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Immigrazione: integrazione e pari opportunità
Governare lImmigrazione?
Ma senza regolamentare i diritti umani.
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In un momento particolarmente difficile per il nostro Paese limmigrazione viene percepita come un problema
aggiuntivo, se non come una condizione aggravante di uno stato generale di malessere e disagio. Per questo non sono
pochi quelli che si illudono di affrontare radicalmente la questione pensando di poter bloccare il fenomeno o almeno
contrastandolo in ogni modo, altri invece, più costruttivamente cercano di governarlo, proponendolo in termini di
integrazione e pari opportunità.
Ne risulta in ogni caso nellopinione pubblica una percezione sbagliata per due motivi: prima di tutto
limmigrazione viene presentata alla nostra attenzione come un fatto di per sé negativo, di cui si sottolineano
alcuni aspetti peculiari, poi si dà limpressione che sia essa a determinare lemarginazione, che é quindi
del tutto accidentale rispetto alla realtà del paese.
Le cose stanno ben diversamente: questo fenomeno negli anni novanta non ha fatto altro che evidenziare, mascherandola,
una questione storica: quella dellintegrazione e delle pari opportunità che, pur ponendosi in termini nuovi,
non è affatto tale nella nostra società, anzi risulta un male cronico ed endemico per sua natura strutturale.
Non a caso le istituzioni portanti della nostra organizzazione sociale sono ancora caratterizzate da una logica
discriminatoria tipica di una società esclusiva: scuola, giustizia, sanità, restano ancora prevalentemente funzionali
agli addetti ai lavori piuttosto che agli utenti. E leredità dello stato corporativo per la quale, in nome
dellautonomia, tali istituzioni sono autoreferenti e per questo ingovernabili: la scuola produce emarginazione,
la spesa sanitaria e fuori controllo, la giustizia un labirinto inestricabile.
In questo contesto limmigrazione non ha fatto altro che rinnovare ed accentuare antiche contraddizioni aggiungendo
nuovi protagonisti alla tragedia della discriminazione; e uno scenario dove alcuni mirano a pescare nel torbido
ed altri, giustamente si preoccupano di non accentuare i conflitti.
Da questo quadro sono scaturiti atteggiamenti e scelte, spero inconsapevolmente, di profilo basso, che ben difficilmente
sono in grado di offrirci soluzioni positive, nella misura in cui avallano analisi scorrette e atteggiamenti
discriminatori.
Facciamo un esempio: e stato detto e sottolineato che limmigrazione in Italia si attesta solamente intorno
al 2% della popolazione. Probabilmente qualcuno avrà tratto avuto motivo di rasserenarsi, noi no. Tuttaltro!
La dignità umana e valutata secondo parametri statistici: gli immigrati sono pochi, quindi il problema è di lieve
entità. Si dà per scontato che immigrato sia sinonimo di disagio.
Si è detto pure che costituiscono una risorsa insostituibile e creano posti di lavoro, considerazioni di tipo
prevalentemente economico-produttivo che sfatano alcuni luoghi comuni ma che di per sé non modificano un approccio
riduttivo: se gli immigrati sono una risorsa, luomo viene ridotto alla sua valenza economica e valutato sulla
base della sua produttività! Il che crea le premesse per tutta una serie di discriminazioni a partire dal lavoro.
Insomma per evitare una guerra tra poveri si rischia di peggiorare le condizioni di chi già sta peggio!
E evidente che per questa via non si può arrivare al nocciolo della questione: dar vita ad una società fondata
sul pieno rispetto dei diritti umani e il riconoscimento di una dignità umana intesa come diversità e complessità e,
soprattutto, non si mette lopinione pubblica in condizione di rendersi conto che quello delle pari opportunità e
della libera integrazione degli immigrati non è un problema che riguarda una minoranza ma è la condizione che determina
la qualità della vita sociale dellintera collettività.
Per fare questo occorrono un impegno costante e una coerenza di cui purtroppo non sempre abbiamo dato prova, la difesa
dei diritti umani non sembra condotta del tutto coerentemente e in modo disinteressato: la sensibilità di noi occidentali
aumenta quando si tratta di garantire la competitività delle nostre merci, denunciando lo sfruttamento del lavoro
minorile, delle donne o in nero, nei paesi in via di sviluppo, ma si attenua quando riguarda le nostre aziende e viene
meno quando si riferisce alla libera circolazione della forza lavoro. Cè dunque il legittimo sospetto che spesso
ci si preoccupi solamente di evitare che la differenza tra i costi del lavoro risulti determinante per la concorrenza.
Altri due temi,spesso tirati in ballo, inadeguatamente, sono quelli del villaggio globale e dellUnione Europea.
