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Haider: il falso problema


Non si sa se per disegno della divina Provvidenza, ma la vecchia Europa, e il Bel Paese in particolare, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi si sono sempre distinti nell’Occidente per il tenace attaccamento ad una tradizione autoritaria, che ha prodotto regimi dittatoriali alle cui fortune il Cattolicesimo ha dato un contributo certamente non secondario, più o meno esplicito nelle diverse circostanze.

Nonostante ciò nelle nostre scuole spesso si dibatte del rapporto tra Calvinismo e sviluppo del capitalismo, mentre nessuna attenzione è posta alla compatibilità tra democrazia e cattolicesimo.

E’ forse un caso che siano ricorrenti le figure della destra illiberale e conservatrice, o addirittura reazionaria, che si rivolgono alla Chiesa cattolica per legittimare il loro ruolo e le loro posizioni?

Comunque stiano le cose si é trattato di personaggi più o meno significativi nessuno dei quali tuttavia ha avuto il consenso e soprattutto il rilievo dato ultimamente alla figura di Haider.

Perché proprio a lui tale fortuna? E, soprattutto, perché la stampa e l’opinione pubblica non si pongono questa domanda?

Infine perché in Europa proprio il Cattolicesimo ha dato e continua a dare credito a tentazioni e suggestioni autoritarie?

La prima considerazione da fare è forse la più ovvia: in quest’ultimo decennio abbiamo assistito a grandi cambiamenti che hanno accentuato la gravità di alcuni problemi e ne hanno posti nuovi, non meno drammatici e significativi mentre sono profondamente mutati gli scenari politici ed economici planetari. Povertà, ignoranza, violenza, sfruttamento, pressione demografica, inquinamento, emigrazione costituiscono una miscela esplosiva che alimenta, nelle più diverse parti del globo, conflitti ricorrenti, più o meno degni dell’attenzione dei media, E il crollo dell’Urss e la caduta del muro di Berlino hanno posto fine alla contrapposizione tra Est ed Ovest:il blocco comunista si è sgretolato, l’Occidente ha perduto l’originaria compattezza e gli Usa trovano difficoltà a rinnovare la loro leadership.

Il vecchio strumento ideologico, quello anticomunista, non funziona più, il nuovo, quello dei diritti umani, stenta ad affermarsi.

Così mentre il capitalismo nei paesi dell’Est rivive le spietate stagioni delle origini o altrove quelle della prima rivoluzione industriale, l’Unione Europea ed il Giappone appaiono più autonomi e intanto vaste aree del pianeta sono alla ricerca di un nuovo assetto politico ed economico: la penisola Balcanica in Europa, il Medio Oriente, tutta l’Africa.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: una lunga e dolorosa stagione di assestamento che, in Occidente, può coincidere con una pericolosa involuzione politica, soprattutto in quei Paesi dove le radici della democrazia sono esili e operano istituzioni ed interessi estranee o antagoniste a questa cultura.

Anche lo scenario economico, in quest’ottica, è certamente preoccupante: per effetto della globalizzazione la dimensione planetaria di alcune imprese richiede una sempre maggiore apertura ed estensione dei mercati. Se è vero che il fenomeno, sicuramente complesso, costituisce una grande innovazione, ricca di opportunità ma anche di incognite, non meno certo è il fatto che la sua portata reale viene spesso enfatizzata per considerazioni di prevalente ordine politico. In verità,ancora oggi, la concorrenza internazionale si decide sull’innovazione tecnologica solo in alcuni settori di punta, per tutti gli altri - e su scenari ridotti - non è di minore importanza l’omologazione dei sistemi produttivi, soprattutto in relazione alle risorse umane, alle condizioni della forza lavoro.

In altri termini il costo della manodopera, a parità di livelli tecnologici, risulta ancora l’elemento determinante della redditività delle imprese molto di più di quanto si voglia far credere e la estrema mobilità dei flussi finanziari ne è la riprova. D’altra parte é pur vero che alla libera circolazione delle merci tende sempre più a corrispondere – inevitabilmente - una libera circolazione della mano d’opera per una singolare coincidenza di interessi tra datori di lavoro, che vogliono corrispondere salari più bassi, e disoccupati alla ricerca disperata di lavoro.

