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I due occhi del migrare: emigrazione ed immigrazione


Il mio corpo
nato in un paese povero
è un verso cieco
senza memoria

Gezim Hajdari

Vorrei partire da un assunto: trovo non corretto definire gli spostamenti di uomini e donne secondo quella che ormai è divenuta la tradizionale distinzione tra emigrazione ed immigrazione, e quanto, altresì, trovo molto più realistico parlare di migrazioni. Se analizziamo alcune specifiche variabili del movimento migratorio viene spontaneo effettuare considerazioni quali:

  • generalmente partono per primi i “più avveduti”,
  • all’inizio si è quasi privi di un progetto migratorio che si delinea con il tempo,
  • i ricongiungimenti familiari vengono richiesti ed effettuati solitamente quando si prospetta il bisogno della scelta di restare.

La differenza è solo da ricercare nei tempi di maturazione delle fasi migratorie stesse. Un tempo occorreva circa un decennio, attualmente i tempi sono ridottissimi ed a volte, le stesse fasi, si sovrappongono perché oggi, più che in passato, intervengono “linee politiche locali” nelle diverse tappe del migrare.
In questo lungo iter che abbraccia l’Italia, nell’arco di un centennio, si intrecciano storie di uomini e donne che solitamente, per migliorare la propria condizione economica e sociale, ma anche politica, hanno lasciato la propria terra, spesso i propri averi e, sicuramente i propri affetti, di sovente senza più ritorno nei paesi natii.
Chi sono, da dove partivano, hanno poi trovato ciò che cercavano?
In questo piccolo paragrafo percorreremo, attraverso scritti autografi e interviste privilegiate: le loro storie, i vissuti nelle realtà d’origine, scoprendone i contesti socio economici e politici, vivendo con loro ansie e sogni, spesso, infranti da realtà dure e sconosciute con le quali ci si deve o ci si dovuto confrontare quotidianamente. Quali sono, perciò, gli elementi di diversità e quali invece quelli che accomunano le storie ed i percorsi di un emigrato italiano a quello di un immigrato straniero?
Se il nostro sguardo potesse ritornare indietro nel tempo leggerebbe in queste parole, o perché ricevute da un nostro parente, vicino o lontano, o da un nostro conoscente, qualcosa di familiare o meglio di incredibilmente contemporaneo. Si tratta di lettere di contadini emigrati, fra l’ottocento ed il novecento, in Brasile ed Argentina. Al di là del loro valore narrativo e letterario offrono un esempio straordinario del tipo di documentazione popolare.


Carissimo Padre,

dopo lungo viaggio alla fine arrivamo alle nuove terre scoperte dal nostro famoso Colombo(…)il 29 aprile partimmo(…) arivamo in Buenos Ajres il 1 giugno (…) il viaggio fu lungo, tribolati fortemente, ma arrivamo sanni. Ora vi darò le notizia di quest’america: a dirvele tutte sarebbero troppo longhe, ed ecco. La gente più infelice di questo mondo sono quelle povere famiglie che vendettero tutte le sue sostanze, in Italia per venire a tradirsi su queste terre. Vengono sclamati infelici da tutto il popolo, beffeggiati dimandandogli, se la provincia del Friuli anno impazzito, a venire su queste terre, e con che scopo sono venute con le famiglie, ora non sanno dove andare,perché le promesse furon false (…)

Lettera di Nanni Partenio (Rosario di Santa Fe -Argentina - 17giugno 1878).


Carissimo Fratello,

il giorno 24 gennaio ho ricevuto la tua lettera (…) io rispedisco un poco di denaro, e questo anticipatamente, perché abbiamo avuta molta pioggia: ma io qui sento nel quore li bisogni della mia famiglia. Ti prego che ti mi faci un grande piacere di rispondermi a cuelo che sto per chiederti. Fammi sapere casa è dei miei figli uno a uno. Pietro lo veggo e gli altri li sento nel cuore, cioè Giovanni e Angelo. Io non posso dalgi un bacio ma però daleo voi altri. E così fammi sapere della cara madre e dei miei fratelli e come sono andata la stagione. Ho saputo della discrazia della famiglia G. Fatemi sapere quanti ve ne sono venuti in America e quanti tengono le carte per venire (…) Caro fratello perdona se ho scritto male, ho voluto scriverla io.(…)

Lettera di Francesco Magro (Carmo de Cachoieira - Brasile- 3 febraio 1889)


