Jahve solo". Comunque letta, l'espressione sembra un'affermazione esplicita di monoteismo. Essa è all'inizio della grande preghiera dello Shema ("Ascolta"), una professione di fede quotidiana, particolarmente cara alla pietà giudaica. Lungo la storia di Israele la fede in Dio si è andata precisando a partire dalla esperienza dell'elezione e dell'alleanza oltre che della creazione. Il monoteismo attua attraverso l’esperienza. Gli altri dèi non risultano mai esaltati da Israele, neppure nei tempi più antichi. Invece l’affermazione del Dio vivente (cf. Dt 5,26), unico signore del mondo come del suo popolo (Es 3,14; 1Re 8,56-60; 1Re 18,21; 2Re 19,15-19; Sir 1,6-7; Am 4,13; Am 5,8; Is 42,8; Zc 14,9; Mi 1,11) ha comportato sempre più anche una negazione sistematica degli idoli (Sap 13,10; Sap 14,13; Is 40,20; Is 41,21).
Il credo biblico ha storicamente significato il tentativo profondo e continuato di unione o coesione tra le varie tribù che consideravano la fede una elezione, o un privilegio rispetto ad altri popoli. Per la fede in Dio, le tribù di Israele sono arrivate a costituirsi in popolo, il popolo di Dio.
La fede, quando è vera, è unica per tutti. È la più grande forza storica di coesione e di progresso.
Altri passi dell’Antico Testamento, dove il credo è fondamentalmente un atto di riconoscimento o distinzione, e di adorazione, è 1 Re 18,39: "A tal vista [del fuoco dal cielo] tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: ‘Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!’".