Per l’Occidente si pone dunque non solo il problema di salvaguardare un tenore di vita elevato ma soprattutto, di riaffermare la qualità della democrazia tutelando i diritti dei cittadini e le conquiste sociali acquisite dai lavoratori.

Per raggiungere l’obiettivo occorre puntare, da un parte, sulla ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, dall’altra sull’affermazione dei diritti umani su scala planetaria.

Si tratta di due sfide la cui importanza è interdipendente: è chiaro che quanto meno è efficace la ricerca tanto più importante è l’affermazione dei diritti umani nei paesi invia di sviluppo. (Di qui l’impegno differenziato su questi temi, nelle diverse aree geografiche).

E’ inoltre evidente che, se non si fa ricerca e non si ha la forza di promuovere tali diritti in modo uniforme "sul mercato globale ", nasce inevitabile l’illusione che, per non perdere terreno e sopravvivere, il progressivo smantellamento dello Stato sociale o la repressione dei lavoratori sia l’unica via praticabile, anche a costo di svuotare di contenuti reali le istituzioni democratiche, suggestione poi rafforzata dal fatto che i Paesi in via di sviluppo, proprio per la stessa logica, non possono permettersi né ricerca né emancipazione, a meno di impopolarissimi sacrifici, particolarmente onerosi e prolungati nel tempo e spesso accompagnati da una militarizzazione della società civile.

In questo contesto, L’Europa - e l’Italia in particolare - di fronte al gap tecnologico che le divide da Usa e Giappone, sono certamente in grande difficoltà, per questo colgono nella globalizzazione anche una formidabile occasione per rimettere in gioco gli equilibri interni - istituzionali, politici e sociali- ridimensionando i diritti acquisiti e limitando o dilazionando all’infinito il riconoscimento reale di quelli umani, pur sempre proclamati ed invocati per il resto del mondo.!

Di qui scaturiscono nuove strategie di esclusione, che reprimono i diritti individuali a vantaggio di quelli corporativi, calpestano i diritti umani in nome di quelli di cittadinanza e danno vita ai nuovi volti dell’emarginazione. Siamo di fronte al neorazzismo, quello istituzionale che, al contrario di quanto avviene nelle società autoritarie, si propone come contraddittorietà e incoerenza rispetto ai valori fondamentali ai quali si ispira la nostra democrazia. Tutto ciò non avviene per caso ed è possibile cogliendo l’opportunità offerta dall’immigrazione, che consente di reintrodurre meccanismi di discriminazione politica e sociale là dove erano stati superati o limitati, o di accentuale la gravità di tali fenomeni là dove ancora persistono. Inoltre tale operazione non può che procedere gradualmente, nel tempo e nel corpo sociale; si tratta di praticare in sequenza una sorta di anestesia locale ai diversi settori della società: si distingue tra anziani e giovani, occupati e disoccupati, uomini e donne, italiani e immigrati, regolari e clandestini, per finire con la discriminazione tra non musulmani e musulmani, secondo la vecchia e consolidata pratica del "divide et impera".

La condizione perché l’operazione risulti credibile è ancora una volta l’ambiguità: si all’immigrazione ma a certe condizioni - che nei fatti coincidono con la pratica dello sfruttamento, resa possibile dalla discriminazione attuata in nome e attraverso la negazione dei dritti umani.

Ma se questi sono le strategie che corrispondono all’incapacità di dare risposte innovative, quali sono gli attori di questo processo, che rappresenta una vera e propria malattia delle democrazie europee? Evidentemente tutti quei soggetti e quelle istituzioni che, di fatto, risultano ostili od estranei o strutturalmente incompatibili con la vita democratica. E’ un po’ quello che succede in un organismo gracile che, non del tutto guarito, ha mantenuto in sé un virus addormentato capace, in particolari circostanze, di risvegliarsi e di recuperare progressivamente tutta la sua virulenza.