Esiste un villaggio globale e presenta indubbi vantaggi ma pone anche grandi problemi: tra questi, quello
dellimmigrazione che mette a disposizione nei paesi occidentali nuova forze lavoro, indispensabile in concomitanza
con il crollo demografico ma,soprattutto più malleabile e flessibile in altre parole meno garantita - e quindi
più redditizia o se volete spendibile sul mercato. In proposito iI dato di fatto più grave e sempre taciuto, è che non si
sa bene come determinare le regole di questo villaggio,in un momento di riassetto degli equilibri politici
internazionali e di ridefinizione delle competenze tra gli stati nazionali e i nuovi soggetti internazionali: non si
dice che, al di la di alcuni aspetti, prevalentemente commerciali, questo villaggio non è globale per niente, e
soprattutto non per tutti; anzi rappresenta per alcuni una sorta di nuova frontiera dove è possibile sottrarsi alle
regole e alle responsabilità sociali alla base delle moderne democrazie postindustriali.
Nel villaggio globale della comunicazione e delleconomia, peraltro rigidamente regolamentato dal WTO, non solo
non è affatto garantita la libera circolazione di tutti i fattori della produzione ma soprattutto vigono diverse
condizioni e diversi rapporti di potere tra capitale e lavoro.
Ancora una volta il liberalismo, nato per liberare la borghesia, indulge alla tentazione di liberarsi non solo
allossessione della solidarietà ma persino della responsabilità sociale.
Un altro elemento che in Italia complica il problema è dato dal fatto che facciamo parte dellUnione Europea, cioè
di un soggetto politico ancora in costruzione, certamente caratterizzata da profonde diversità storiche e culturali ma
anche da altrettanto profondi squilibri, che spesso alimentano resistenze e sospetti che ne rallentano lo sviluppo e ne
condizionano lidentità.
Questo è probabilmente il motivo per cui si tende ad enfatizzare gli aspetti positivi del processo di unificazione,
anche sottovalutando quelli negativi, e la ragione per cui troppo spesso viene valutata positivamente ogni forma di
integrazione,prescindendo dai contenuti e dai significati che finisce per dare alla qualità della vita collettiva.
Di fatto lUnione si va configurando come soggetto burocratico piuttosto che politico, come luogo dove tendono a
defilarsi le responsabilità dei governi nazionali e a riproporsi antichi privilegi e storiche
discriminazioni immunità parlamentare -
Insomma è evidente che lunione è erede non solo della rivoluzione francese ma anche delle moderne società
industriali totalitarie.
Il nostro Paese, per la sua posizione geografica è, ancora una volta nella sua storia, crocevia di popoli e culture,
meta di unimmigrazione di transito, che legittima le preoccupazioni e le pressioni degli altri partners europei:
per noi si tratta di affrontare la questione senza rinunciare alla nostra identità, che vanta una secolare
tradizione umanitaria e una cultura giuridica particolarmente sensibile allanalisi sociologica e che, in questo
ultimo scorcio di secolo, si è arricchita dei valori della democrazia moderna.
Un approccio europeo al problema è certamente lunico che praticabile ma deve saper garantire questa sensibilità e
questo patrimonio culturale a scapito di suggestioni che, per quanto diffuse, per noi restano non civilmente
condivisibili. La scelta di intraprendere la difficile strada del governo dellimmigrazione quindi non solo è
condivisibile ma anche apprezzabile a condizione che si tengano ben presenti i pericoli ai quali si va incontro. Il più
evidente è quello di alimentare illusioni, il secondo quello di rendere particolarmente complicata una materia che è di
per sé terribilmente complessa. Cadendo, e questo è ben più grave, nella regolamentazione dei diritti umani.
In merito al primo sarà bene non illudersi sulla effettiva possibilità di arginare il fenomeno a breve e medio termine
senza una strategia di intervento preventiva che sappia incidere sulla situazione politica ed economica dei paesi di
provenienza. Su questo siamo tutti daccordo ma cè da chiedersi: tale strategia è sostenibile? In che misura?
Cè una volontà decisa e diffusa? Ci sono dei centri decisionali? Ci sono interessi contrastanti? Che potere hanno?
Quanto siamo disposti ad investire in questa sfida?
E in ogni caso evidente che,fino a che non verrà modificato lattuale configurazione del villaggio globale,
il fenomeno delle migrazioni non solo non e destinato a diminuire dintensità ma addirittura ad accentuarsi!
Cè qualcuno che crede che sia possibile tenerlo sotto controllo realmente? Cè qualche paese dove si è
riusciti nellimpresa? O piuttosto in tutto il mondo occidentale si vuole tranquillizzare a tutti i costi la parte
più debole dellopinione pubblica millantando successi fantasiosi? Ma a quale prezzo in termini di legalità e
qualità della democrazia?
Realisticamente occorre essere consapevoli che il fenomeno è nel mondo contemporaneo inevitabile, così come lo è sempre
stato nella storia dellumanità ogni volta che si è verificato. La differenza é che in passato, in società fortemente
omogenee e statiche, esso ha spesso assunto i caratteri delleccezionalità e cronologicamente si è verificato in
periodi circoscritti, mentre oggi è senza soluzione di continuità: nelle società pluraliste, inclusive, dinamiche la
mobilità degli individui, dei ceti, delle popolazioni non è affatto un fenomeno patologico o accidentale ma costituisce
la caratteristica peculiare di questo modello sociale.
