lavoro contribuisce in misura fondamentale a qualificare la condizione giovanile, altri importanti aspetti debbono essere considerati e tra essi il rapporto con la cultura, la tecnologia e il tempo libero. La frequentazione di amici, cinema e discoteche è particolarmente diffusa tra i giovani; ma si apprezzano anche altre attività culturali, spesso svolte in gruppo: ascoltare musica, ballare, scrivere, cantare, suonare, dipingere, scolpire. In parecchi casi le giovani donne superano i loro coetanei in questi campi: leggono più libri, vanno di più a teatro, cinema, musei, mostre e inoltre sono più interessate a pratiche attive quali cantare, ballare, scrivere. Al contrario, sono meno coinvolte dalla lettura dei quotidiani e dallo sport. L'estrazione sociale gioca, anche in questo contesto, un ruolo importante nel determinare livelli e varietà della fruizione culturale, ma il condizionamento risulta meno forte per le ragazze che per i ragazzi. Un elemento nuovo sta entrando prepotentemente nei processi formativi, scolastici e extrascolastici, dei giovani e dei bambini: il rapporto con la tecnologia. Un rapporto che con è destinato a modificare profondamente le modalità di apprendimento e percezione delle future generazioni. L'uso di strumenti quali videoregistratori, hi-fi, telecamere, macchine fotografiche e, soprattutto, computer si sta diffondendo velocemente. Un ragazzo su tre ha in casa un computer o un'altra attrezzatura informatica, spesso utilizzata per gioco, ma anche, in misura significativa, per lo studio e l'apprendimento. Ciò porta con sé il rischio di un capovolgimento dell'odierno vantaggio femminile nel campo della formazione. Per tutto quello che riguarda il rapporto con la tecnologia (antica e nuova) i giovani risultano costantemente più coinvolti delle loro coetanee: usano più frequentemente computer e videogiochi e acquisiscono maggiore familiarità con questi strumenti, stimolati dalle famiglie che, su questo terreno, mantengono stili educativi diversi per figli e figlie, fin da bambini. Nell'approccio alla tecnologia risultano penalizzati anche i giovani di estrazione sociale più bassa e quelli residenti nel Mezzogiorno.