Queste “vecchie” lettere contadine ci forniscono uno spaccato legato alla prova del fatto che l’emigrazione fu il frutto di un processo di espulsione, maturato a fine secolo e divenuto in Italia funzione permanente di un certo modello di sviluppo capitalistico (1).
E, infatti, l’emigrazione fuori d’Italia continua, fra alti e bassi, fino agli “60, quando il miracolo economico spinge, una nuova ondata migratoria fatta di uomini e anche di donne, dalle campagne verso le città, dal sud verso il nord del Paese ed ancora verso il Nord Europa.
Con la “femminilizzazione”, soprattutto in campo socio-economico, si apre, per noi italiani, anche il ciclo delle migrazioni guidate dai bisogni del mercato lavorativo di economie in sviluppo.
Il nostro Paese diventa meta di migrazioni dei paesi più poveri del mondo, non può sfuggire a questa condizione, come nessun altro paese sviluppato, eppure ci ha colto di “sorpresa”! Da paese esportatore di “braccia” e di “cervelli”, quest’ultimi ancora in cammino, ne siamo diventati importatori.
Epperò a differenza degli altri paesi europei registriamo una prima immigrazione al femminile (2) di provenienza dal Corno d’Africa, dalle Filippine e da Capoverde, facilitati dal breve ma funesto retaggio coloniale e dalle missioni cattoliche nei primi paesi di emigrazione verso l’Italia.


“Mi chiamo Janette, sono eritrea e sono qui in Italia dal 1975, lavoro come domestica in casa dei sig. R. I loro genitori stavano in Africa ed io parlavo con loro l’italiano.(..) Mi sono trovata bene subito, qui a Roma, grazie al mio parlare l’italiano, ma in patria ho lasciato il marito ed un figlio di 16 anni e tutti e due sono combattenti nel fronte popolare di liberazione Eritrea. I soldi che guadagno li mando a loro che lottano per la liberazione. (…) Un giorno anche io li raggiungerò (…)

“(…)L’Italia?So che ci vivo che abito a Roma ma chi l’ha mai vista questa città? Io mi alzo e lavoro in casa tutto il giorno: lavo, stiro, cucino e poi dormo.. poco. Dalla finestra della mia cameretta vedo la strada col sole, col buio, sento le voci della gente, le grida dei bambini (…) anche io ho lasciato i miei due bambini nelle filippine e ho lasciato anche i miei scolari (…) padre Mario mi ha aiutata ma non so quanto tempo riuscirò a stare qui seppellita per un pugno di soldi (…)


A questi si aggiungono i cittadini provenienti dai paesi della sponda del mediterraneo e, soprattutto, dell’area del Magreb che, grazie alla vicinanza, alla posizione geo-politica dello stivale, diventa un facile approdo ma anche un ponte per raggiungere altre mete. Crescono, infatti, le migrazioni legate unicamente alla situazione nel paese di origine. Si tratta di migrazioni, spesso “forzate”, determinate dalla povertà, dalla fame, dai regimi politici, dalle guerre, dal sistema di rapporti economici internazionali che continua a depauperare le ormai scarne risorse delle popolazioni di quei paesi, già sull’orlo della sopravvivenza.
Si potrà continuare a contrastare i nuovi arrivi con leggi severissime, combattere il fenomeno della clandestinità con misure di polizia ferree, ma essi continueranno a giungere.
Non è possibile né sbarazzarsi della presenza immigrata, né chiudere le frontiere. I provvedimenti derivano, spesso, da un’analisi frettolosa e limitata che si basa: la prima sull’illusione di utilizzare la manodopera straniera secondo i bisogni dell’economia nazionale, accogliendo o espellendo a seconda delle necessità del mercato del lavoro, dimenticando che non si tratta solo di manodopera ma di cittadini che con il loro back ground lavorativo, professionale e familiare si sono integrati nel nostro tessuto sociale. La seconda sull’illusione, di carattere puramente poliziesco, che ha come conseguenza immediata quella di alimentare la clandestinità e, di conseguenza, il lavoro irregolare, a vantaggio di quella parte di economia sommersa che utilizza la manodopera sottocosto, priva di garanzie legali e contrattuali (3).


