QUALI RISPOSTE ALLA CRIMINALITA’

SICUREZZA "La misura della civiltà"

San Salvo (CH) – 13 marzo 1999

Intervento del Segretario dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia

Dott. Giovanni Aliquò

 

E’ con grande piacere che ho accolto l’invito di questi "giovani pionieri" della Legge 121/81 e degli organizzatori ad intervenire all’odierno Convegno patrocinato dal Comune di San Salvo.

Voglio partire da alcune delle considerazioni svolte dall’oratore che mi ha preceduto, Paolo Andruccioli, direttore di Polizia e Democrazia, per compiere un rapido excursus - senza alcuna pretesa di inopportuno tecnicismo - di alcuni problemi, la cui esistenza mi fa ritenere ancora lontani certi importanti obbiettivi di crescita civile della nostra società.

Il progresso, ha affermato Andruccioli, produce complessità sociale e si è poi, non a torto, interrogato sull’utilità di certi metodi per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, pressantemente rivendicati con formule esterofile, sempre più di moda, come quella della "zero tolerance".

E’ necessario, a questo punto, chiedersi se per la questione sicurezza nel nostro Paese possiamo considerare ancora valido ed attuale il quadro normativo ed istituzionale di riferimento ovvero sia necessario procedere a delle profonde revisioni, come in questi giorni si sente dire da più parti.

E’ convinzione diffusa, infatti, che la Legge 121/81 sia ormai inattuabile, quasi un "ferro vecchio" e abbisogni di una profonda revisione per giungere, da un lato, alla reale equiordinazione delle Forze di Polizia e, dall’altro, per dare sempre maggiori spazi alle autonomie locali nella gestione dei problemi della sicurezza.

Queste affermazioni non riescono a convincermi, anche perché le motivazioni che vengono addotte, sovente, fanno a pugni con una realtà che è sotto gli occhi di tutti e con una storia che non può essere disconosciuta. Dinanzi alle insistenti richieste di molti Sindaci, improvvisamente colti dalla sindrome newyorkese di Rudolph Giuliani, sarebbe il caso di chiedersi cosa abbiano fatto, negli anni, i nostri "primi cittadini" dinanzi al dilagare dell’abusivismo edilizio e commerciale, materie sulle quali, grazie ai loro Corpi di polizia municipale, ben avrebbero potuto dire la loro. Né ci risulta che miglior fortuna abbiano avuto le Regioni in materia ambientale e di vigilanza sanitaria.

Invece che il controllo per la legalità, in questi settori, abbiamo assistito al dilagare del lassismo, frutto di comprensibili preoccupazioni elettoralistiche e dell’arrendevolezza della nostra politica alle pressioni delle lobby di potere, anche quando sono in gioco diritti ed interessi primari dei cittadini.

La Legge 1 aprile 1981, n. 121 è, a mio modo di vedere, moderna ed attualissima. L’unico problema è che, nell’Italia delle "grida manzoniane", il destino di molte leggi è quello di non essere applicate.

E’ quanto accaduto alla Legge 121, vittima di resistenze corporative - che non sono state solo quelle, pur ostinate, degli alti Comandi delle Forze di polizia ad ordinamento militare, come si vuol far credere - e dell’assoluta incapacità della politica di svolgere il suo ruolo di controllo della Pubblica Amministrazione.

