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Culture dominanti e pregiudizio eurocentrico:
significato, processi storici ed economici
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Cultura-culture
La vocazione dellEuropa è quella di allargarsi. Ma, in questa volontà di allargarsi bisogna tenere sempre conto
di ciò che ha fondato lEuropa allindomani della seconda guerra mondiale: ricostituire qualcosa "in
comune" che desse un senso vero e proprio al termine "mai più".
La prima difficoltà che pone l’argomento è quella relativa alla definizione di cultura.
Di che parliamo quando facciamo riferimento alla cultura di una persona?
La riposta più diffusa e spontanea identifica la cultura con il livello di istruzione, cioè all’insieme di conoscenze e
competenze acquisite nel corso della vita. Ci riferiamo dunque ad un vissuto che ha potuto articolarsi attraverso percorsi
personali estremamente variabili ma comunque riconducibili ad ambiti precisi determinati dall’età, dall’identità di
genere, dal ceto e dal contesto sociale di appartenenza.In altre parole ognuno di noi ha un bagaglio di esperienze
accumulato nel tempo che varia secondo il sesso, le scuole frequentate, i giornali abitualmente letti, la radio e la tv
preferite, le proprie convinzioni politiche e religiose, sulla base delle nostre attitudini ed inclinazioni e nell’ambito
delle possibili opportunità offerte dal mondo in cui viviamo.
Partendo dunque dalla nostra esperienza di vita,possiamo affermare che la cultura è oggi percepita soprattutto come
alfabetizzazione letteraria, ovvero padronanza delle tecniche di scrittura. Tuttavia basta riflettere un momento perché ci
si renda conto che anche un analfabeta ha una sua cultura: anche se non sa leggere e scrivere infatti, e quindi non può
comunicare per iscritto, non per questo è privo di conoscenze ed esperienze che gli consentono di imparare, di comunicare,
in altre parole vivere, sia pure con maggiore o minore facilità, secondo il contesto sociale in cui si trova. Non c’è
dubbio che un conto è essere analfabeta oggi in una ricca metropoli dell’Occidente, altro in un villaggio rurale il secolo
scorso.
Perché ai giorni nostri di solito si identifica come culturale solo l’esperienza acquisita e, soprattutto, comunicabile
attraverso una lingua scritta a scapito di ogni altra forma di comunicazione?
E’ sempre stato così? E sempre così in tutti gli angoli della terra? Quando e come nasce questa distinzione e perché, soprattutto,
operiamo una valutazione che privilegia la cultura scritta?
La risposta sta nella esigenza di memorizzazione e comunicazione dell’esperienza e delle conoscenze alla base della nostra
vita individuale e collettiva.
Le modalità di conservazione e trasmissione dell’esperienza sono determinano la distinzione tra culture orali e scritte.
Nelle prime tutto si apprende a memoria; è necessario dunque sviluppare tecniche ed accorgimenti particolari di
memorizzazione.Conseguentemente la comunicazione è cadenzata, se non addirittura ritmata o accompagnata dalla musica,
qualunque sia l’argomento.
(In Occidente la tradizione per la quale anche gli argomenti scientifici vengono espressi in rima è talmente tenace che
passa dalle culture orali, illetterate, a quelle letterarie e attraversa tutta la civiltà greco-romana fino al Rinascimento)
Nelle seconde, grazie all’invenzione della scrittura, cioè alla trasposizione del suono in immagine, il canale
principale di comunicazione non è più l’orecchio ma l’occhio : il sistema convenzionale di rappresentazione
dell’esperienza trasforma la parola parlata in parola scritta e la memoria si esteriorizza, si materializza e
si espande nel messaggio depositato su pietra, su argilla, sul papiro, sulla carta. L’ uomo dunque potenzia le sue capacità
di conservazione, e quindi di analisi e selezione dell’esperienza, e il suo bagaglio culturale non soltanto si arricchisce
ma si qualifica e si specializza. Quando, con l’invenzione della stampa, assistiamo alla meccanizzazione delle tecniche di
scrittura, sparisce la figura dell’amanuense e si afferma quella del tipografo : il rarissimo e costosissimo
manoscritto lascia il posto al sempre più pratico ed economico libro.