Nel Nuovo Testamento molto studiata è la professione di Pietro, in Mt 16,16: "Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio viventÈ". La confessione della messianicità di Gesù, riportata da Mc e Lc, è qui integrata con le parole di Pietro sulla filiazione divina (cf. Mt 14,33 con Mc 6,51s). Il credo si espande e si precisa.
In questo passo si delinea lo statuto fondante della Chiesa e lo stesso compito o missione di Pietro insieme agli apostoli. Il credo produce cattolicità o universalità, facendo superare le barriere della stessa etnica e cultura ebraica.
La Chiesa universale esiste ed è tale per il credo in Cristo e per diffonderlo: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo" (Mt 28,19).
È possibile che questo credo battesimale tutto anche nel segno di croce o di benedizione nella sua precisione risenta dell'uso liturgico stabilitosi nella comunità primitiva. Più brevemente, infatti, gli Atti parlano di un battesimo "in nome di Gesù" (cf. At 1,5; At 2,38). Solo più tardi si esplicita il legame del battezzato con le tre persone della Trinità. Checché ne sia di variazioni successive nel tempo, la realtà resta la stessa. Se il battesimo è l’esperienza di fede che ricollega il credente alla persona di Gesù salvatore, tutta l’opera di salvezza procede dall'amore del Padre e si compie nell'effusione dello Spirito.
Il credo mette il cristiano in intimo contatto con tutto Dio. Il credo è l’esperienza storica della Trinità.
La porta d’ingresso al cielo, o il punto di riferimento essenziale del mondo messianico, è il Cristo, quando è riconosciuto e accolto in un rapporto personale: "Gli replicò Natanaèle: ‘Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!’" (Gv 1,49). Il credo cristiano è insieme dichiarazione pubblica della signoria o regalità del Cristo e sottomissione o obbedienza della fede in un rapporto personale.
Il Cristo, vero sacramento della fede, è l’esperienza di Dio da parte della Chiesa.
Pietro, si affida al Maestro e Messia, assieme agli undici: "Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio’" (Gv 6,68-69).
Il credo è per la salvezza o la vita.
Il "santo di Dio" è l'inviato ed eletto, consacrato e unito a Dio in modo eminente (cf. Gv 10,36; Gv 17,19; Mc 1,24). Altri codici rportano una lectio diversa di questo versetto: "tu sei il Cristo, il Figlio di Dio"; oppure: "il Figlio del Dio vivente" (cf. Mt 16,16 ); oppure: "tu sei il Cristo, il Figlio santo di Dio". Tutti sottolineano l’importanza della professione di Simone circa il fatto che il Messia è di Dio intimamente, come nessun altro; è Figlio di Dio stesso.
Una formula del credo messianico è anche quella riportata in Gv 20,28: "Rispose Tommaso: ‘Mio Signore e mio Dio!’" Tale dimostrazione di fede pasquale ha un uso liturgico, dopo la consacrazione della Messa, soprattutto nel mondo irlandese.
Il credo è all’inizio del battesimo, si diceva, ma anche dell’eucaristia. È il protocollo di una vita nuova, pulita; di chi si fa per gli altri pane buono e vino della festa. È lo statuto dei figli e delle figlie di Dio nel quotidiano.
"Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c'era acqua e l'eunuco disse: ‘Ecco qui c'è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?’" (Atti 8,36[.37]).
Il battesimo è il punto naturale di arrivo di una fede fondata sulla Scrittura quando questa è interpretata a partire dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. Il v. 37, che è una glossa antica conservata nel testo occidentale, aggiunge: Filippo dice: Se credi con tutto il cuore, è permesso. Rispose allora l’eunuco: Credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio.
Professare la fede in Gesù, significa volere essere salvati (Atti 16,31).
Questo credo ha un ritmo trinitario ma non è impossibile a chi, come i giudei (e i musulmani) si dichiarano monoteisti. Monoteista è il Cristo e il cristiano: "per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui" (1 Cor 8,6). Altra traduzione possibile, più alla lettera, di questo versetto è: "un solo Dio, il Padre, da cui tutto [viene] e verso il quale noi [andiamo] e un solo Signore Gesù Cristo da cui tutto [viene all'esistenza] e per il quale noi [andiamo verso il Padre]".
Sulla preesistenza del Cristo, cf. Col 1,15; Fil 2,6.
Il Nuovo Testamento professa la fede anche nello Spirito Santo.
Il monoteismo cristiano è un monoteismo trinitario. Non riguarda, infatti, la singolarità di una Persona. Per la comprensione cristiana di Dio, una immagine più autentica non è quella del single ma quella del matrimonio con figli. Nel Nuovo Testamento Dio è conosciuto come la famiglia originale, la profondamente ed eternamente unita, e unica vera fonte di unità del genere umano. Il credo monoteistico cristiano non esclude l’altro, neppure chi non credesse, ma fonda l’unità di tutti e di tutto. È la comprensione più piena di Dio che è all’origine dell’universo, che è amante, che ha rivelato se stesso nel piccolo, attraverso l’incarnazione, il ministero, le parabole, l’uso del nome Abbà, la croce, la morte, sepoltura, la risurrezione, la pentecoste, la Chiesa.
Il credo biblico svela un ritmo trinitario della storia. La storia di Dio in Gesù diventa l’itinerario quotidiano del credente.
"Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l'azione dello Spirito di Dio può dire ‘Gesù è anàtema’, così nessuno può dire ‘Gesù è Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor 12,3)
Lo Spirito unisce il Figlio al Padre e il credente a Gesù, unico autentico strumento di fede per gli apostoli e per la Chiesa.
Gesù è vero uomo e perciò, per noi, vero Messia; vero in quanto presenza di Dio nel mondo e nella storia non come un’idea, una religione umana o una memoria del passato, ma come Persona tuttora e sempre vivente che ci apre e ci accompagna alla casa del padre, ad un futuro di salvezza (cf. 1 Cor 15,3-7; Fil. 2,6-11; 1 Tim. 3,16; Eb 6,1-2; 1 Gv 4,2).
Già la regola della fede ricordata da Ireneo riassume bene questo credo biblico essenziale. Lo stesso fa Ippolito, riportando domande e risposte al fonte battesimale. Ireneo e Ippolito sintetizzano il credo degli apostoli.
La Scrittura è dunque la fonte del credo, il protocollo della vita di uomini e donne in relazione al loro Creatore e Salvatore.
Un credo così, (anche se con distinguo), è anche dei giudei e dei musulmani. Ma tra i cristiani è sorto, lungo i secoli, un’altra domanda: è la sola scriptura (e non la tradizione) l’unica fonte del credo? È necessario credere anche ciò che non è contenuto nella bibbia, ma nella tradizione orale? Protestanti e anglicani, in genere ritengono la sola scrittura la regola di fede valida per tutti. Molti Padri, hanno certamente evidenziato questa certezza sulla Scrittura conciliandosi con passi come Gv 20,30; 21,25, sulle molte altre cose fatte e dette da Gesù e che non sono state scritte, non solo da Giovanni ma neppure dai sinottici. Passi come Lc 24,27 (e tutto il brano di Lc 24,13-35) indicano comunque l’importanza che Gesù riconosce per sé alle Scritture (più che alle tradizioni dei Padri) come suo vero prototipo di vita. Ma le Scritture egli le interpreta in un modo che i due discepoli non sapevano ancora fare. Nessuno può negare l’esistenza e l’importanza della tradizione orale come fonte della fede.
Le difficoltà tra cattolici e cristiani non aderenti alla Chiesa di Roma sembra spostato sul valore della tradizione, che vale per tutti. Ma è essa pari alle Scritture? A tutti ormai è possibile riferirsi ad una gerarchia tra le verità riportate nel credo, come esiste in un corpus letterario o tra le membra del corpo umano.
Il fatto di credere in tre persone unite in un solo Dio, tutto Dio, sembra costituire l’essenziale della fede. Come la vita umana presuppone l’esistenza di una famiglia e dell’amore, così sembra valere anche per la salvezza, che è la vita eterna. Senza Dio è impossibile vivere o sopravvivere, esistere e salvarsi. Il credo che professiamo nelle domeniche e solennità durante l’anno liturgico serve a riconoscere che questo bisogno di Dio è primario. Venendo ancora prima di quello del mondo, nostro ambiente indispensabile di vita.

Angelo Colacrai

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