La Legge 121 è moderna perché, lungi dal moltiplicare il numero dei responsabili dell'ordine pubblico in provincia (ché quando son tutti responsabili nessuno è responsabile) indica chiaramente le due figure cui devono far capo tutte le responsabilità: il Prefetto ed il Questore. Al primo dei due spettano le scelte politico-amministrative, mentre il secondo è il centro di imputazione delle decisioni tecnico-operative. Organismo consultivo, attraverso il quale può e deve arricchirsi il bagaglio di conoscenze utili agli interventi sul territorio, è il Comitato provinciale per l’Ordine e la sicurezza pubblica. Ora che i Sindaci delle città Capoluogo ne sono diventati interventori necessari (la 121 prevedeva solo la possibilità di un intervento su invito del Prefetto), sarà interessante verificare la frequenza delle loro presenze alle riunioni per capire quale sia, al di là delle parole, il reale interesse di ognuno alle tematiche della sicurezza. Al Questore, in quanto responsabile, la Legge 121 affida anche dei poteri di coordinamento tecnico-operativo ed il ruolo di centro di raccolta di informazioni rilevanti ai fini della valutazione dello stato della provincia.

Il Questore, in altre parole, avrebbe dovuto conoscere quotidianamente l’entità delle forze disponibili di ciascuna Forza di polizia e, sulla base dell’acquisizione e dell’analisi delle informazioni provenienti dagli organismi territoriali, di impiegarle razionalmente sul territorio, in relazione alle diverse esigenze.

Esisterebbe, allora, il responsabile "tecnico" dell’impiego di tutte le Forze di polizia, come, fin dal 1981, esisteva, inqunto previsto dalla Legge 121, l’obbligo di interconnessione tra le Sale operative che, oggi, si sbandiera come una novità assoluta.

E’ probabile, allora, che sia necessario procedere ad un monitoraggio per verificare il motivo per il quale queste norme sono rimaste, per oltre tre lustri, del tutto inattuate e il Questore, tranne qualche rara eccezione, sia rimasto confinato nel ruolo di mero "capro espiatorio".

Non è certo il corporativismo di Funzionario di Polizia che mi spinge a chiedere questa verifica. Sono, infatti, convinto che è indispensabile compiere un’analisi completa delle cause da cui è dipesa la disapplicazione di norme fondamentali della 121 e altrettanto indispensabile dovrebbe ritenersi il dovere di rimuoverle.

Altrimenti c’è il rischio che si vari una nuova legge e, tra 18 anni, ci si torni ad interrogare sulle cause del suo fallimento.

E’ necessario, tuttavia, compiere una profonda autocritica anche su quello che è avvenuto all’interno della Polizia di Stato dopo l’approvazione della Legge 121 e sul ruolo del sindacato.

Un’Istituzione chiamata ad affrontare le sfide di crescente complessità frutto del progresso, infatti, non può continuare a tollerare le inerzie e le inefficienze del sistema.

Il confronto con le forme più aggressive e pericolose di criminalità sarebbe destinato a clamorosi insuccessi.

Due sono, dunque, gli obbiettivi irrinunciabili: l’ammodernamento tecnologico e il miglioramento qualitativo del personale della Polizia di Stato.

Il primo dei due argomenti meriterebbe, da solo, un congresso. Qui basterà ricordare l’assurda arretratezza nella quale sono lasciati gli Uffici di tutte le Forze di polizia non solo con riguardo agli strumenti informatici, ma anche in relazione a tutta una serie di altre dotazioni di fondamentale importanza, soprattutto al fine di ridurre l’incidenza del costo delle risorse umane che, invece, devono essere liberate per fini più alti.

Sul secondo obbiettivo si deve lamentare, invece, il ruolo nefasto svolto da un Amministrazione e dai Sindacati. Nel corso degli anni, sono diventati sempre più buonisti, secondo una logica consociativa che, ne sono certo, non doveva certo animare i pionieri, i carbonari, del sindacato di polizia, forse più motivati dall’orizzonte di una Polizia veramente civile, qualificata e al passo coi tempi.

Si sono, così, favorite, con i famosi "riordini delle carriere", crescite interne "ope legis", ovvero senza alcuna selezione culturale, innescando malumori, demotivazione e rincorse da parte di quanti, come gli ispettori, hanno visto inflazionati i loro ruoli. I sindacati chiedono ora, paradossalmente, di replicare "il disastro dei riordini" anche per i ruoli dei Funzionari. Del cittadino, ovviamente, nessuno si cura.

