David Cariani e Maria Luisa Farnese
Tra gli stessi economisti si sta facendo strada l'idea che la disoccupazione non sia un fenomeno comprensibile entro i limiti di analisi a livello macro delle configurazioni della struttura produttiva e degli andamenti del mercato del lavoro, ma che il fenomeno abbia profonde implicazioni sociali e culturali (d'Iribarne, 1990). Quando, infatti, un individuo viene espulso dal processo produttivo, entra in relazione non solo con le logiche interne di funzionamento del mercato del lavoro relative, ad esempio, ai meccanismi di regolazione del rapporto tra domanda e offerta, ma anche con:
In questo senso gli atteggiamenti e i comportamenti dei disoccupati non riflettono solo degli stili personali, così come gli interventi istituzionali a favore dell'occupazione non riflettono solo la volontà politica che scaturisce dall'equilibrio delle forze presenti. Entrambi, al contrario, riflettono anche un sistema di rappresentazioni e di norme, una cultura, che si è costruita, nel corso del tempo, nella pratica dei rapporti sociali (Benoit-Guilbot, 1995) e che costituisce il "contesto" entro il quale si svolgono le esperienze individuali e si tesse il sistema di relazioni tra i vari attori. I processi di rappresentazione, come sistemi condivisi e consensuali di conoscenza, rivestono un ruolo vantaggioso non solo per l'economia psichica degli individui ma anche per quella dei rapporti sociali organizzati in quanto sono in grado di evocare e mantenere consenso e coesione sociale sulla base delle comuni, reciproche o complementari, rappresentazioni del contesto (Carli, 1990). I modelli rappresentazionali tuttavia, proprio perché sono il frutto di un pensiero comune e della necessità di dare un significato rassicurante a fenomeni emotivamente implicanti e potenzialmente minacciosi per la collettività, non sono basati su una valutazione "oggettiva" di eventi, situazioni o rapporti. Al contrario, essi possono rivestire una funzione difensiva collusivamente elaborata entro la relazione tra gli attori sociali allo scopo di allontanare la possibilità di un confronto diretto con un problema. A questo proposito Moscovici (1989) presenta un esempio che fa tanto al caso nostro da convincerci a riportarlo per intero:
«Tutti oggigiorno posseggono dati abbastanza precisi sulla disoccupazione e conoscono almeno un uomo o una donna disoccupati. Ciò implica che tutti traggano le stesse conseguenze riguardo alla ragione per cui una data persona è disoccupata? Naturalmente no. Alcuni pensano che la persona disoccupata sia pigra, sfortunata o incapace di trovarsi un lavoro; altri la considerano una vittima della crisi economica, dell'ingiustizia sociale e delle contraddizioni del regime capitalistico. I primi attribuiscono le cause della disoccupazione all'individuo, al suo modo di affrontare il mondo, e i secondi alla situazione generale, all'appartenenza di classe dell'individuo e alla maniera in cui il mondo lo tratta. Naturalmente questa divergenza è dovuta all'insieme delle loro rispettive rappresentazioni sociali» (p. 281-282, corsivo nostro).
E, aggiungiamo noi, lo stesso comportamento delle persone disoccupate (ma anche delle istituzioni che a vario titolo si occupano di loro) dipende anch'esso, tra l'altro, dalle diverse rappresentazioni che hanno del problema.
Relativamente alla programmazione dell'intervento sui disoccupati assume, pertanto, una forte rilevanza la comprensione del modo in cui insiemi di rappresentazioni (rappresentazioni del proprio ruolo, del ruolo degli altri attori sociali coinvolti, della relazione con il contesto-mercato) vengono organizzati per formare delle specifiche "culture" della disoccupazione e utilizzati per dare significato dell'esperienza e organizzare le strategie per affrontarla. È possibile, infatti, che alcuni modelli rappresentazionali della disoccupazione collusivamente assunti dai disoccupati, piuttosto che favorire lo strutturarsi di un rapporto funzionale con il loro contesto di riferimento – il mercato del lavoro – in termini di competenza/incompetenza, adeguatezza/inadeguatezza sociale, abbiano in primo luogo lo scopo di allontanare la possibilità di tale confronto e di garantire una protezione dalla valutazione esterna.
Il lavoro di ricerca, tuttora in itinere, che presentiamo, è stato progettato con lo scopo di individuare ed analizzare le culture locali della disoccupazione presenti all'interno di diversi gruppi di disoccupati. Sono stati condotti due studi utilizzando due differenti strumenti elaborati ad hoc.
