QUELLA STELLETTA IN PIU'
Dov'è
allora il grumo di marcio e perché si è formato? Il Parlamento è ormai pronto
per approvare una legge che riordina le forze di polizia. È una riforma che
trasforma l'Arma dei carabinieri in «quarta forza armata» potenziandone
l'indipendenza, la gerarchia e l'operatività. L'Arma diventa autonoma dalle
altre Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica). Anzi, in posizione di
controllo perché polizia militare. Più solida gerarchicamente perché, dopo la
riforma, saranno i carabinieri a decidere, come un corpo separato, il destino
e le promozioni dei carabinieri con un avanzamento verso l'alto dei vertici.
Ci sarà un comandante che sarà generale a quattro stelle (oggi ne ha tre).
Tre saranno i generali a tre stelle (ce n'era soltanto uno, il comandante). I
generali di divisione diventano venti (erano 17). I generali di brigata
cinquanta (erano 25). Ma, quel che conta per i «cugini in borghese» della
polizia, è l'operatività dell'Arma per l'ordine e la sicurezza pubblica. Il
lavoro dei carabinieri sarà meno subordinato o più indipendente (al centro)
dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e, quindi, dal capo della polizia
che coordina (o dovrebbe coordinare) le tre forze di polizia e (in periferia)
dal questore che per legge è «l'autorità provinciale di pubblica sicurezza».
Ma da domani il comandante provinciale dei carabinieri potrà, con
legittimità, fare a meno dell'opinione del questore e, allo stesso modo, al
capo della polizia converrà maneggiare il suo titolo di direttore del
Dipartimento della Pubblica Sicurezza con molta cautela quando deciderà di
telefonare al comandante generale dell'Arma dei carabinieri (con le sue
quattro stelle gli sarà superiore in grado). Una
fonte del Viminale preferisce raccontare quel che accade così: «Oggi, nel
cerimoniale definito per legge, il capo della polizia è a ridosso delle
maggiori autorità dello Stato e, soltanto per cortesia, chiama accanto a sé i
comandanti dei carabinieri e della Guardia di finanza. Con la riforma, ci
saranno tra il capo della polizia e il comandante dei carabinieri un
centinaio di metri. A svantaggio del capo della polizia». Immagine
elementare, se si vuole. Per le alte burocrazie della sicurezza, la più
efficace per indicare chi conta e quanto e nei confronti di chi. Non è utile
gettare acqua sul fuoco come fa il ministro dell'Interno, Enzo Bianco («I
toni aspri non riflettono il clima di collaborazione che esiste tra le forze
di polizia»). Il fatto è che proprio quella collaborazione, sempre
tormentata, può andare pericolosamente in pezzi e, approvata la legge, se ne
potrebbero raccogliere i cocci. Oggi
i quadri intermedi e superiori della polizia, soprattutto i più giovani e i
più professionali, si vedono stretti in una forbice che, da un lato, premia
le carriere dei prefetti (amministrativi) e, dall'altro, il potere autonomo
dei carabinieri. Con il primo risultato che i funzionari di polizia coltivano
un presentimento buio: «Creata questa disarmonia tra carabinieri e polizia a
vantaggio dei carabinieri, è naturale attendersi che, nell'età del
federalismo, una forza armata come in Turchia sarà forza nazionale di polizia
e noi, polizia di Stato, diventeremo poliziotti metropolitani o, al più,
polizia regionale organizzata, chessò, nel Dipartimento provinciale della
polizia di Milano o nel Dipartimento regionale della polizia lombarda». Come
si vede, se la mossa dell'associazione dei funzionari di polizia contro il
Parlamento è abusiva, censurabile e avventurosa, ha per lo meno il pregio di
rivelare alla pubblica opinione un «pasticciaccio» che nasconde una domanda e
la morale della storia. La domanda. Approvata la riforma, con la polizia
ostile ai carabinieri (o viceversa), che ne sarà della sicurezza? La morale.
Quando le riforme si fanno, sensibili soltanto al consenso da catturare e non
alle compatibilità o alle architetture istituzionali, è meglio non fare le
riforme. di GIUSEPPE D'AVANZO |
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