E quale democrazia in Occidente si è rivelata più fragile di quella italiana minata alle radici da un secolare clericalismo, da un liberalismo illiberale, condizionata dai postumi del Fascismo - informazione, scuola, economia, legislazione - suggestionata dalle chimere del Comunismo sovietico.

Quale è cresciuta più faticosamente nei momenti più delicati, nelle fabbriche, nelle piazze, in tutta la società civile, attraverso l’impegno diretto piuttosto che la delega parlamentare?

Nessuna meraviglia dunque che chi aveva perduto ruolo ed incisività abbia sempre potuto meditare la grande rivincita e che questa sia a portata di mano proprio dopo la fine della cosiddetta Prima Repubblica e sullo sfondo dei nuovi scenari internazionali.

Una cosa é certa: al di là del gioco delle parti, non può non esserci una regia unitaria che persegue un preciso obiettivo: la restaurazione di un nuovo ordine mondiale che, in nome di una prospettiva globale, reintroduca anche in Europa un sistema autoritario e repressivo, prendendo spunto e pretesto dal fenomeno dell’immigrazione.

Non ha forse affermato l’Unto dal Signore che la differenza tra il "Senatur" e gli alleati sta tutta e soltanto nella Parola? Il che vuol dire che c’è un blocco sociale costituito da imprenditori, minima borghesia e sottoproletariato che, a partire dalla xenofobia, intende costruire nuove opportunità di sfruttamento e di repressione sulla pelle di vecchi e nuovi esclusi.

E’ chiaro che un modello sociale di questo tipo non può certo fondarsi sulla legittimazione e sul consenso derivanti dal rispetto dei principi di non esclusione alla base della democrazia.

Nessuna meraviglia dunque se non ci sia alcuna prospettiva di diritti politici per gli immigrati e si accentuino invece limitazioni anche di quelli civili a mala pena concessi. Vedi le schedature sanitarie!.

Niente di nuovo allora se l’organizzazione del consenso passa ancora una volta anche attraverso canali non istituzionali !

In che consiste la sorpresa per questo incontro? Perché non risulta evidente il motivo per cui il Papa lo accoglie, a conclusione del Giubileo e all’inizio del nuovo millennio? Mezzo secolo dopo che Fascismo e Nazismo ci hanno insegnato a quali tragici esiti conduce il Razzismo!

Da una parte Haider, che non si propone più apertamente come razzista e in ogni caso non accetta nemmeno di essere definito xenofobo,- risponde all’esigenza diffusa di superare la contraddizione tra valori affermati e praticati, recuperando un ruolo e legittimità politica all’interno di un quadro istituzionale che aveva precluso ogni spazio all’estrema estrema destra.

Dall’altra il Vaticano che, nonostante una sempre maggiore invadenza nelle istituzione e nel Paese legale, in realtà perde sempre più incisività in quello reale. In questi ultimi anni l’ingerenza clericale, avvertita con indifferenza ed insofferenza a secondo delle circostanze, è sempre stata inequivocabilmente percepita e vissuta come tale non soltanto dai laici ma anche e soprattutto dai cattolici, che sanno benissimo di operare in un contesto di valori che non ammette alcuna forma di integralismo e che quindi vorrebbero modificare tale cornice recuperando un loro un ruolo istituzionalmente riconosciuto.

Del resto il crollo della Democrazia cristiana ha costretto le gerarchie vaticane ad una maggiore visibilità proprio per colmare il vuoto creato dalla perdita di immagine e di credibilità della cultura politica cattolica.

E tutto questo nel villaggio globale della comunicazione, che evidenzia l’anomalia italiana in un contesto di democrazie laiche dove ogni cittadino sa che è tipico dell’integralismo religioso pretendere di tradurre in legge dello stato convinzioni e verità di fede. Nel mondo cristiano è poi peculiare del cattolicesimo la pretesa di sottrarre all’individuo ogni libertà morale ed ogni responsabilità di scelta normativa, con effetti vincolanti anche sui non credenti.

