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Flussi migratori, un meccanismo quanto mai lento ed inadeguato
La Lega ottiene uno “sconto” numerico sulle quote 2008 e punta ad una moratoria di due anni. Resta intatto il
problema di cosa fare del milione di irregolari che lavorano e vivono accanto a noi.
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Il presidente del Consiglio ha firmato ieri il decreto flussi 2008, il dispositivo che annualmente quantifica gli
ingressi di lavoratori stranieri. 170 mila quote. Il forte peso specifico della Lega all’interno del Governo ha ottenuto
uno “sconto” di 20 mila quote. A differenza dell’anno scorso, nel 2008 non vi saranno nuovi click days; dunque non vi sarà
spazio per nuove domande di assunzione. I posti verranno assegnati pescando tra le richieste presentate agli sportelli
unici immigrazione tra il 10 dicembre 2007 ed il 31 maggio 2008. L’anno scorso arrivarono oltre 740 mila richieste di
assunzione a fronte di 170 mila quote disponibili. Nel frattempo quasi il 40% di quelle domande è stato rigettato per
vari motivi (vizi formali e sostanziali, assenza di requisiti, ecc.). Delle circa 450 mila rimanenti, richieste rimanenti,
detratte le quote 2007 e 2008, ne rimarrebbero fuori circa 120 mila. Ma le ulteriori condizioni poste in questo decreto
2008 serviranno a sfoltire notevolmente la mole di richieste.
Le decisioni prese ieri, di riduzione del numero di quote rispetto alle possibili 170 mila, sono un po’ il frutto dei
tempi: della crisi economica ed occupazionale che già sta producendo notevoli danni al nostro tessuto produttivo, del
pressing continuo esercitato dai mass-media sui temi migratori, nonché del notevole peso specifico che la Lega ha
all’interno della maggioranza e, quindi, nelle decisioni prese da questo Governo.
Anche il sindacato deve fare i conti in modo pragmatico con la crisi occupazionale che, specialmente nelle aree
industrializzate del Nord del nostro paese, sta già producendo un notevole uso della cassa integrazione e della messa in
mobilità: un problema che riguarda gli italiani, ma anche i lavoratori immigrati, anello debole del mercato del lavoro.
Per loro il problema è doppio, in quanto al rischio di disoccupazione si somma quello della perdita del permesso di
soggiorno (se entro sei mesi non trovano un nuovo lavoro) e quindi il rischio di finire nel grande bacino
dell’irregolarità e lavoro nero.
Per questo la UIL ha chiesto al Governo di portare da sei mesi ad un anno la durata del permesso di soggiorno per ricerca
di occupazione.
Dunque capiamo la logica del Governo di restringere il numero delle quote, ma vorremmo che questo venisse fatto a ragion
veduta, rispondendo a precise esigenze del mercato del lavoro, piuttosto che come risultato degli equilibri politici
interni alla maggioranza.
Intanto non avendo fatto un decreto fotocopia, era necessario attenersi alla procedura prevista dalla legge che impone la
consultazione delle parti sociali ed i successivi passaggi con la Conferenza Stato – Regioni, Consiglio di Stato, ecc.
Cosa che non è stata minimamente fatta: al contrario, i sindacati da mesi hanno chiesto un incontro con il Ministro Maroni
senza ottenere risposta.
Inoltre anche i criteri interni adottati nel decreto flussi appaiono di dubbia funzionalità: perché scegliere il limite
restrittivo della carta di soggiorno e non invece quello più logico della verifica sulla reale consistenza del posto di
lavoro e sulla sua vigente disponibilità? Si dà come l’impressione di voler tagliare il numero delle domande sulla base di
un criterio etnico, piuttosto che garantire l’esistenza e la vigenza del posto di lavoro.
Ancora: non prevedere la possibilità di presentare nuove domande – sia pur mirate a categorie produttive specifiche –
crea problemi ad alcuni nostri segmenti produttivi che non avranno altra alternativa che pescare dalla manodopera
immigrata presente in Italia, in gran parte irregolare e sommersa.
Qualcuno potrà obiettare che vi saranno più posti per gli italiani. Giusto. A condizione che le imprese ormai abituate
alla manodopera immigrata a basso costo, non pretendano di far lavorare gli italiani a condizione di dumping sociale.
Infine: abbiamo domande già vecchie di un anno, che vengono ripescate e analizzate. Il nulla osta arriverà 18 – 24 mesi
dopo che la domanda è stata presentata. Poi l’immigrato (irregolare) dovrà tornare nel Paese d’origine per rientrare con
il visto d’ingresso per lavoro. Alla fine saranno passati due anni o più dalla richiesta del datore di lavoro: quanti
posti saranno ancora disponibili? E’ possibile immaginare un meccanismo d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro così
lento e farraginoso? Sappiamo tutti che le quote vengono in gran parte utilizzate da lavoratori irregolari già presenti
nel nostro Paese, resta intatto il problema di come sanare una ferita nel nostro settore produttivo e occupazionale, che
produce fenomeni di dumping sociale e forme gravi di sfruttamento di questi lavoratori. Resta intatta la domanda già
rivolta in passato dalla UIL al governo: che fare delle molte migliaia di persone che vivono e lavorano accanto a noi in
condizione di irregolarità e di assenza di diritti?
Giuseppe Casucci
Coordinatore Nazionale Politiche Migratorie della UIL
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