Il primo strumento utilizzato, la costruzione di una storia, ha l'aspetto formale di una prova appercettiva. Sul foglio di somministrazione appare l'immagine di un personaggio maschile. Una breve didascalia spiega che ha perso il lavoro e che non si sa null'altro di lui. Si chiede poi di provare a ricostruire con la fantasia la "storia" di questo personaggio rispondendo alle domande: Chi era e cosa faceva?, Perché ha perso il lavoro e come ha reagito a questo evento?, Cosa sta pensando in questo momento?, Cosa farà in futuro? Lo strumento è stato somministrato a disoccupati assistiti contattati nel corso delle fasi propedeutiche di attività formative nelle quali erano coinvolti con l'indicazione di scegliere liberamente se produrre la storia individualmente, in coppia o in piccolo gruppo. Sono state raccolte complessivamente 48 storie.
L'interpretazione dei dati si basa su un'analisi delle ridondanze e delle costanti presenti nelle strutture narrative, le quali rivelano i parametri rappresentazionali presenti nella cultura.
Il secondo strumento utilizzato è un questionario a scelta multipla, costruito con lo scopo di ottenere informazioni su ciascuna delle seguenti aree rappresentazionali: significato della disoccupazione, cause della disoccupazione, immagine del disoccupato, immagine delle istituzioni che si occupano della disoccupazione (Sindacati, Ministero del lavoro, Enti di formazione), immagine della relazione tra istituzioni, datori di lavoro e disoccupato, percorsi per il reinserimento nel processo produttivo, fattori di successo nel mondo del lavoro e nella vita personale.
Il questionario è stato somministrato individualmente, alla presenza dell'intervistatore. Il campione dell'indagine si compone complessivamente di 126 lavoratori in lista di mobilità o cassaintegrazione e giovani in cerca di prima occupazione.
Essendo oggetto dell'indagine un fenomeno culturale e non la sommatoria di atteggiamenti rilevati entro una serie di individui, i risultati di entrambi gli strumenti sono stati trattati non singolarmente (in base ad esempio alle frequenze di risposta alle singole domande, prove o item), bensì come insieme dei dati. Attraverso un'analisi delle corrispondenze multiple (Benzecrì, 1973) sono state individuate prima le dimensioni lungo le quali si organizzano le strutture narrative delle storie e i dati del questionario e, successivamente, i cluster o raggruppamenti di dati che caratterizzano gruppi culturali. Questi raggruppamenti costituiscono insiemi indicativi di dinamiche collusive o, se si vuole, di culture specifiche entro la problematica in esame; problematica che è data dall'interazione tra le persone e il contesto che le caratterizza.
Le analisi statistiche condotte sulle storie e sul questionario hanno fornito risultati sovrapponibili e coerenti, suggerendo che all'interno del nostro campione sono presenti tre diverse culture della disoccupazione che saranno illustrate di seguito. Per il loro potere esplicativo ed evocativo lasceremo che a introdurre la descrizione di ciascuna cultura, completata dai dati emergenti dal questionario, siano alcune storie rappresentative.
In queste storie il personaggio svolge quasi sempre una mansione operaia non meglio specificata che, comunque, non sembra avere rilevanza; la definizione della sua identità avviene, semmai, in base al ruolo familiare. La perdita del lavoro sopraggiunge per fatti (il fallimento della fabbrica, la decisione di chiudere l'attività da parte del datore di lavoro) di cui non sono espresse le ragioni e sui quali non sembra esistere possibilità di controllo e previsione: assomigliano piuttosto a una frattura nella vita del personaggio alla quale dover porre rimedio per "ritornare alla vita stabile". In tutti questi casi la perdita del lavoro è un fenomeno collettivo che non riguarda mai il solo personaggio, ma coinvolge diversi soggetti. E' pertanto sempre esclusa una sua responsabilità individuale rispetto alla fuoriuscita dal processo produttivo, dovuta per esempio ad un licenziamento individuale per cause che potrebbero riguardarlo in modo specifico.
Su un piano emotivo le reazioni sono definite di paura, depressione, shock, trauma. Si dice che il personaggio tornerà a lavorare ma non sono descritti i modi, i percorsi, gli strumenti: le strategie per il reinserimento lavorativo non sono espresse e sul futuro sembra gravare un'ombra fosca di incertezza. I vincoli sono prevalenti sulle risorse (abitare al Sud, essere avanti con gli anni) che, anche quando presenti, hanno caratteristiche vaghe e indefinite. Un elemento caratteristico sembra essere quello della solitudine del personaggio di fronte alla perdita del lavoro e i legami con altri soggetti riguardano solo la ristretta cerchia familiare.