“Cara madre,

ti scrivo solo oggi perché avrei preferito sentire la tua voce, ma non posso ancora permettermi una telefonata a casa. Tu hai fatto tanti sacrifici per mandarmi in Europa e non vorrei deluderti, ma la realtà è diversa. Quando sono sbarcato sono rimasto a lavorare nella campagne vicino Bari, al sud dell’Italia ma non mi pagavano abbastanza ed il lavoro era molto duro. I miei studi di ingegneria non sono serviti a niente e forse non serviranno mai in questo paese. Di ai miei fratelli più piccoli che è meglio che si trovino un lavoro in Costa d’Avorio, magari guadagneranno poco ma non saranno trattati come bestie.(…) I miei sogni stanno morendo perchè dopo mesi di duro lavoro i soldi che guadagno mi bastano solo per pagare una stanza con altri immigrati di paesi diversi che ho conosciuto qui.(…) Scusa se la mie lettera è un po’ triste ma io speravo di aiutarvi di più, che il mio sacrificio potesse ripagare me e voi, ma non è così. Perdonami lo sfogo ma è giusto che tu sappia la verità. Comunque ti invio con il padre di François questi soldi che sono riuscito a mettere da parte, sono 500mila lire, frutto del mio sudato lavoro(…)
Vi abbraccio, vostro figlio

Justin

(Justin k..cittadino della Costa D’Avorio- lettera che accompagna l’invio di soldi dall’Italia in patria – raccolta di documentazione di SOS Razzismo Italia)


Oggi l’Italia, grande paese di emigrazione, stima circa tre milioni di cittadini provenienti da paesi in via di sviluppo e, continua ad essere un caso anomalo rispetto agli altri paesi europei, proprio grazie a questi due occhi del migrare: centinaia di migliaia di cittadini italiani fuori d’Italia e cittadini di altre nazionalità che continuano ad entrare.
Negli anni ’70 si calcolavano appena 144mila unità ed in 35 anni di ingressi, regolati inizialmente solo con circolari ministeriali, siamo giunti a 2.786.340 presenze. Dopo Germania, Francia e Gran Bretagna siamo, attualmente, il quarto paese a più alto tasso di presenze immigrate (4). Con una presenza regolare di oltre il 40% di cittadini provenienti dall’EST Europeo, soprattutto rumeni; il 27,4% di provenienza asiatica, in particolare cittadini cinesi e filippini; l’11,4% è africano, con predominanza nordafricana, marocchina in primis; il 7,2% proviene, infine, dalle Americhe con il 3,2% latinoamericano: Perù, Equador, Colombia. E le donne? Nel contesto italiano la popolazione immigrata ha continuato ad assumere una connotazione al femminile. In base all’ultimo censimento del 2004 è donna oltre la metà, esattamente il 50,5%, dell’universo immigratorio.
Si tratta di un fenomeno, quello immigratorio nel nostro Paese, che denota stabilizzazione, ormai strutturato, che ha bisogno immediato di una politica organica.
Legislazione adeguata, campagne di sensibilizzazione ed informazione sul diritto di parità di trattamento, rappresentano la ricetta utile al difficile percorso dell’accoglienza, della convivenza, della solidarietà e del dialogo interculturale. Ma per promuoverle è indispensabile la partecipazione attiva degli immigrati ed il riconoscimento del diritto di cittadinanza.


Il mio nome è Josè, sono peruviano ed ormai anche italiano. Sono qui da oltre vent’anni. Ho lavorato, spesso al nero, ho studiato, in condizioni di disagio economico, ho lottato per leggi più giuste, da quella Martelli a quella Turco-Napolitano, poi è arrivata la Bossi Fini e ha distrutto tutti i diritti che avevamo conquistato in tanti anni. Ora dobbiamo ricominciare a lottare per ottenere i nostri diritti (…)

(…) sono iraniana, il mio nome non ha importanza, non l’ ha avuta per tanti anni, ora non mi sembra indispensabile presentarmi personalmente perché il mio caso non è unico. Quando sono arrivata in questo Paese scappavo da un regime autoritario e pur chiedendo asilo all’Italia non potevo essere riconosciuta rifugiata a causa della vostra legislazione. (…) L’ACNUR mi ha aiutata, poi l’abolizione della riserva geografica mi ha dato il riconoscimento (...) lavoro come interprete traduttrice e penso che oggi si debbano e si possano fare molte cose per i cittadini stranieri.