Eppure non c’è dubbio che la società italiana, in questa seconda metà del secolo, abbia percorso passi da gigante sulla via della laicizzazione: libertà di pensiero e di comportamento, nonostante quanto si vorrebbe far credere, sono ormai saldamente radicate nella coscienza e nei costume e si sono tradotti in leggi ed istituzioni. La Chiesa cattolica invece risulta ancora strutturata secondo il modello più coerente di organizzazione dell’esclusione, ed é certamente l’ultima monarchia assoluta e maschilista rimasta in Europa; al di là di certi limiti, non può adattarsi ad una società dinamica, multiculturale e democratica se non modificando profondamente la propria identità e la propria struttura, Ancora una volta nella sua lunga storia è alla ricerca di un ruolo e di una legittimazione istituzionale se non al di sopra almeno all’interno del potere politico. Ma i tempi sono cambiati, le democrazie moderne, fondate sul pieno riconoscimento dei diritti dell’individuo, si identificano con la laicità: e’ ormai da due secoli che il consenso non deriva più dalla volontà di Dio ma da quella del popolo. Probabilmente, oltre Tevere, bloccare o riportare indietro la società civile sembra più facile che mettersi in discussione, non a caso il Cristianesimo, divenuto nel III secolo dopo Cristo, religione di stato dell’impero romano, non ha mai cessato di legittimare il potere assoluto e successivamente mai completamente rinunciato al potere temporale, ispirato ad una visione teocratica e praticato cinicamente a partire dalla falsa donazione di Costantino. Superata la Riforma protestante, con la Controriforma la Chiesa romana ha sempre difeso fino all’ultimo ogni forma di assolutismo purché le venisse riconosciuto un ruolo politico e sociale istituzionalmente legittimato.

Per limitarci alla storia moderna le grandi monarchie assolute prima, Napoleone dopo, hanno potuto far conto sul suo aiuto. Così come si è schierata contro il liberalismo, il suffragio universale, ha legittimato il Fascismo e persino sostenuto Franco e Salazar anche dopo la seconda guerra mondiale. In somma non solo ha difeso fino all’ultimo ogni tipo di società esclusiva ed autoritaria ma non ha nemmeno esitato ad ostacolare ed abbattere ogni nascente democrazia

Nonostante l’enfatizzazione del ruolo anticomunista e dell’apporto - per altro certamente esageratamente sopravalutato - dato alla caduta del blocco comunista (la Polonia è l’unico paese cattolico dell’est europeo) ha sempre trovato forme di collaborazione con regimi e forze totalitarie di ogni ispirazione alla sola condizione che venisse riconosciuto un suo ruolo ed un suo spazio privilegiato.

Più recentemente, nella Prima Repubblica, si e’ schierata contro la riforma del diritto di famiglia, contro i diritti civile, contro ogni forma di emancipazione e di libertà. In somma sempre dalla parte democraticamente sbagliata. Per non parlare poi del rapporto con il Sud del mondo improntato ad un paternalismo irresponsabile di fronte alla bomba demografica o all’emergenza sanitaria, con significative convergenze proprio, con quei musulmani che suscitano particolare preoccupazione in chi condivide una prospettiva teocratica della società.

Così Haider è un’opportunità che non può non essere colta: nel sottile gioco della manipolazione assurge alla dignità di interlocutore e quella stessa Chiesa, che afferma di schierarsi dalla parte degli immigrati, acquista ulteriore credibilità per avallare la discriminazione tra regolari e clandestini, tra musulmani e non, di fatto ostacolando efficacemente la piena affermazione dei diritti umani.

Nessuna meraviglia, dunque, se certe domande non vengano poste.

Un errore umano o un cinico calcolo politico? Per chi ne paga le conseguenze non c’è differenza.


A. Buttaglieri
SOS RAZZISMO ITALIA