Va inoltre tenuto presente che nemmeno le dittature più ferree sono mai riuscite ad ingessare completamente
unintera società.
Oggi, a dieci anni dalla caduta dellultimo muro che divideva inutilmente lEuropa è pensabile di alzare altri
muri?
Il secondo pericolo è che, ogni azione di governo, a livello locale, nazionale e comunitario, non tenendo presente
questo scenario, aggravi i termini del problema invece che risolverlo. Ciò vale in modo particolare per noi:
lidentità di questo lItalia presenta ancora forti caratteri di schizofrenia: convivono, per ragioni storiche
e politiche, un Paese legale ed uno reale. Uno dei motivi di questa disfunzione,come è stato giustamente sottolineato
da più parti, è una sorte di ansia legislativa che,ignorando lapproccio sociologico ai problemi, fa proliferare
leggi e regolamenti con effetti devastanti Eppure siamo tutti daccordo sul fatto che un eccesso di legiferazione
produce ed accentua lillegalità. Di fronte a fenomeni sociali spontanei e naturali, quindi inevitabili e
difficilmente governabili e sono poi quelli che modificano più profondamente il tessuto sociale - dovrebbe
prevalere una visione globale e lungimirante, nella quale, ragionevolmente, non può non essere presa in considerazione
la valutazione dellimpatto determinato dallazione legislativa, con particolare attenzione
allindividuazione del male minore, evitando di cadere in ingenue tentazioni proibizionistiche di per sé troppo
spesso controproducenti. Invece ricadiamo sempre nello stesso errore, figuriamoci poi quando in questa direzione siamo
addirittura sollecitati dallUnione europea!
Un esempio: perché il permesso di soggiorno deve essere legato al possesso di un contratto di lavoro o alla documentata
disponibilità di un alloggio?
Pur risultando comprensibili le ragioni che motivano questi provvedimenti - ma sono gli immigrati che devono farsi
carico dellevasione contributiva e fiscale? - bisogna rendersi conto che essi non fanno che aggravare la loro
posizione e creare un terreno favorevole allillegalità e alla corruzione, dando lillusione, ed
è leffetto peggiore, che la soluzione legale dei problemi sia di per sé quella reale e che questa coincida con la
burocratizzazione della società.
Può bastare un provvedimento legislativo a rimuovere malessere e disagio? O piuttosto occorre percorrere altre vie,
affrontando in ogni caso i problemi globalmente, senza farli pesare ulteriormente solo su alcune parti sociali?
Ma il nodo vero della questione è la cittadinanza che si configura come lultimo privilegio legato alla nascita
sopravvissuto nelle società occidentali a scapito della responsabilità sociale. In proposito va evidenziato che tale
diritto, nella sua evoluzione storica, pur risultando un privilegio territorialmente individuato allinterno di
società statiche ed esclusive,non è mai coinciso e ancora non coincide di per sé con il pieno godimento dei diritti
umani. Basti pensare alla pena di morte.
Tuttavia va pure sottolineato che, in passato, anche questa condizione sociale è sempre stata legata a qualche forma
di responsabilità e,in caso di inosservanza, ha sempre potuto essere sospesa o revocata,nel mondo contemporaneo invece
tende a risultare un dato acquisito per nascita e sempre fuori discussione.
I diritti umani, al contrario, non corrispondono ad una condizione di privilegio, non sono territorialmente
circoscrivibili e non possono essere limitati o regolamentati perché coincidono con lindividuo e ne sanciscono
la dignità: ogni uomo ne è portatore, ovunque si trovi o si rechi.
Non è dunque pensabile che le istituzioni politiche, locali, nazionali e sovranazionali possano limitarli senza violare
i principi della democrazia moderna e costituire un abuso!
Non si tratta di una disquisizione di ordine etico, ma di una questione morale di cui occorre sottolineare gli aspetti
pratici che sono di importanza vitale.
Un esempio per tutti: in un Paese poi come lItalia, una repubblica fondata sul lavoro, come é stato possibile
concepire lidea che un essere umano, Homo faber, possa e debba chiedere il permesso di lavorare? Come si è potuto
concepire che questo venga subordinato a quello di soggiorno? Ammesso e non concesso che il diritto alla mobilità possa
essere limitato, come si può ostacolare laccesso al lavoro di chicchessia,senza creare discriminazioni ed
illegalità?
Negare laccesso al lavoro vuol dire negare la possibilità di vivere nella legalità!
Governiamo dunque limmigrazione, per quanto possibile, ma non sottoponiamo a regolamenti i diritti umani,
altrimenti il rimedio sarà peggiore dei mali!
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