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Dall'uomo di mezza età, depresso, spesso disoccupato e comunque con gravi problemi di inserimento lavorativo, nella tipologia, da qualche anno,
entrano anche le donne (prima in un rapporto di uno a cinque, ora una ogni due maschi) e gli stranieri.
«I magrebini, giovani o meno giovani, sono i più propensi a cadere nel vizio della bottiglia anche se di religione islamica. Molti bevono nonostante
il divieto imposto dal Corano perché il condizionamento sociale è più forte dell’imposizione e del credo stesso. In questo caso non ci sono donne,
mentre fra gli immigrati dell'est, albanesi, croati e rumeni, fra i bevitori accaniti si affacciano anche alcune donne solitamente maggiorenni.
Esente da questa problematica invece, fino a qualche tempo fa, le badanti, oggi però velatamente coinvolte (velatamente perché alcool
ed abusi sono nascosti dietro le mura domestiche, un ambito lavorativo, quest’ultimo dove neanche il sindacato può entrare).
Più volte sono stati segnalati problemi di conflitto e di intolleranza c/o i Centri di Accoglienza di alcune nostre città (come Roma, Trapani, Padova,
Bologna) ed in alcuni contesti lavorativi dove più forte era la prevalenza dei cittadini stranieri a seguito, appunto, di episodi di “ebbrezza”
da parte di alcune etnie in articolare. Sempre in riferimento ad alcune etnie, con particolare richiamo oggi al mondo del lavoro, spesso si rileva
che la precarietà lavorativa, al di là della crisi, dipende dalla mancanza di costanza ed impegno, a causa, appunto, di comportamenti conseguenti all’abuso di alcol.
La ripercussione a livello sociale di tali situazioni comporta il perdurare di un circuito di provvisorietà e di scarsa emancipazione delle comunità
immigrate, sicuramente non facilitante il processo di integrazione con il contesto sociale autoctono.
A causa di un incremento di situazioni di abuso di alcol relative proprio a popolazioni immigrate residenti, soprattutto, in alcune periferie di
grandi città come Roma, Milano, Genova, Palermo è emerso da alcuni operatori volontari ed RSU (Rappresentanze sindacali unitarie) un significativo
ma "sommerso" e pericoloso aumento del consumo di alcol e di problemi alcol correlati, presenti, appunto, in alcuni gruppi etnici di
appartenenza che viene alla luce con una conoscenza più approfondita degli utenti e dei loro contesti di vita evidenziati nell’ambito di un
servizio promosso da Sos Razzismo Italia e supportato dal sindacato, attraverso l’associazione UIS (Unione Italiana Solidarietà), per tutti
gli aspetti legati al lavoro.
Molte le difficoltà che abbiamo riscontrato nella stima del fenomeno e per prevenire lo stesso, quale quella legata ad effettuare una valutazione
della consistenza reale della problematica, considerato che per esempio nella cultura araba l’alcol è una sostanza estranea e, pertanto, sono
sconosciuti fenomeni quali la "tolleranza" e la "assuefazione" della persona alla sostanza, è possibile quindi che quantità modeste di alcol
provochino reazioni inaspettate secondo i nostri modelli comportamentali.
L’abitudine alcolica rappresenta, in molti casi, per gli immigrati il "veicolo" sociale che facilita la condivisione di esperienze con gli autoctoni:
il bar diventa spesso il luogo maggiormente frequentato e dove è possibile sentirsi più "simili" a loro rispetto ad altri contesti di vita. Le
baraccopoli nei pressi delle grandi città diventano, allora, il luogo invisibile per affogare le frustrazioni legate al mancato inserimento
lavorativo e di conseguenza sociale, soprattutto, per migranti di origine romena, oggi maggioritari rispetto alle etnie presenti storicamente nel
nostro paese (cittadini provenienti dall’area del magreb o filippini), in molte realtà italiane, come Roma.