Per facilitare le esigenze di crescita del personale delle carriere esecutive e "di concetto" e per "chiudere" con i ruoli speciali, peraltro, sono stati istituiti dei concorsi interni straordinari per titoli ed esami: gli "interni" muniti di laurea, per cinque anni, avranno riservato il 50% dei posti disponibili (art. 7 della L. 28/3/97 n. 85)

Se a ciò si aggiunge che il 30% dei restanti posti, banditi per il concorso pubblico, continuano ad essere riservati agli interni, si constaterà facilmente come lo spazio per la crescita della base sia, per chi abbia i titoli, la volontà di confrontarsi seriamente e la necessaria cultura, più che ampio.

La sensazione che ci sembra di ritrarre, invece, è che la manovra, facendo leva sullo scontento, in larga parte giustificato, causato dai "riordini delle carriere" e sulle particolari e private, incontenibili ambizioni di qualche sindacalista direttamente interessato, punti alla normalizzazione della Polizia di Stato.

L’intenzione manifesta è quella di appiattire, innanzitutto culturalmente, i Funzionari di Polizia sugli Ufficiali delle altre Forze ad ordinamento militare, in un orizzonte nel quale saranno ovviamente ridimensionate, se non annullate, le nostre peculiari funzioni di "autorità" e quelle della Polizia civile.

Bisogna stare molto attenti, al proposito. Solo un’Autorità tecnica e civile di polizia, legittimata per la sua autorevolezza, cui siano attribuiti precisi poteri e le correlative responsabilità, può, in una democrazia avanzata, assolvere ai delicati compiti di sicurezza interna.

Ci fa specie, quindi, che i "sindacati maggiori", oggi significativamente assenti a questo Convegno, sembrino non curarsi delle delicate implicazioni che discenderebbero da uno scadimento culturale complessivo dell’Istituzione.

Restiamo, tuttavia, nel pratico e cerchiamo di indicare i maggiori inconvenienti di questa politica del "todos caballeros".

Pur ammettendo che ancora molto si deve fare per garantire la serietà e l’efficacia delle selezioni concorsuali pubbliche, infatti, siamo, comunque, molto critici sulle procedure di semplificata o, peggio ancora, di indiscriminata progressione interna, inaugurate con i "riordini delle carriere non direttive" del 1995 e che oggi si vorrebbero estendere ai ruoli dei Funzionari, in quanto:

Le nostre opinioni sono state confortate dalla Corte Costituzionale che, proprio in materia di illegittimità di concorsi interni, si è pronunciata con la sentenza n. 1 del 1999.

Le odierne posizioni sindacali sui ruoli speciali sembrano, insomma, voler riprodurre nella Polizia di Stato condizioni di mediocrità simili a quelle che hanno causato lo sfascio del Pubblico Impiego.

Rafforzandosi, da un lato, il consociativismo tra sindacato e certi vertici dell’Amministrazione e deprimendosi, dall’altro, il livello culturale della "dirigenza", sarà inevitabile che si aggravi la condizione di incapacità di governo strategico ed innovativo dell’Amministrazione. La "normalizzazione" degli apparati, conseguente all’affievolimento del livello culturale medio dei suoi appartenenti, è l’insidia più temibile per la funzionalità della macchina che deve produrre sicurezza.

E’ questo, chiedo ai "padri" della 121, il risultato che si voleva conseguire con le vostre battaglie? E’ possibile che il Sindacato che voi sognavate, pur di accaparrarsi facili consensi, non sia oggi in grado di valutare i pericoli che sta correndo la nostra Polizia di Stato?

Forse sono proprio gli "anziani" fondatori del Sindacato, che dovranno tornare in campo per rinverdire, a noi "giovani", quegli ideali che, quasi venti anni fa, uniti ai loro sacrifici hanno dato vita alla riforma della Polizia.