EDITORIALE DEL NUMERO 2/98 DI FORZE CIVILI

 

Abbiamo ripreso Pasquale Cuntrera in Spagna. Speriamo di poter conseguire, con l’appoggio di tutte le Autorità interessate, un analogo successo con Licio Gelli e con molti altri latitanti, più o meno eccellenti, nascosti in Italia o riparati all’estero.

Le vicende di questi latitanti di rango si iscrivono in un quadro che, nonostante ogni sforzo di ottimismo, non può che apparire preoccupante. Non possiamo nasconderci che il nostro Paese, che pure è riuscito a compiere grandi sforzi per cercare di risanare la sua economia e per entrare a testa alta in Europa, non è ancora riuscito a vincere la battaglia per il ripristino effettivo della legalità.

Si tratta di una sfida culturale che, informandosi ai valori della nostra Costituzione, dovrebbe coinvolgerci tutti per il miglioramento del Paese.

Continua, invece, a prevalere l’Italia dei piccoli e grandi furbi, il Paese della corruzione e delle regole violate. Si scopre la violenza del nostro Meridione, con le sue città quotidianamente scosse ed insanguinate dalle guerre di mafia, solo quando qualche fatto di particolare efferatezza costringe le prime pagine dei giornali ai titoli cubitali. Si dimentica, troppo spesso, che l’humus nel quale attecchisce certa violenza è la violazione sistematica delle regole del vivere civile, la mancanza di cultura ma, soprattutto, di lavoro tra i giovani, l’enorme e facile profitto garantito da una miriade di attività illecite organizzate dalle mafie.

Del contrabbando, per esempio, si parla ancora come di un fatto folkloristico. Si dovrebbe ben riflettere, invece, sul potenziale di condizionamento sulla vita politica e sociale del nostro Paese che è esercitato dalle ingenti somme che esso, con un rischio bassissimo, assicura alle consorterie. Né possiamo dimenticare che, nelle grandi e medie aree urbane del Centro e del Nord (ed in special modo nelle "periferie"), la criminalità comune e quella che qualcuno, riduttivamente, chiama "microdelinquenza", costituiscono un grave limite alle libertà dei singoli.

La domanda di sicurezza e di legalità che ci proviene dal cittadino, nonostante ogni nostro migliore sforzo, rimane sovente priva di adeguata risposta. Né possono confortarci certe statistiche. Senza voler entrare in merito alla loro attendibilità, invero, basta aver presente che, a causa di una diffusa sfiducia nella possibilità di reazione dello Stato, le vittime di reati anche gravi, fatto un calcolo costi-benefici, omettono comunemente di denunciarli per....non perdere tempo.

Il Ministro Giorgio Napolitano - al quale va dato atto di aver ben fatto sentire la sua vicinanza alle Forze di polizia, ingiustamente attaccate per le vicende Gelli e Cuntrera - nel corso dell’intervento tenuto a Roma, in occasione dell’ultima Festa della Polizia, ha affermato che si deve "fare della politica della sicurezza una delle reali priorità nel momento delle scelte che competono al Governo e al Parlamento" sottolineando come tale attenzione debba trovare adeguato riscontro "anche nella politica di bilancio".

Ci auguriamo vivamente che queste buone intenzioni del Ministro, unitamente a quella di dare nuovo e maggiore impulso alle attività di prevenzione, non siano costrette a restare sulla carta.

In questi ultimi anni, invero, abbiamo assistito al sistematico smantellamento della normativa per la prevenzione dei reati e, anche in ragione di interpretazioni esasperate della legge sulla protezione dei dati, siamo stati privati di alcuni elementari strumenti di indagine.

Iniziative ed interventi concreti sono oggi possibili, quasi esclusivamente, nel settore delle investigazioni giudiziarie, sotto la direzione della magistratura. I tempi di risposta al crimine, così, si dilatano, dovendosi modellare su quelli del processo penale. I Questori, i Funzionari, i poliziotti, tutti i tutori della legalità, dinanzi ai criminali, appaiono avere "le mani legate".

I fondi destinati alla sicurezza pubblica, poi, secondo quanto si evince da un appunto del Dipartimento al Ministro redatto nel dicembre scorso, con il quale si formulano le "proposte per la gestione finanziaria" per il 1998, appaiono del tutto insufficienti. Ciò soprattutto in relazione alle esigenze di "modernizzazione delle tecnologie e dei mezzi" ed a quelle di organizzazione, di addestramento e di qualificazione del personale.

Se si escludono le "cellule di eccellenza", gruppi super specializzati di esperti oggetto di ricorrente ostentazione da parte di tutti i Corpi, si deve prendere atto che per la maggioranza dei tutori dell’ordine, quelli che sono quotidianamente chiamati a sostenere il gravoso carico "dell’ordinario", il progresso si è fermato dieci o quindici anni fa.

Le Forze di polizia, invece, avrebbero urgente bisogno di essere dotate con larghezza di moderni strumenti informatici e telematici. Lo scambio, la memorizzazione e l’elaborazione di dati ed informazioni complesse dovrebbero poter avvenire in tempo reale, seguendo una filosofia di rinnovamento e di semplificazione delle procedure. Per molti versi, invece, siamo ancora prossimi all’età della pietra, soffocati dalle farragini di una burocrazia ottusa, dall’incapacità di spendere al meglio i soldi del contribuente e da antiche ed anacronistiche gelosie.

Non si può nemmeno continuare a lesinare sull’addestramento e sull’aggiornamento professionale: in tal modo si lascia esposto il personale, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà e tensione operativa, ad elevate probabilità di commettere gravi errori.

Non ci lascia tranquilli, poi, il fatto che, grazie ad un consenso tanto ampio e trasversale quanto disinformato, è assai probabile che in Parlamento possa passare una nuova prospettiva di dequalificazione culturale della Polizia di Stato: deprimere il livello di studi per l’accesso alla carriera di Commissario di Polizia (non più universitari, ma medi) e semplificare le procedure di selezione (Atto Senato 2793-ter). E’ la prosecuzione di un’insensata politica di scadimento, iniziata con i "riordini delle carriere" del 1995 (avanzamenti di massa, per decreto, del personale a qualifiche superiori), che noi abbiamo sempre combattuto.

In un mondo in cui i criminali riescono ad avvalersi delle più moderne tecnologie e dell’apporto di una rete di professionisti, anche di alto livello, per eludere le indagini e riciclare i proventi delle loro attività illecite, pensare che si possa continuare a "regalare" allegramente promozioni e carriere, in barba ad ogni principio di meritocrazia, non ci sembra una politica vincente.

Le scelte che, in materia di sicurezza, saranno compiute dal Parlamento e dal Governo dovranno essere chiare e coerenti con gli obbiettivi prefissati. In questa materia non v’è spazio per l’improvvisazione o per calcoli sbagliati.

Né si potrebbe accettare il solito balletto nel quale nessuno è responsabile delle scelte finali. La manifesta disaffezione alle urne, confermata dalle scarse affluenze registrate nelle recentissime consultazioni amministrative, ed il crescente ricorso ad iniziative referendarie - come quella della quale si tratta ampiamente e mediante autorevoli interventi in questo numero - stanno ad indicare che cresce l’insofferenza verso un certo modo di fare politica e di legiferare. E’ il Paese reale che, non sentendosi adeguatamente rappresentato, vuol tornare ad essere protagonista.

Giovanni Aliquò