Le difficoltà maggiori si riscontrano, pertanto, nella fase di prevenzione e soprattutto nella fase del trattamento per la mancanza di una rete,
familiare e sociale, di sostegno all’alcolista immigrato che possa sostenerlo nel percorso di potenziale cambiamento. Difficoltà da parte
dell’immigrato di affidarsi al Ser.T. per sospettosità nei confronti di tale servizio che potrebbe rappresentare un’ulteriore espressione di
controllo dell’ordine pubblico. Difficoltà di individuazione del problema presso alcune etnie come quella ROM. Difficoltà della presa in carico
dell’alcolista lavoratore per quanto riguarda la tutela nel posto di lavoro. Si tratta di una cultura alcologica complessa: da un approccio semplice
e monoterapeutico elettivo si dovrebbe approdare ad una clinica della complessità, nella quale più saperi, più figure professionali, più agenzie, e
un coordinamento come il FISPA, contribuiscono a costituire quella che viene definita dai sanitari , e da noi condivisa, "catena terapeutica".
Fondamentalmente dobbiamo passare da un approccio monomodale ad un approccio multimodale complesso, e nello specifico ciò determina:
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maggiore centralità dell’utente straniero;
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miglioramento della ritenzione e diminuzione dei drop out;
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diversificazione dell’offerta di programmi, congruentemente all’eterogeneità della popolazione immigrata individuata, oppure che fa capo ai
servizi o al sindacato;
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utilizzo di tutte le competenze professionali;
-
articolazione massima delle attività: dalla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione e recupero personale e socio-lavorativo.
In particolare per quanto riguarda il fenomeno dell’immigrazione e la presenza di soggetti stranieri con problemi legati al consumo di alcol,
riteniamo sia un fenomeno che va studiato, analizzato, monitorato come stiamo facendo, al fine di comprenderne meglio le ragioni e le implicazioni,
per arricchire il bagaglio di competenze specifiche dell’ equipe, e per fornire l’ approccio e le risposte più rispondenti ai bisogni. Si è deciso
di lavorare su due fronti:
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la non conoscenza da parte degli stranieri dei servizi erogati sul territorio, e
-
la poca conoscenza che noi abbiamo degli stranieri (usi, consuetudini, difficoltà di inserimento sociale e lavorativo).
Un primo obiettivo è, pertanto, quello di organizzare azioni di visibilità e informazione nei luoghi o servizi abitualmente frequentati dai neo
comunitari e dagli stranieri, per aumentare la conoscenza e le informazioni sull’alcol, favorendo, quindi, indirettamente anche la conoscenza dei
servizi esistenti su ogni singolo territorio.
Il secondo obiettivo mira a favorire una maggiore conoscenza delle diverse culture di provenienza degli stranieri e un avvicinamento a realtà
singole o di associazionismo straniere, obiettivo realizzabile mediante la collaborazione di questa rete.
In conclusione, e sintetizzando l’ipotesi applicativa si possono individuare 3 punti chiave, sui quali proseguire il nostro intervento in maniera
sinergica:
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favorire una sempre più attiva collaborazione ed integrazione attiva tra Servizi, istituzioni, organizzazioni sindacali e terzo settore, per
promuovere il diritto di cittadinanza e l’accesso alle cure di soggetti immigrati;
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favorire l’informazione sull’alcol e l’accesso ai vari servizi a supporto del lavoratore migrante;
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investire sulla figura del mediatore culturale, quale anello di congiunzione fra il cittadino straniero, alcolista o potenziale, le istituzioni,
le organizzazioni sindacali ed i servizi territoriali pubblici e privati preposti.
È questa la nostra proposta che incontra favorevolmente il lavoro del tavolo permanente “Alcool SOS: Est Ovest” e che, al di là delle competenze
specifiche in materia di alcolismo, il sindacato che oggi qui rappresento, sta portando avanti nell’ambito della sfera d’azione sociale.
di Angela Scalzo
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