Home Page
Home
Presentazione
Sedi
Notizie
Attività
Approfondimenti
Memoria
Emozioni
Libreria
Stampa
Link
Istituzionali
Bdt

21 marzo: GIORNATA INTERNAZIONALE ANTIRAZZISTA

SOS Razzismo Italia: per gli immigrati una nuova cittadinanza


In occasione della celebrazione della giornata mondiale contro il razzismo, indetta dalle Nazioni Unite, avvenuta con manifestazioni realizzate in tutta Europa, prima fra tutte la rassegna cinematografica del 21 e 22 marzo "Europa Europa" organizzato dalla Federazione Internazionale di Sos Racisme, l’Associazione italiana ha voluto porre attenzione su alcune tematiche importanti nell’azione che quotidianamente Sos Razzismo Italia svolge per la tutela dei diritti dei cittadini stranieri presenti nel Paese.

S.O.S. Razzismo Italia ritiene fondamentale partire dal presupposto di un riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, indipendentemente dalle distinzioni culturali, religiose, sessuali e dalle presunte differenze "razziali". Riteniamo infatti discutibile la convinzione che esistano tra gli esseri umani differenze di razza, o qualsiasi altra forma di "naturalizzazione" delle differenze culturali e sociali. Molto spesso infatti la tendenza a legare le caratteristiche fisiche degli individui a comportamenti peculiarmente sociali, ha creato discriminazioni sia nel contatto tra popoli diversi, che nel contatto tra classi sociali diverse. Il razzismo è prima di tutto negazione della libertà individuale, intesa come possibilità per ogni persona di avere una vita propria e una dignità indipendentemente dalle proprie caratteristiche fisiche, dalla lingua che parla, dalla religione che professa (o che non professa), dai comportamenti "culturali".

Riteniamo quindi che la differenza tra le persone non vada né sopravvalutata né disprezzata, ma rispettata e valorizzata per la sua ricchezza.

La differenza come arricchimento può e deve essere possibile solo se si riesce a sviluppare un profondo cambiamento sociale. Il compito non è sicuramente dei più facili, per questo bisogna agire e incidere direttamente sul tessuto sociale quotidiano, ma anche e soprattutto a livello legislativo.

Non a caso, infatti, il fenomeno dell’immigrazione è sempre più visto all’interno di un’ottica "criminalizzatrice". L’immigrato, in poche parole, è considerato dall’opinione pubblica italiana e dalle forze politiche come un problema di ordine pubblico e non come una persona.

Ad un attento esame della legislazione italiana in materia di immigrazione si può notare come vengano demandate alle Questure più che ad altre strutture territoriali tutte le procedure relative all’ingresso, soggiorno ed espulsione. Non solo, molto spesso i tempi burocratici, ai quali si vanno a sommare le difficoltà interpretative dei vari decreti che si sono succeduti negli anni, sono in media lunghissimi. E’ facile immaginare quali possono essere le conseguenze dei tempi di attesa del rilascio di un permesso di soggiorno per una persona che si trova in terra straniera e che ha deciso di emigrare per i più svariati motivi, molto spesso legati a condizioni economiche e sociali insostenibili.

Al momento sono moltissimi gli stranieri che hanno fatto richiesta del permesso di soggiorno ( il che significa, in concreto, giornate e nottate intere passate davanti alle Questure per consegnare il materiale richiesto per il rilascio del permesso) e che sono tuttora in attesa di una semplice risposta da parte delle Questure.

Ma i problemi legati alla lenta ed estenuante burocratizzazione dell’amministrazione italiana non finiscono qui, una volta ottenuto il permesso di soggiorno ecco che nuovi ostacoli vengono frapposti fra lo straniero e la sua possibilità effettiva di una vita "normale". Ci troviamo quindi molto spesso di fronte al paradosso di un’opinione pubblica che chiede agli immigrati, com’è giusto, il pieno rispetto della legalità, e di una legislazione che rende la vita sociale e lavorativa degli stranieri un percorso ad ostacoli.