All'interno di questo modello culturale, il più diffuso entro il gruppo di disoccupati contattato (56.9%), il licenziamento sembra rappresentare la perdita complessiva di un sistema di appartenenza, dell'identità sociale e professionale e della capacità di incidere attivamente sul reale. La disoccupazione costituisce un processo estremamente depauperante per l'individuo che lo subisce, essendo caratterizzato da una serie di perdite (sicurezza, prestigio, potere) e dal tradimento da parte delle istituzioni ritenute responsabili del problema e della sua mancata soluzione. Tale processo viene rappresentato come ineluttabile e senza via d'uscita. Sono scarsamente presenti, in altre parole, aspetti che rimandano ad una possibilità evolutiva e al superamento della crisi ingenerata dalla perdita del lavoro. La responsabilità della disoccupazione tende ad essere attribuita a vaghe cause esterne: la disonestà dei politici, il disinteresse dello Stato. A questa dinamica appare anche legata la chiusura e l'inattività di fronte al problema. I Sindacati, il Ministero del Lavoro, gli Enti di formazione, sono percepiti come profondamente impotenti seppur interessati al problema della disoccupazione e al destino dei disoccupati, mentre il rapporto con i datori di lavoro tende ad essere definito alternativamente attraverso le categorie emozionali "abbandono e sfruttamento" o "presa in carico".
Nel complesso, dunque, all'interno di questo modello culturale, il principale contenuto atteso dalla relazione con il contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) sembrerebbe essere un processo affiliativo, cioè l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno. Diventano pertanto poco rilevanti gli elementi di competenza. Su un piano emozionale tale configurazione si muove, dunque, lungo l'asse gratificazione-persecuzione; gratificazione nel caso in cui il contesto-mercato e le istituzioni rispondono alle aspettative, persecuzione quando non vi rispondono.
«E' un operaio, un dipendente di un'azienda privata. Ha perso il lavoro per la chiusura dell'attività lavorativa, il signore è rimasto scioccato dalla notizia giuntagli dalla sera alla mattina, ha reagito con rabbia occupando l'azienda dove lavorava. Sta pensando come possa essere accaduto e sta riflettendo se una parte di colpa è pure sua, o se qualche avvisaglia che lui aveva intravisto in precedenza non era già il segnale di un disegno precedentemente avviato. Vedrà se sarà possibile inserirsi nuovamente nell'azienda dove lavorava sperando che sia una chiusura temporanea, intanto si avvarrà del sussidio di c.i. [cassa integrazione] e nel frattempo farà delle indagini per cercare dei posti di lavoro».
«Nicola ha famiglia con moglie e due figli, faceva il taglista e così facendo viveva distintamente. Nicola ha perso il lavoro per mancanza di commesse dell'azienda e facendo sciopero ha ottenuto la Cassa Integrazione. Nicola sta pensando che con i soldi della Cassa Integrazione non può vivere. Nicola in futuro sta pensando di fare la seconda attività.»
«Questo signore è un ingegnere dalla apparente età di 40 anni. Aveva messo su un'azienda per la produzione di materiale plastico. Ha perso il lavoro perché non ha saputo adeguarsi alla concorrenza del settore e ha trovato problemi alla collocazione del suo prodotto sul mercato. Di conseguenza ha dovuto licenziare tutto il personale dipendente. In questo momento sta pensando di mettere su un'altra attività cercando di aggiornarsi sulle nuove tecnologie. In futuro continuerà a fare l'imprenditore cercando di non fare gli errori fatti precedentemente.»
«Secondo me è un politico caduto in disgrazia. E' un grande idealista, che aveva, anzi ha ancora una grande influenza sulle masse. Ha carisma che ha lasciato segni, risultati nel sociale. Ha perso il seggio parlamentare perché non rieletto. Il perché di questa non rielezione è da ricercarsi nell'impostazione sbagliata della campagna elettorale. Ha reagito sportivamente accettando la sconfitta. In questo momento sta ripercorrendo mentalmente i suoi trascorsi, cercando analiticamente di trovare i punti dove intervenire per risalire la china, eliminando così i difetti o correggendo quelle azioni che lo hanno portato in disgrazia. Ritenterà la scalata al Parlamento. Innanzitutto si circonderà di un nuovo staff cercando di rinsaldare ancora di più i contatti con la base e principalmente con la struttura del partito. Studierà a fondo (e ne ha di tempo) un eccellente programma elettorale.»