La cultura scritta è dunque certamente quantitativamente e qualitativamente più efficace di quella orale e garantisce
non solo una eccezionale durata della conservazione dei dati ma un loro trattamento sistematico ed una diffusione
maggiore e più omogenea.Tutto questo è diffusamente percepito per cui tale cultura risulta alla fine
dominante : non solo sta alla base della comunicazione sociale ma viene implicitamente riconosciuta come punto di
riferimento per ogni tipo di valutazione.
D’altra parte, per lo meno in Occidente, battuta la piaga dell’analfabetismo, a partire dalla seconda metà del 900, chi sa
leggere e scrivere, non è più uno specialista, detentore di un potere elitario e quindi, un uomo “ colto”
ma semplicemente un uomo comune. Ormai, pur considerando la cultura indissolubilmente e prevalentemente
collegata all’alfabetizzazione, questo semplice dato, isolato, non garantisce più il riconoscimento di un particolare
considerazione sociale.
Come è potuto accadere tutto questo? E’ evidente che l’invenzione della scrittura ha conosciuto e continua a registrare
un’ evoluzioni senza sosta che, attraverso tappe diverse, arriva ai giorni nostri. Lungo questo percorso, sono più volte
cambiate non solo le tecniche ma anche i codici di comunicazioni, -alcune lingue sono morte e altre ne sono nate- e il
processo è in continuo movimento. A partire dal 600, a seguito del progressi fatti registrare dalla ricerca ad opera di
Galileo Galilei, è possibile fare una netta distinzione tra cultura umanistica e scientifica: mentre la prima
prevalentemente si avvale di un linguaggio letterario la seconda di quello matematico.
La scienza, non descrive più la natura e suoi fenomeni con le parole ma attraverso delle formule matematiche elaborate
sulla base di esperienze dirette.La ricerca dunque, si libera dello stupido condizionamento rappresentato dalla
semplicistica identificazione cultura letteraria (appresa dal libro)- conoscenza, per recuperare il valore e la libertà
dell’esperienza diretta della natura ed esprimerla attraverso un nuovo codice più preciso ed efficace nella descrizione
qualitativa e quantitativa dei fenomeni: quello sperimentale-matematico.
Assistiamo dunque ad una progressiva e netta distinzione tra cultura umanistica e cultura scientifica che arriva ai giorni
nostri e che vede estendersi il nuovo metodo di indagine dalla conoscenza del mondo naturale a quello delle così dette
scienze umane.
Dunque, dato il peso determinante che la tecnologia e la scienza hanno non solo sulle nostre capacità di conoscenza e di
comunicazione ma sulla quotidianità della nostra vita, è evidente che la cultura umanistica sta perdendo rilievo rispetto
a quella tecnologico-scientifica.
Ma non è tutto, oggi, e in misura crescente nell’immediato futuro, l’avvento dell’informatica richiede una nuova esigenza
di alfabetizzazione dalla quale scaturirà inevitabilmente una rinnovata percezione culturale. E non solo in relazione alle
dinamiche della comunicazione, ma anche e soprattutto rispetto alla efficacia e alla accelerazione dei processi di
ricerca, potenziati dalla sempre maggiore e sistematica efficacia dei sistemi di elaborazione dei dati e delle tecniche
di simulazione.
In effetti si può affermare che all’inizio del nuovo millennio, nonostante la cultura percepita come dominante sia quella
letteraria, in effetti è quella scientifica a determinare la nostra vita personale e collettiva, mentre nell’immediato
futuro l’alfabetizzazione informatica risulterà decisiva per la sopravvivenza della stessa cultura letteraria. Il dato
allarmante è che nell’utilizzo di sistemi informatici, attualmente il nostro paese si colloca al venticinquesimo posto
nel mondo!
Ma siamo sicuri che la cultura sia soltanto conoscenza?
Pur partendo dal presupposto che generalmente viene percepito come cultura il bagaglio di esperienze
accumulato e trasmissibile attraverso la parola scritta, abbiamo premesso che tale patrimonio può anche essere acquisito
senza saper leggere e scrivere, cioè da illetterati o in società illetterate. E’ un po’ come se avessimo ammesso che Caio,
anche se analfabeta può, sia pure in misura ridotta, accedere alla conoscenza e alla comunicazione e fossimo comunque
convinti di conoscere Tizio solo perché sappiamo in che lingua parla e scrive o che lavoro sa fare, pur ignorando tutto
dei suoi interessi, dei suoi sentimenti, del suo carattere, delle sue imprevedibili modalità di conoscere e di esprimersi.
