ASSOCIAZIONE NAZIONALE

FUNZIONARI DI POLIZIA

 

 

Atti del Convegno

 

 

Democrazia, equilibri istituzionali

e cultura della sicurezza civile

 

Roma, 12 gennaio 2000

 

 

 

COMMENTO ALL’ATTO CAMERA N. 6249

(RIFORMA FORZE POLIZIA E COORDINAMENTO)

 

 

Camera dei Deputati

Sala del Refettorio – Palazzo San Macuto

(Trascrizione degli interventi registrati non revisionata dagli intervenuti)

 

Dott. Giovanni ALIQUO’ - Segretario Nazionale ANFP

Ringrazio tutti voi che siete intervenuti, in numero invero tanto elevato da colmare il locale messo a disposizione dalla Camera dei Deputati, a questo nostro Convegno sui temi del coordinamento e del riordino della Polizia di Stato e delle altre Forze dell’ordine. Mi scuso con coloro che, per esigenze di sicurezza relative alla capienza della sala, non potranno assistere al dibattito. Per farmi perdonare prometto che cercherò di far redigere e diffondere, nel più breve tempo possibile, gli atti del convegno. I temi che tratteremo sono attualmente all’esame della Camera dei Deputati con l’Atto n. 6249.

Ringrazio, perciò, tutti i parlamentari presenti e, in particolare, i comunisti italiani che oggi ci ospitano. Abbiamo qui presente il loro Capogruppo, l'on.le Tullio Grimaldi, al quale vorrei dare la parola, prima dell’introduzione del Presidente dell’ANFP, affinché lui possa rivolgere a tutti voi un saluto.

 

On.le Tullio GRIMALDI

Vi do il benvenuto. Abbiamo pensato di mettere a disposizione le strutture della Camera perché abbiamo ritenuto importante questo confronto. Come sapete, è in discussione questa proposta di riordino delle Forze di polizia.

La discussione è già iniziata e si riprenderà la settimana prossima. Io avevo ricevuto, come altri gruppi parlamentari i vostri rappresentanti. Ho suggerito io stesso di promuovere un incontro con le forze politiche per poter evidenziare quelle che sono le ragioni di consenso, di dissenso o, per lo meno, gli spunti di riflessione sulle proposte che sono state avanzate e che sono in discussione al Parlamento.

Questa iniziativa sembra essere riuscita in quanto vedo numerosi Funzionari di Polizia e anche i colleghi parlamentari. Li ringrazio per la loro presenza e auguro a tutti buon lavoro. Io non interverrò perché sono assorbito da precedenti impegni parlamentari.

È presente, tuttavia, il collega Meloni che fa parte della Commissione Giustizia. Egli ha seguito l'iter di questa proposta di legge e interverrà nel merito. Grazie e buon lavoro.

Dott. Giovanni ALIQUO’

La parola al Presidente dell’ANFP, dott. Carlo MORSELLI, che rivolgerà a tutti i presenti un saluto.

 

Dott. Carlo MORSELLI – Presidente ANFP

Saluto e ringrazio il Sottosegretario di Stato, il sen. Maritati, gli onorevoli parlamentari, il Vice Capo della Polizia Grimaldi e tutte le autorità che, con la loro qualificata presenza, hanno voluto testimoniare l'importanza del tema oggetto del Convegno di oggi.

Perché l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ha deciso di organizzare un Convegno sul tema odierno: "Democrazia, equilibri istituzionali e cultura della sicurezza civile".

Noi riteniamo che sia compito di ciascuno, nell'ambito delle proprie competenze di portarsi al massimo perché venga data una risposta quanto mai moderna ed efficace al crescente fenomeno della delinquenza diffusa e organizzata. Questo obiettivo avrebbe dovuto indurre il Legislatore a compiere delle scelte che tendessero a qualificare al massimo tutti gli appartenenti alle Forze di polizia e in particolare i Funzionari della Polizia di Stato cui è demandato, in via esclusiva - sottolineo esclusiva - la responsabilità dei più delicati servizi di ordine e sicurezza pubblica.