L'apporto principale di questo lavoro è di avere evidenziato diverse culture della disoccupazione contribuendo al superamento delle suggestioni omogeneizzanti e riduzionistiche proprie dello stereotipo sociale gravido di significati negativi, di marginalizzazione e di deprivazione. A ciascuna cultura corrispondono, infatti, significati soggettivi diversi alla perdita del lavoro e modalità altrettanto diverse per affrontare la situazione. La relativizzazione dello stereotipo e l'articolazione del problema e dei soggetti coinvolti in forme diverse suggerisce che anche le modalità attraverso le quali il problema viene affrontato, soprattutto dal punto di vista della formazione e dell'orientamento, debbano essere altrettanto articolate e riviste in relazione alle modalità e alle diverse forme che assume la rappresentazione del problema.
I modelli culturali che abbiamo chiamato disperazione e rivendicazione, appaiono difensivamente istituiti entro il sistema di relazioni tra gli attori sociali per rimandare o impedire un confronto con il contesto-mercato in termini di adeguatezza/inadeguatezza, efficacia-efficien-za/inefficacia-inefficienza. E' probabile allora che nel confronto con questi modelli culturali, l'attuale configurazione dei dispositivi (normativi, formativi) organizzati con lo scopo di reinserire i disoccupati assistiti nel mercato del lavoro, risulti fallimentare, e gli obiettivi espliciti di reinserimento lavorativo vengano fagocitati da quelli, impliciti, di conservazione di una relazione volta a riprodurre impotenza e conflitto, corollari rispettivamente della dinamica della disperazione e della rivendicazione.
Riteniamo, in altri termini, che per quel gruppo di disoccupati che condividono un modello culturale della disoccupazione e della relazione con le istituzioni disperante o rivendicativo – l'81% del nostro campione – un intervento formativo di tipo colmativo (Avallone, 1987) che miri ad affrontare direttamente una carenza o una inadeguatezza delle capacità strumentali di base, culturali o professionali, sia di per sé insufficiente per ottenere un reinserimento nel processo produttivo basato su una mobilitazione delle risorse individuali. Allo stesso modo riteniamo che interventi basati sul cambiamento del self (cioè di comportamenti e atteggiamenti individuali piuttosto che di modelli culturali radicati nel sistema di relazioni tra gli attori sociali) miranti a fornire ai disoccupati assistiti competenze che ne favoriscano un processo autonomo di reingresso nel mercato del lavoro, siano anch'essi, per questo gruppo di soggetti, fallimentari. Tali iniziative infatti, piuttosto che essere colte come strumento di cambiamento, saranno percepite come inefficaci e inutili in quanto, ad esempio, non prefiguranti ab initio una prospettiva di reinserimento lavorativo "sicura", moltiplicando così il senso di impotenza e ineluttabilità della propria condizione; oppure, visto il loro carattere "obbligatorio", saranno vissute in modo persecutorio quale ennesima prevaricazione alla quale dover sottostare, contribuendo così a esacerbare ulteriormente la dinamica rivendicativa. Interventi rivolti a questo tipo di disoccupati che non prendano in considerazione la dimensione rappresentazionale collusivamente condivisa del processo di disoccupazione e i modelli collusivi del rapporto con le istituzioni e il contesto-mercato, rischiano paradossalmente di contribuire a riprodurre ancora una volta questi modelli culturali fondanti le dinamiche della disperazione e della rivendicazione.
Riteniamo che il nucleo centrale dell'intervento formativo vada individuato nel superamento delle rigidità e degli automatismi che caratterizzano le strategie attribuzionali proprie delle culture della disoccupazione disperante e rivendicativa. Proponiamo, in altri termini, il passaggio da un approccio formativo prevalentemente pedagogico ad uno di tipo psicosociale in cui assuma rilevanza la comprensione delle dinamiche soggettive e motivazionali e dei modi in cui gli individui si relazionano al loro contesto, mirando a relativizzare strategie di comportamento stereotipate, automatiche e standardizzate e favorendo piuttosto una tendenza all'esplorazione, all'analisi e alla ricerca. All'interno del complesso di questo tipo di modello formativo, fondato sull'analisi del rapporto tra individuo e contesto-mercato, riteniamo che ci siano alcune aree chiave che dovrebbero essere a nostro giudizio affrontate: