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21 marzo: una rondine … non fa antirazzisti


Essenziale un passo verso la partecipazione e la rappresentanza

21 marzo: giornata mondiale contro il razzismo. La data scelta dalle Nazioni unite è quella che ricorda un triste anniversario sudafricano: sono trascorsi 40 anni dall’eccidio di Sharpeville nel quale 69 neri, che protestavano contro l'infame "pass law" che teneva praticamente in stato di prigionia la stragrande maggioranza della popolazione nera, vennero falcidiati dalla polizia.

E’ un richiamo forte alla memoria, anche se di certo, e purtroppo anche i nostri giorni, non smettono di rimembrarci quanto possa essere duro vivere fuori dalla propria terra d’origine.

La politica dell’apartheid, e la sua caduta, possono essere per noi un buon esempio: non bisogna essere buoni per combattere il razzismo, semmai occorre pensare ai danni che l’intolleranza la discriminazione razziale producono all’economia di un paese, e di conseguenza ai vantaggi che la loro assenza (nel nostro caso "eliminazione") apportano.

In pratica è con queste idee che l’ultimo rapporto demografico dell'Onu si fa strada tra le economie del mondo: gli immigrati vi servono, vi abbisognano per continuare ad alimentare i ricchi fondi pensione che tra un paio di decenni saranno esautorati. Signori, o aprite le porte o sarete costretti a lavorare fino allo stremo delle forze.

Sono otto i paesi che le Nazioni unite passano in rassegna: Italia, Corea del Sud, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Stati Uniti.

Non per essere provinciali, ma proviamo a lavare i panni in casa nostra: entro il 2.050 l'età media degli italiani dai 41 attuali salirà a 53 anni e il 41% della popolazione avrà oltre 60 anni. Che significa in soldoni? In pratica se nel 1995 erano 4 i lavoratori attivi che sostenevano 1 pensionato, tra 50 anni il rapporto sarà di 1,5 a 1. Tradotto in cifre "usa e getta" per reggere la proporzione del '95, l'Italia dovrebbe far entrare 2milioni e 200mila immigrati l'anno (ben più dei 63mila consentiti per il 2000). Beh, se i dati sono questi non ci resta che affannarci a lavorare fino a 77 anni. A meno che non assistiamo ad un’inversione di marcia con l’aumento della crescita demografica che ci fa occupare, allo stato attuale, uno degli ultimi posti della graduatoria mondiale. La situazione negli altri paesi interessati alla ricerca non è eccessivamente lontana dalla realtà nostrana.

Ma la sensazione che abbiamo è quella che di allarmante, quando trattiamo un tema così delicato, non ci sia solo il destino dell’economia del mondo che a quanto pare, con le dovute precauzioni trova soluzioni positive al "problema", ma il continuo martellamento psicologico con notizie di criminalità e disagi che riguardano, a conti fatti, piccole minoranze di immigrati. Il risultato è quella sensazione di intolleranza che avvertiamo intorno a noi, quell’insofferenza strisciante, quel sentore fastidio che ci tocca quando vediamo un individuo non italiano, anzi addirittura non corregionale …

"La cosa non mi riguarda, non sono nero…" – "Non ci accusate sempre delle stesse cose e non rivanghiamo sempre il passato…" – "In fondo le leggi razziali hanno interessato il popolo ebreo e poi ormai tanto tempo è passato…". Chiedo venia, le leggi razziali interessano tutti, coinvolgono tutti, anche se a quell’epoca molti non c’erano. E sono leggi che ci riguardano perché l’ingiustizia e la sopraffazione coinvolgono tutti: le vittime sono sempre in numero minore rispetto a chi si deve vergognare.

"Bisognerà umanizzare la democrazia, renderla più malleabile e fare in modo che coincida quanto più possibile con i principi del diritto, della giustizia e del rispetto della persona – scrive Tahar Ben Jelloun, l’autore antirazzista per eccellenza, in un articolo apparso di recente su La Repubblica - … Non faranno parte della famiglia europea né i nemici della libertà, i fanatici, gli intolleranti, né quelli che credono nell’esistenza delle razze e di conseguenza della loro presunta ineguaglianza"…

Maria Cristina Mastroeni
Membro Direttivo Nazionale Sos Razzismo