Non a caso il dibattito sulla definizione di cultura, è ampio e contraddittorio; se la cultura è l’identità dell’individuo
e di un popolo evidentemente dobbiamo fare un passo avanti e prendere in considerazione il numero più ampio possibile di
elementi che lo identificano, facendo riferimento non solo agli aspetti cognitivi ma anche a quelli affettivi ed
emozionali.
D’altra parte l’uomo affida l’acquisizione e la rappresentazione dell’esperienza non solo alla scrittura ma ad un ventaglio
molto più ampio e variabile di espressioni : musica, danza, arti figurative.La sua visione del mondo è complessa e non
è mai di tipo esclusivamente emotivo o cognitivo. Ciò che la determina non è solo la conoscenza ma, ad esempio anche la
volontà. Le sue motivazioni non sono sempre lucide e meditate, razionali e riflessive, talvolta prevalgono quelle confuse,
ed irrazionali, altre quelle istintive o inconsce.
E in ogni caso non sempre vive e gestisce le sue emozioni allo stesso modo, in rapporto alle circostanze e ai contesti.
Se, semplificando al massimo, possiamo affermare che la cultura delle persone e dei popoli coincide con il loro modo di
vivere abbiamo certamente fatto un passo avanti e riconosciuto implicitamente che la diversità costituisce la connotazione
peculiare di ogni cultura..
Cultura e società
Si apre però a questo punto il problema di identificare le cause e le modalità attraverso le quali si realizza questa
diversità.
In questa prospettiva è giunto il momento di individuare i percorsi obbligati attraverso i quali si realizzano i processi
di socializzazione e si costituisce di conseguenza il tessuto sociale.
Percorsi che d’ora in poi chiameremo valenze, facendo riferimento agli aspetti strutturali che caratterizzano
l’organizzazione sociale, intendendo per tali le caratteristiche costitutive di ogni società, grazie alle quali e alla
loro complessa diversità, si costituiscono le identità individuali e collettive.
Soggetto centrale di queste dinamiche è l’individuo : un identità psicosomatica che nasce, vive e muore in continua e
stretta interazione con l’ambiente naturale e che, come tutti gli organismi viventi del mondo animale, deve e poter
svolgere alcuni funzioni vitali: respirazione, sensibilità, movimento, nutrizione, riproduzione.
La valenza economica
Per garantire l’esercizio di queste funzioni l’uomo non ha che due vie: o modifica l’ambiente in cui vive o,in diversi
modi, vi si adegua. Se fa freddo o accendo il fuoco o mi copro, probabilmente faccio entrambe le cose. In ogni caso tutte
le attività che intraprendo per realizzare questo equilibrio sono da considerarsi come lavoro, e devono comportare un
impiego di energie minore dei vantaggi che l’adattamento comporta. E’ evidente che l’ambiente rappresenta il dato
determinante di questo rapporto, con una maggiore o minore incisività dovuta allo sviluppo della tecnologia; un villaggio
collocato su una costiera aspra e rocciosa non può che vivere prevalentemente di pesca, altra invece è la condizione di un
insediamento nella campagna, altro ancora quello in una zona montuosa. Insomma la vocazione economica degli insediamenti
umani dipende dalle risorse offerte dall’ambiente e comporta diverse forme di organizzazione sociale e quindi di vita. La
vita del pescatore è ben diversa da quella de contadino, e questa da quella del pastore o del commerciante.
Comunque la socializzazione del lavoro avviene sempre in un’ ottica di ottimizzazione delle risorse, sullo sfondo di
uno scenario dove gli attori sono soggetti economici in quanto consumatori e produttori. Si può tranquillamente affermare
che il ciclo vitale di ogni uomo coincida con una parabola economica che passa da una fase di prevalente consumo, ad una
di tendenziale equilibrio consumo- produzione, per concludersi con la diminuzione progressiva delle capacità produttive.
Il feto prima, il bambino dopo, consumano senza produrre, l’adulto consuma e produce, l’anziano tende a consumare e
produrre sempre di meno.