(…) Noi apparteniamo alla schiera degli ultimi arrivati in questo paese e penso che non siamo visti molto bene dagli italiani! Appena sentono che sono rumena storcono il naso, dicono che siamo troppi che c’è già tanta disoccupazione e che abbiamo portata molta delinquenza e prostituzione. (…)Io era laureata in lingue nel mio paese e qui mi sono qualificata in mediazione culturale, ho studiato la vostra storia e quando mi dicono che siamo troppi rispondo che anche gli italiani sono emigrati per migliorare la posizione economica ed i delinquenti c’erano allora come ora. (…) sono sicura che tutta l’incomprensione è dovuta all’ignoranza. Più si è ignoranti e più si è razzisti, occorre tanta informazione (…)


La condizione dell’Italia di oggi, tra migrazioni estere e migrazione interne, è veramente particolare ed a volte complessa e, riflette alcune delle vistose peculiarità e delle tangibili trasformazioni del Paese. In base al paese di provenienza, l’immigrazione italiana rappresenta, attualmente, una collocazione lavorativa differenziata e con una prevalenza di genere. Lo dimostrano i dati legati agli inserimenti lavorativi, che fanno emergere una forte concentrazione di alcune nazionalità, nel settore dei servizi alla persona ed in specifico nella collaborazione familiare.
Viene, pertanto, spontaneo chiedersi cosa è cambiato in tanti anni di presenza immigrata nel nostro paese? Leggi che ne regolamentano il fenomeno, ancora insufficienti; inserimento lavorativo qualificato, veramente scarso; integrazione sociale di adulti e minori, occorre incentivarla. In realtà l’Italia non si è mai dotata di una politica organica che affrontasse l’intero fenomeno. Nonostante ciò, esistono piccole isole felici, promosse ora da Istituzioni locali, ora da progettazione in materia migratoria che hanno fatto fiorire inserimenti socio-lavorativi ed educativi di notevole spessore. (5) E se le testimonianze, finora lette, ci offrono un quadro a “tinte spente” di vite, accomunate da uno stato di sfiducia e di difficoltà di inserimento nella nuova realtà, sia che si tratti di emigranti lontani nel tempo, sia di immigrati di prima generazione nel nostro paese, le ultime voci, qui impresse, ci regalano un’immagine positiva fatta di emozioni, riscosse, speranze e attese di vita che lasciano sperare ad una realtà multiculturale interattiva, nella quale le persone e le culture, ad esse collegate, si interscambiano in una diversità arricchente.


Mi chiedono spesso come ho fatto a creare questo locale dal niente. Ho lavorato, ho lavorato così tanto che pensavo che il mio corpo mi abbandonasse prima o poi e invece anche se da sola e con un figlio da mantenere ci sono riuscita.(…) Quando sono venuta in Italia, a seguito delle continue violenze subite da mio marito, mi sono ritrovata in un paese straniero, senza nessun punto di riferimento, senza soldi e con un bambino. Mi sono buttata a capofitto ed ho cominciato come lavapiatti nei ristoranti, dove ho anche imparato a cucinare.(…) Non saprei dirti quante ore al giorno ho lavorato e lavoro, mi spavento da sola a contarle! Oggi sono riuscita ad aprire il mio ristorante dove faccio la mia cucina e dove offro la nostra danza del ventre (…). E’ sempre affollato di italiani che prenotano regolarmente(…) Mio figlio ha fatto l’alberghiero. Ora è grande, ha 19 anni e insieme gestiamo il locale. Io, però, continuo a lavare i piatti nell’altro ristorante, quando il mio è chiuso (…).

(…) ma che stai a scherzà?Io so italiano, so nato qua! Mi chiamo Marcello! (…). Lo so che so nero ma pure tu sei abbronzata! (…) Io so andato a Copoverde che sono isole bellissime, anzi ci vado tutte le estati con mamma, in vacanza, ma la mia patria è l’Italia, ho un sacco di amici che mi vogliono bene e anche la ragazzetta a Ostia. (…) poi mi voglio laureare, qui dove sono nato, e lavorare come architetto. Nel paese di mia madre ci continuerò ad andare sempre, mi piace, parlo anche la lingua, ma solo in vacanza!