Oltre che di fatto, anche di diritto il cittadino straniero non comunitario si trova a subire un trattamento differenziato.

Razzismo quotidiano

Ma, non solo, proprio perché esiste ed è fortemente radicata nell’opinione comune la percezione dell’immigrato come persona estranea alla realtà quotidiana degli italiani, i problemi legati a un’integrazione nel tessuto sociale sono moltissimi: dalla possibilità di affittare tranquillamente una casa, ai rapporti di vicinato, alla diffidenza che in generale è alla base dei rapporti tra immigrati e autoctoni e che riduce qualsiasi possibilità di confronto e rispetto reciproco.

Un passo avanti potrebbe essere fatto con il riconoscimento del diritto di voto alle amministrative. Chi ha gli stessi diritti spesso viene percepito su un piano di eguaglianza piuttosto che di subordinazione. Così come dovrebbe essere ampliato ed esteso il concetto di cittadinanza non più legato alla nazionalità.

Diritto di voto e diritti di cittadinanza

Ci sembra, questo, un punto importante anche al di là dei suoi positivi effetti pratici. Estendere ai cittadini stranieri non comunitari ciò che è già stato concesso agli europei residenti in Italia, ci sembra un notevole passo in avanti anche dal punto di vista "simbolico".

Uno straniero che vota può infatti sentirsi finalmente parte di una comunità, e la stessa comunità è costretta a guardare a lui come ad un cittadino a tutti gli effetti, in grado di esprimere le proprie opinioni e i propri bisogni non attraverso canali differenziati di espressione, ma con gli stessi mezzi, le stesse possibilità, le stesse responsabilità pubbliche. In questo modo si potrà anche uscire da una concezione monoculturale della cittadinanza, ancora costretta negli spazi angusti dello Stato-Nazione, importante conquista politico-culturale dei decenni passati, messa ormai in crisi dalla amata-odiata "globalizzazione". Qualunque obiezione di tipo "costituzionale" nei confronti di tale ipotesi ci sembra improbabile da parte di chi della Costituzione antifascista e democratica farebbe carta straccia, e ci sembra inoltre aggirata dalla avvenuta concessione del diritto di voto amministrativo per i cittadini comunitari. Perché un francese, se residente, può votare per il sindaco di Roma e un senegalese no?

Ma la discriminazione non agisce solo nel doppio regime dei diritti politici, ma anche nel diverso trattamento di fronte alla legge.

Italia, l’immigrazione, i razzismi, la sua posizione geopolitica.

Le preoccupazioni dell’Unione Europea, per la posizione geografica dell’Italia rispetto agli altri paesi coinvolti dal fenomeno dell’immigrazione, favoriscono la creazione per il nostro paese di un ruolo di "sentinella " dell’Europa meridionale, condiviso, in parte, da Spagna e Grecia. Riteniamo errato farsi schiacciare da questo ruolo, evidentemente repressivo, e combattiamo gli slittamenti dell’opinione pubblica che tende ad interiorizzare tale ruolo. Si sta rafforzando, infatti, la già nota sindrome da " invasione" arricchita dalla paura irrazionale di una nuova figura "antropologica", il "clandestino ". Non si riesce, infatti, a percepire che clandestino è una definizione giuridica, che indica lo straniero privo di permesso di soggiorno, entrato quindi in Italia irregolarmente. Che questo comporti una particolare abiezione morale o una naturale inclinazione al crimine è tutto da dimostrare, né ci risulta scientificamente provata tale affermazione. Certo si tratta di un soggetto debole, forse l’anello più debole della società e, perciò, a rischio. Soprattutto se si considera che il 99% degli espulsi o degli intimati di espulsione sono irregolari, è facile soffermarsi negativamente su questo dato se non si chiarisce il senso sociale e politico che gravita intorno a questo status.

Non a caso, quindi, leggendo i quotidiani italiani, si incappa spesso nella " questione clandestini". Già il termine "clandestino" di per sé viene caricato di un significato negativo, per cui, molto spesso, si giustifica il proprio "non razzismo" in base al fatto che il soggetto in questione è, non uno straniero regolare, ma un clandestino. Clandestino, quindi, per l’opinione pubblica, aiutata dai media, è un delinquente, criminale, ma non solo, anche un possibile concorrente sul mercato del lavoro nero.