Siamo in ogni caso sempre tutti consumatori, in misura diversa nelle differenti età della nostra vita, ma non siamo sempre
e tutti, purtroppo, produttori.
In altre parole una delle valenze fondamentali del rapporto sociale è costituita da quella economica che consente
di soddisfare i bisogni, quelli primari innanzitutto che ci consentono di vivere o almeno sopravvivere.
A questa valenza corrisponde un insieme di esperienze, competenze, valori, emozioni che noi indichiamo come “ cultura del
lavoro” o cultura economica.
La valenza giuridico-politica
L’organizzazione del lavoro, cioè dei meccanismi che consentono di soddisfare i bisogni, comporta un’ armonizzazione delle
azioni e quindi delle volontà di tutti i membri della società, esige, in altre parole la definizione e l’affermazione di
norme di comportamento che distribuiscono il potere- ovvero la possibilità di affermazione della volontà individuali- tra
tutti i membri del tessuto sociale. Questa organizzazione è una variabile dipendente dal rapporto che la società ha con
l’ambiente ma non solo : la norma non regola esclusivamente le attività produttive ma tutti gli aspetti della vita e si
ispira ad un sistema tendenzialmente coerente di valori al quale corrisponde non solo l’identità giuridica e politica
della collettività ma evidentemente la nostra stessa libertà personale.
La storia del 900 conosce società di tipo comunista, fascista, liberale democratico, profondamente diverse tra loro sotto
il profilo politico, economico e culturale ma tutte coerenti con le scelte valoriali alla base della loro concezione del
mondo, dell’individuo, della vita.
Una delle strutture portanti del rapporto sociale è, in ogni tempo e in ogni luogo, quella di ordine giuridico ed economico,
cioè quella che determina un sistema normativo e lo rende operante sulla base della cultura politico-giuridica prevalente.
a Cultura politica corrisponde dunque ad un’altra delle valenze costitutive della società.
La valenza emotiva
Nei rapporti con il nostro prossimo noi viviamo una intensa vita affettiva attraverso tutta la gamma dei sentimenti che ci
possono colorare la nostra quotidianità : si va dalla semplice indifferenza all’attenzione, dalla simpatia all’antipatia,
dall’amore all’odio. In somma ogni momento della nostra relazione con l’ambiente, sia umano che naturale, coincide con una
condizione emotiva. Quello che occorre sottolineare è che il ruolo e il peso giocato dalle emozioni a titolo individuale e
collettivo, variano secondo il contesto sociale e culturale. Sentimenti come la gelosia, l’odio, l’amore, il coraggio
assumono connotazioni variabili nelle diverse epoche e presso popoli diversi, e persino all’interno di uno stesso gruppo,
pur proponendosi come universali. Eppure, comunque, rappresentano un elemento costituente della nostra socializzazione e
quindi della struttura sociale. Esiste dunque, in relazione a questi aspetti del nostro rapporto interpersonale e sociale,
una cultura specifica che si avvale dei diversi apporti offerti dalle Scienze umane afferenti a queste problematiche.
La valenza culturale
Come abbiamo potuto vedere precedentemente, questa è tradizionalmente la valenza della quale sembriamo più consapevoli ed
è certamente quella che risulta più immediatamente complessa e dinamica. Correlata alle funzioni superiori della nostra
sfera cognitiva esprime la consapevolezza e la riflessione sulla connotazione delle altre valenze creando i presupposti,
attraverso l’esercizio critico, per il loro continuo cambiamento.
E’ dunque principalmente capacità di comunicazione, ma anche e soprattutto di osservazione,analisi,sintesi, ricerca e
progettazione. Si traduce dunque in filosofia e scienza, ma è anche religione, arte. Riflette la complessità e la realtà
delle altre valenze ed è in grado di condizionarle pur essendone determinata.
In conclusione la cultura è l’identità complessa della società nella sua, consapevole e inconscia, lucida ed intuitiva
vitalità. Non è dunque una connotazione statica e relativamente omogenea anzi, proprio perché coincidente con la
struttura sociale, risulta sempre una dato estremamente variabile sia nel tempo che nello spazio.
Tutte le culture sono uguali?
Evidentemente no. Tutte le valenze che determinano l’identità sociale sono estremamente dinamiche come dinamica è la loro
interazione. L’uomo può dunque essere definito un animale sociale a socializzazione variabile. La sua grande capacità di
adattamento all’ambiente si realizza grazie alla flessibilità della sua organizzazione sociale che varia nel tempo ma anche
nello spazio, diversamente e certamente in misura molto maggiore, di quanto si verifica presso le altre società animali.
L’uomo è dunque un animale culturale perché la sua natura gli consente di organizzare la propria vita in modo flessibile
e differenziato, sulla base dei condizionamenti ambientali ma anche sulla base della propria cultura, in un rapporto con
l’Habitat fortemente attivo.
Non a caso parliamo di civiltà agricole, industriali, facendo riferimento alle attività produttive, ma anche urbane e
rurali in riferimento alla tipologia degli insediamenti. In ogni caso esaminiamo i diversi tipi di società a partire da
scelte ed interessi precisi: nel mondo contemporaneo, caratterizzato da un forte dinamismo e da un gravoso impegno per
l’affermazione dei diritti umani
Ci preme individuare le dinamiche del cambiamento e gli spazi di libertà concessi agli individui.
In questa prospettiva si può distinguere tra società statiche e dinamiche e quindi individuare le caratteristiche delle
culture corrispondenti.
Una società si definisce statica quando l’obiettivo dell’ autoconservazione viene perseguito attraverso una organizzazione
che tende a bloccare gli assetti politici ed economici e l’identità culturale; sul piano psicologico risulta diffidente,
se non addirittura ostile ad ogni prospettiva di cambiamento e sostanzialmente è certamente pessimista ed insicura, di
qui ansiosa e tendenzialmente autoritaria. Tutto questo ferma o rallenta fortemente i processi innovativi, peraltro
spesso non consentiti dalla inadeguatezza e dalla precarietà delle tecnologie di acquisizione, conservazione e
comunicazione delle conoscenze.
In definitiva esprime una cultura dagli orizzonti limitati, piuttosto ripetitiva e conformista, che si perpetua al costo
gravissimo della mortificazione di ogni capacità critica e progettuale e sulla conseguente pesante limitazione delle
libertà individuali e collettive e preferisce volgersi al passato piuttosto che progettare il futuro.
Una società viene invece definita dinamica quando lo stesso obiettivo di autoconservazione viene perseguito attraverso una
organizzazione flessibile, aperta e predisposta ad un flusso continuo di ricambio dei saperi, dei ruoli dei poteri
dominanti e persino delle istituzioni. L’atteggiamento è dunque inequivocabilmente ottimista, attivo, progettuale e
presuppone libertà e responsabilità diffuse, con una forte propensione al futuro piuttosto che al passato, alla ricerca
piuttosto che alla conservazione, all’originalità piuttosto che al conformismo.E’ dunque questo contesto di fecondo
dinamismo, il solo carattere che questo modello di società si propone e deve conservare.
In conclusione, occorre comunque tener presente, al di là delle generalizzazioni, che le caratteristiche statiche o
dinamiche di un contesto sociale, non si presentano omogeneamente in nessuna società, sia essa dinamica o statica. In
altre parole, al di là del modello di organizzazione, per fortuna, non è possibile né una conservazione totale né una
evoluzione costante, continua e omogenea. Tutto questo spiega, nella storia della cultura, l’influenza diversa assunta in
periodi successivi, dagli stessi popoli, o il valore rappresentato dalle diverse forme espressive nello stesso periodo e
nello stesso contesto culturale. Un esempio: il diverso valore della produzione letteraria e figurativa nell’Italia del
600.
Per non parlare poi della sopravvivenza di sistemi politici feudali all’interno di società industriali avanzate.
Rispetto al ruolo concesso all’individuo possiamo parlare di società inclusive ed esclusive.
E’ evidente che le condizioni dell’individuo sono determinate dal contesto sociale di appartenenza e, in particolare, dal
ceto sociale della famiglia di origine. E’ altrettanto vero che questi condizionamenti variano secondo diversi fattori:
l’età è quello relativamente più omogeneo. In tutte le società le condizioni del bambino sono ben diverse da quelle
dell’adolescente, del giovane, dell’uomo maturo o dell’anziano. E’ chiaro che anche questo dato dipende dalle tecniche di
memorizzazione e trasmissione dei saperi, ma anche da molti altri fattori: il tipo di attività economica prevalente, la
diffusione dell’istruzione e del potere.
Altro elemento che assume particolare rilievo è essere uomo o donna, appartenere ad una corporazione piuttosto che ad
un'altra, essere originari del posto o immigrati
Brevemente vengono definite società inclusive quelle in cui è possibile essere inseriti, a parità di condizioni, sulla
base della propria identità individuale piuttosto che famigliare o sociale godendo realmente di pari opportunità.
Sono invece definite esclusive quelle in cui il livello di socializzazione non è determinato dagli individui in quanto
tali ma dalla loro appartenenza ad un genere o una famiglia, sulla base di una discriminazione diversamente espressa e
legittimata.
In relazione a queste due società si configurano culture inclusive ed esclusive nella misura in cui legittimano e praticano
tali processi di socializzazione.
E’ evidente che le società esclusive sono generalmente statiche, sicuramente in riferimento all’assetto politico, mentre
quelle inclusive consentono una maggiore dinamicità anche a titolo individuale, almeno teoricamente, nell’ambito di tutte
le valenze sociali.
Mentre le prime tendono ad essere culturalmente omologate ma economicamente fortemente differenziate, con standard di vita
mediamente piuttosto bassi, nelle seconde si verifica il contrario: alla grande mobilità sociale, dovuta alla libertà e
alla assunzione di responsabilità individuali, corrisponde un tenore di vita più elevato ed un identità culturale più
ricca ed articolata.
Conclusione
Data la natura, l’uomo nel corso della sua storia ha dato via a diversi modelli di organizzazione sociale che hanno assunto
connotazione diversa rispetto al ruolo concesso all’individuo e ai fini comuni perseguiti. Ciò ha determinato e determina
la grande varietà delle culture, la loro durata nel tempo, la loro stessa diffusione e capacità di adattamento e
sopravvivenza in contesti storici ed ambientali che appaiono caratterizzati, in conseguenza dell’evoluzione tecnologica,
da una sempre maggiore interazione su uno scenario divenuto ormai planetario.
Dal pregiudizio egocentrismo a quello Eurocentrico
L’uomo misura di tutte le cose a cui faceva riferimento Protagora era al centro della polis, la monade di Leibnz, che
rifletteva nel suo microcosmo individuale l’intero universo, era sostanzialmente l’uomo colto dell’Europa rinascimentale;
entrambi erano al centro del loro universo, così come la terra nel sistema solare secondo il sistema tolemaico, o l’uomo
creato da dio e messo nel paradiso terrestre secondo la concezione giudaico cristiana. Tutti erano vittime illustri di un
pregiudizio egocentrico che ignora la vastità e la complessità del reale e dell’uomo, sia individualmente che socialmente.
Oggi questa percezione egocentrica non è più concessa; l’orizzonte delle conoscenze si è talmente ampliato che non è più
possibile pensare di essere al centro dell’universo: è ormai maturata la consapevolezza che questa illusione non può che
tramutarsi nella consapevolezza della relatività del nostro punto di osservazione. Posso guardare l’orizzonte da diversi
punti, ma non certo pretendere che quello in cui mi trovo si al centro del mondo o, in assoluto, il migliore possibile.
Non posso comunque prescindere dalla percezione del mondo determinata dal mio punto di osservazione ma questo non
giustifica la presunzione di avere una visione completa e privilegiata.
L’attaccamento ad atteggiamenti di tipo egocentrico o etnocentrico (talvolta una fedeltà quasi ossessiva alla propria
identità personale o collettiva) è tipico di una cultura statica fondamentalmente inconciliabile con il dinamismo diffuso
della vita. Certo un qualunque mutamento di prospettiva non può che suscitare, in un primo momento, disagio e perplessità
perché disturba la nostra pigrizia mentale e ci costringe, se non a ridisegnare, a riconsiderare la mappa del nostro
mondo: il sistema di valori e di correlazioni sui quali abbiamo da tempo impostato la nostra vita. D’altra parte pensare
di poterci relazionare a realtà così profondamente diverse dalla nostra e persino di comprenderle nei loro meccanismi più
profondi, restando chiusi nel nostro sistema di riferimento, non è certo possibile. Sarebbe come giocare a scacchi sulla
base delle regole della Dama. o viceversa. Inoltre presupporre di essere portatori di una cultura superiore, che non ha
nulla da imparare e che può continuare a crescere isolata nel villaggio globale della comunicazione, altro non è che una
forma di autoinibizione alla conoscenza, fondamentalmente estranea alla nostra più feconda tradizione culturale.
Quest’atteggiamento costituisce un esempio classico di pregiudizio, ovvero un giudizio avventato, che precede una doverosa
considerazione di tutti i dovuti elementi di valutazione. Il pregiudizio è una sorta di scorciatoia, nella direzione
sbagliata, di un percorso di conoscenza che non si ha voglia di fare per diversi motivi. Il primo è che, poiché la
conoscenza ci dà sicurezza e questa allontana l’ansia e assicura il piacere della serenità, tutti noi preferiamo una
falsità rassicurante piuttosto che una verità sconvolgente. Per questa semplice ragione, salvo circostanze particolari,
le verità a disposizione ci bastano e non vogliamo comprometterle. E questo vale non solo a titolo individuale ma anche
collettivo, basti pensare agli incredibili ostacoli incontrati in ogni epoca dal progresso scientifico.
Non a caso i pregiudizi sono molto più diffusi nelle società statiche ed autoritarie: restie se non apertamente ostili ad
ogni forma di cambiamento per la loro incapacità e il loro rifiuto di governarlo, evitano momenti ed occasione di
riflessione e di confronto, alienando la responsabilità e la competenza degli individui per affidarle a classi
privilegiate che pongono la validità e la verità dei loro asserzioni al riparo e al di sopra di ogni possibile verifica.
Non a caso le forme più diffuse e ostinate di pregiudizio sono quelle radicate nelle coscienze soffocate e distorte dalla
manipolazione culturale operata dai regimi totalitari e dai fondamentalismi religiosi che affondano le loro radici nel
terreno dell’ignoranza diffusa.
In entrambi i casi c’è una centralità indiscussa del potere ed una marginalità assoluta dell’individuo, in entrambe le
situazione ci sono verità e culture dominanti che non possono essere messe in discussioni, vuoi per l’apparato repressivo
poliziesco vuoi per la trascendalità dei valori affermati. L’individuo, nel timore della repressione, non può mettere in
discussione le verità e i modelli imposti dal dittatore, detentore di un potere assoluto. Né può fare di più di fronte a
quanti si propongono come depositari di una verità che può essere rivelata o donata ma che comunque è al di fuori di questo
mondo e prerogativa di un‘identità superiore.
Per non parlare poi delle varie forme di superstizione o di mistificazione religiosa e culturale, che coincidono con
l’inibizione dei processi logico-analitici e riabilitano e nobilitano il pregiudizio qualificandolo come fede.
Culture altre e culture dominanti
Qual è la condizione dell’immigrato che, rimosso fisicamente dalla centralità del proprio mondo, si ritrova non più al
centro di un sistema omogeneo e condiviso- probabilmente ritenuto organico e superiore sulla base del suo pregiudizio
etnocentrico- ma in un contesto del tutto nuovo? Magari provenendo da società statiche ed esclusive?
Restare aggrappato a tale pregiudizio è l’unico modo per mantenere un’identità ed un equilibrio di fronte ai cambiamenti
imposti dal suo nuovo mondo oppure accettare passivamente nuovi usi,costumi e valori è il prezzo minore da pagare per una
migliore qualità della vita?
In somma quali sono le culture che possono essere definite dominanti; a quali condizioni sono tali, attraverso quali
percorsi si affermano e si diffondono?
Anche di fronte a queste domande la risposta non può che essere correlata alla complessità delle dinamiche sociali, alla
loro storia, alla loro struttura. Teniamo presente che ogni cultura si caratterizza per il diverso potere socializzante
delle valenze sulle quali si costituisce e si colloca in una dimensione temporale e spaziale, all’interno della quale può
risultare dominante o prevalente. Una società semplice, con una limitata divisione del lavoro ed un modesto bagaglio
culturale, avrà dei modelli normativi, imposti dal ceto dominante, diffusi e rispettati in modo omogeneo. Ma in una
società complessa ed articolata quale può essere quella post-industriale occidentale, le cose non stanno più così: la
cultura più diffusa in realtà spesso non è quella dominante, nel senso che non è sempre certamente quella delle classi
egemoni.
Già nell’antico Egitto esistevano tre tipi di scrittura corrispondenti all’articolazione sociale,lo studio della società
dei consumi e dell’industria culturale hanno definitivamente dimostrato che le culture dominanti non sempre coincidono con
quelle più diffuse.
In ogni caso ricordiamoci pure che non esistono società completamente omogenee : anche all’interno di uno stesso contesto
sociale coesistono sottoculture diverse, ovvero diverse condizioni e stili di vita che corrispondono all’articolazione
stessa e alla complessità della società considerata.
Ritornando alla condizione del nostro immigrato è evidente che in questo momento, in questo territorio, la cultura
prevalente diventa per lui, come per chiunque si rechi all’estero, quella dominante.
Le possibilità di mantenere integra la sua identità sono molto ridotte e certamente condizionate in primo luogo dalla
cultura politica del paese ospitante così come quelle di una possibile integrazione. Il problema è dato dalla compatibilità
tra il suo sistema di valori e quello della collettività ospitante: si tratta di verificare entro quali limiti le parti
siano disposte e possano rimuovere il loro egocentrismo culturale.
Lo stesso vale per le dinamiche culturali che vedono ormai protagonisti interi paesi e società ; sostanzialmente, il
nocciolo della questione è quello di individuare le modalità attraverso le quali si realizzano le trasformazioni delle
diverse identità culturali. Prendendo in considerazione i meccanismi che determinano l’affermazione delle culture
dominanti, occorre focalizzare i procedimenti e le strutture attraverso le quali si afferma il potere culturale.
Anche qui siamo di fronte ad un panorama complesso che si evolve con la storia dell’umanità secondo una line evolutiva che
non può che essere ipotetica e che si intreccia con l’analisi del Potere in generale, della sua natura, delle sue cause,
della sua gestione, della sua giustificazione o legittimazione. E qui le dinamiche si connotano per le varie manifestazioni
della più violenta ed esplicita brutalità, pura e semplice violenza fisica, per il condizionamento diretto o indiretto di
tipo economico, infine per una più o meno sofisticata manipolazione culturale e psicologica.
La storia economica dell’Occidente ci insegna come il passaggio dal comune medievale alle multinazionali abbia
coinciso con un profondo cambiamento della cultura, che ha investito non solo i modi di produzione ma l’identità
stessa delle popolazioni modificando la morale, i costumi, i sistemi politici, il ruolo e la dignità di uomini e donne.
La storia della comunicazione ci ha consentito di accertare le profonde modificazioni non solo del costume ma anche
dell’economia indotte dal telefono, dalla la radio,dalla televisione e, attualmente, dallo sviluppo delle reti
telematiche.
La storia delle migrazioni e dell’evoluzione dei mezzi di trasporto ha ormai illuminato ampliamente i cambiamenti
intervenuti nella percezione del mondo dell’uomo moderno : siamo passati dalla prospettiva del villaggio rurale a quello
globale, dall’interazione circoscritta al clan e alla famiglia, a quella planetaria.
Tutto questo è stato possibile perché le società si costituiscono sulla base di valenze che non si prefigurano rigidamente
e danno vita ad un rapporto dinamico all’interno del quale ognuna, nel corso del tempo, può assumere maggiore o minor
rilievo.
E le dinamiche risultano storicamente molto variabili e talmente imprevedibili da assumere un carattere vitalistico.
Conclusione
Siamo stati, costretti dagli eventi a prendere atto, bene o male, che la nostra cultura è multiculturale e dinamica e che
tali sono le nostre radici, pur nell’ambito di identità consolidate nel tempo. Di fronte a questa a presa di coscienza i
rischi sono molteplici. Il primo è quello di cadere in un pigro relativismo che rischia di compromette le conquiste, non
ancora consolidate, in tema di diritti civili, sociali ed umani. Il secondo quello di accettare una rigida stratificazione
culturale corrispondente ad una società statica ed esclusiva, infine l’ultimo è quello di farci prendere dall’ansia di
promuovere in tempi brevi e con qualunque mezzo, una nuova identità planetaria, non corrispondente alla cultura del
villaggio globale della democrazia la cui faticosa costruzione procede a rilento.
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