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E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che
tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell’apartheid come i razzisti
di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.
Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno
organizzato un concerto per portare un po’ di dignità a una terra in ginocchio. E l’altra sera mi hanno chiamato di
notte.
Checco che aveva seguito l’organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene,
“ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell’edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!”.
Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza
che chiudeva gli “Stati generali della scuola del Sud”, al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per
anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l’Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo
angolo sperduto dove quasi due mesi prima c’era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non
ghanesi, ivoriani o del Togo.
In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa
si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l’imprenditore Domenico Novello, un morto innocente, nativo di
queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam
Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al
potere dei clan, è stato per me un enorme dolore.
Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella
sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l’arcivescovo Desmond Tutu.
Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli
sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l’attenzione e l’adesione, il sentirsi
chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani. E non con l’isolamento, con la noncuranza, con l’ignoranza
reciproca.
Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad
essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica “rainbow nation”, nazione arcobaleno,
lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il
bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno.
Se c’è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente,
tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci,
vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una
loro realtà che viene chiamata Soweto d’Italia. È morta mentre cercava di abbattere un’altra township col mero suono
potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l’Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua
gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure,
la rabbia della fratellanza.
(Copyright 2008 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
Fonte: Repubblica.it
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