Al clandestino si è pensato bene, perciò, non di sanare la sua posizione di soggetto debole ed invisibile ma di creare i Centri di Permanenza Temporanea, così politically correct nella loro designazione linguistica, ma tanto poco democratici nella realtà delle cose. L’istituzione di questi centri ha in pratica sancito l’esistenza di una legislazione speciale per i soli stranieri extracomunitari. Infatti in essi vengono rinchiusi gli stranieri che hanno violato una norma amministrativa che nulla ha a che fare con il penale. Non solo, la nuova legge prevede particolari caratteristiche che devono essere rispettate nei centri di permanenza…., ma che nella realtà dei fatti non esistono. Chiediamo, pertanto una modifica di tale norma perché il superamento del razzismo non può convivere con norme che alimentano il senso di esclusione, la disparità di trattamento e il senso di precarietà che ogni straniero vive nel paese di accoglienza.

L’immigrazione in Italia, vecchia di 15 anni d’esperienza, con un incremento negli anni ’90, oggi raggiunge il 1.250.214 di presenze (con una maggioranza di albanesi che tocca circa le 92mila unità). Essa va gestita con il potenziamento degli strumenti di accoglienza e di integrazione giuridica e sociale, ma anche economica, attuando la nuova legge con spirito solidale, nel pieno rispetto delle differenze culturali ma anche con una concezione del rapporto tra le culture come confronto aperto a diverse soluzioni . Il rispetto della legalità si può ottenere solo creando condizioni favorevoli alla legalità, ampliando, appunto i diritti di cittadinanza.

Un discorso a parte, legato al dovere di accoglienza, meritano i richiedenti asilo e gli ultimi dati relativi alle richieste d’asilo pervenute alla Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato in Italia sono state circa ottomila (7674 unità) con un 14% di richieste riconosciute ed in 40% non riconosciute. Le provenienze maggioritarie riguardano la ex-Jugoslavia con un 36%, la Turchia con un 18%, l’Iraq (si tratta di curdi iracheni) con un 32%, le ultime due con un più alto tasso di richieste riconosciute. Comunque il 65% dei richiedenti asilo sono persone con permesso di soggiorni per motivi umanitari, il 25% rifugiati, il 5% apolidi.

In sintesi SOS Italia nell’affrontare la lotta contro i diversi tipi di razzismo lavora per:

  • L’ampliamento del diritto di cittadinanza.
  • Il diritto di voto alle elezioni amministrative ( solo chi ha pari diritti può essere percepito su un piani egualitario piuttosto che subordinato ed essere visibilmente soggetto politico)
  • trasferimento delle procedure legate al permesso di soggiorno dalle Questure agli uffici anagrafici civili (affinché l’unica istituzione di riferimento per l’immigrato non sia solo la polizia).
  • programmazione dei flussi più ampia che tenga conto anche di tutti i settori della nostra microeconomia;
  • la modifica in positivo dell’articolo della legge n.40/98 che prevede i centri di permanenza temporanea;
  • percorsi di integrazione sociale ed economica più flessibili, anche con il potenziamento della figura del mediatore culturale in tutti gli uffici pubblici ( è dimostrata una più facile integrazione sia sociale , sia economica se supportata dalla mediazione. )
  • il diritto al mantenimento dell’identità culturale per la seconda generazione (soprattutto all’interno dell’ordinamento scolastico attraverso scambi interculturali).
  • Una legislazione europea omogenea a tutti i paesi membri.

Infine un elogio all’accoglienza umanitaria SOS Razzismo Italia vuole dedicarlo al nostro Sud, alla Puglia ed anche alla Calabria. Le due regioni hanno dato esempio di solidarietà nell’accogliere rifugiati ed immigrati umanitari, pur in una condizione socio-economica tutt’altro che favorevole.