Note:

  1. Merica! Merica! Di Emilio Franzina – Feltrinelli Editore
  2. L’essere donna immigrata in Italia – di A. Scalzo – SOS Razzismo
  3. Una ricerca quattro paesi – di A. Scalzo – SOS Razzismo
  4. Storie invisibili – UIS Lazio
  5. Eto lele – prevenire consigliando – minori stranieri – UIS Lazio

Di Angela Scalzo

Biografia:

Angela Scalzo: Giornalista pubblicista iscritta all’ordine dal 1983

  • Diploma di Master per Ufficio Stampa – Napoli –Accademia Per Le Ricerche- 2001
  • Master in Igiene mentale Transculturale Università La Sapienza di Roma – cattedra di Psichiatria Transculturale - novembre 2001 – novembre 2002
  • Antropologa socio-sanitaria – Master – Accademia Per Le Ricerche – Napoli 2001.
  • Ricercatrice sociale dal 1977 presso il Centro Studi e Pianificazione Economica, (1976/ 1977), e presso l’Istituto Ferdinando Santi, (dal 1980/1995), dove ha svolto attività di ricerca su tematiche riguardanti gli Italiani all’estero e gli stranieri in Italia, per conto del Ministero del Lavoro Dir. V OAPL.
  • Direttore responsabile del periodico la “Cina in Italia”. Già direttore del periodico dell’emigrazione “Presenza italiana all’estero”; del mensile dell’immigrazione “Job Magazine”.
  • Socio Fondatore di SOS Razzismo Italia, ricopre la carica di Segretario Generale dal 1989. Vice presidente della Federation International SOS Racisme dal 1996.
  • Presidente dell’Associazione di volontariato sociale, rivolta alle fasce deboli del nostro mercato del lavoro, UIS Lazio (Unione Italiana Solidarietà) dal 1996.
  • Coordinatrice CSI (Centri Servizi Immigrazione) di Monterotondo e di Morlupo – Capitale Lavoro - Provincia di Roma dal 2004.

Pubblicazioni:

  1. Immigrazione straniera in Italia. Possibilità di intervento programmato dei lavoratori stranieri nei loro paesi, nel quadro di una politica socio-economica. Santi editrice 1982 – Ministero del Lavoro.
  2. L’immigrazione in Italia:Comunità straniere a confronto. CNEL 1988
  3. Il lavoro delle donne immigrate e l’orientamento professionale come processo di formazione e crescita. Santi Editrice 1991 – Min. Lavoro
  4. Immigrazione straniera in Italia. Possibilità di intervento programmato dei lavoratori stranieri nei loro paesi, nel quadro di una politica socio-economica. Santi editrice 1982 – Ministero del Lavoro.
  5. Presenza immigratoria in Italia:metodologie didattiche, fabbisogni formativi e nuovi residenti. Santi Ed. 1991 – Min. Lavoro
  6. Nuovi residenti fra le categorie drop – out e relativi fabbisogni formativi. Santi Ed. 1993 – Min. Lavoro
  7. Immigrazione straniera in Italia. Possibilità di intervento programmato dei lavoratori stranieri nei loro paesi, nel quadro di una politica socio-economica. Santi editrice 1982 – Ministero del Lavoro.
  8. Condizioni socio economiche e finanziarie dei cittadini non comunitari presenti nella regione Lazio. Reg. Lazio 1994.
  9. Donne immigrate e mercato unico europeo: analisi e proposte per una parità di opportunità e di condizioni di lavoro. Comm. Pari Opp. Min. Lavoro 1995.
  10. Antirazzismo ed Istituzioni. Edito da SOS Razzismo Italia 1995.
  11. Interculturalismo e minori. SOS Razzismo Italia e Comune di Roma 1996.
  12. Immigrati e Lavoro: Pari opportunità e pari meccanismi di incentivo attraverso la formazione. – Edito dall’Istituto Santi per il Ministero del Lavoro – 1999
  13. Eto Lele: Prevenire consigliando. Minori stranieri a rischio di devianza. Coautrice con F. Scalzo - Edito dalla UIS Lazio – patrocinio Prefettura di Roma – 1999.
  14. Storie Invisibili: Orientamento psicosociale a transessuali e prostitute minorenni. Coautrice con F. Scalzo – Edito dalla UIS Lazio – patrocinio Comune Roma V Dip.to – 2001.
  15. InterCOLF: Ricerca-azione sul lavoro domestico immigrato e formazione rivolta ai collaboratori domestici di diversa nazionalità a Roma. Comune di Roma Ufficio delle politiche della Multietnicità – Comitato Chances – 2005(in pubblicazione).