Si sarebbe dovuto puntare ad una qualificazione secondo un modello coerente e compatibile con indirizzi già dettati per altre carriere dello Stato: quali i prefettizi, i diplomatici e gli stessi direttori degli istituti di pena.

Si sarebbero dovute rinnovare le procedure per l'assunzione dei Funzionari, per la loro progressione in carriera secondo i criteri costituzionali dettati in materia di pubblico impiego: tutto questo, in realtà non trova riscontro nell'Atto Camera 6249, approvato forse troppo frettolosamente in sede di Commissione.

Che cosa ci preoccupa maggiormente in questo Atto Camera 6249? In primo luogo che sono sensibilmente snaturati i valori della legge 121 dell'81; che si pongono i presupposti per una futura dequalificazione dei quadri direttivi della Polizia di Stato, che le  norme presentano palesi profili di incostituzionalità e, soprattutto, non si rinviene alcun positivo contributo a quella richiesta di sicurezza che viene da più parti.

 

L'Atto Camera 6249, inoltre, rafforza ulteriormente le competenze delle Forze polizia a ordinamento militare, orientandole verso compiti estranei e parcellizzandone le dipendenze, secondo un modello che non trova riscontro in altri paesi industrializzati e di consolidata democrazia.

L'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ha voluto quindi sensibilizzare le istituzioni con la massima dignità e compostezza istituzionale, cercando di informare anche l'opinione pubblica e ricorrendo anche all'acquisto di pagine di giornali, che sono state iniziative che, siamo orgogliosi di precisarlo, sono state finanziate esclusivamente con il contributo dei propri iscritti.

Tutto questo coerentemente con le problematiche che già da anni porta avanti la nostra Associazione. Da anni chiediamo che le valutazioni dei Funzionari avvengano secondo criteri di massima trasparenza; ci battiamo affinché si realizzi un vero, effettivo, reale coordinamento tra le Forze di polizia, che si arrivi alla condivisione dei patrimoni informativi, alla razionalizzazione della raccolta e dell’elaborazione dei dati statistici, che spesso rimangono patrimonio esclusivo dell'ente di appartenenza. Solo da poco più di un anno constatiamo che si è riusciti a dare il via a quelle “sale operative interconnesse” tra Polizia e Carabinieri, previste fin dal 1981, che consentiranno, una volta realizzate appieno, di sfruttare al massimo le risorse umane e materiali per la lotta al crimine.

Sono questi gli obiettivi che da anni l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia indica, nella convinzione che essi siano essenziali affinché si affermino i valori democratici in cui crede, che ben si coniugano a quelli della tutela della dignità del Funzionario di Polizia e della cultura della sicurezza nella libertà.

Ringrazio ancora tutti per la vostra partecipazione e non voglio rubare ulteriore spazio a quello che ritengo debba essere un dibattito quanto mai interessante e proficuo.

 

Dott. Giovanni ALIQUO’

Ringrazio il Presidente per questa sua ampia e chiara introduzione. Direi che quasi potrebbe bastare quello che lui ha detto perché è l'essenziale. Ci chiediamo, infatti, perché, a distanza di quali venti anni dall'approvazione della Legge 1° aprile 1981, n. 121, ci troviamo a doverci confrontare con un provvedimento come l’Atto Camera, il 6249, la famosa – o famigerata - delega al Governo in materia di riordino dell'Arma dei Carabinieri, del Corpo Forestale dello Stato, del Corpo della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato. E’ significativo, al proposito, che fin dal titolo sia stata operata, nominando le Forze di polizia interessate, una strana inversione rispetto alle precedenze che erano stabilite dalla Legge 121 che, secondo me, non è casuale e non è stata dettata solo dal carsico fluire degli eventi parlamentari.

Norme in materia di coordinamento delle Forze di polizia: questa novella è il dato oggettivo dal quale dobbiamo partire per compiere, con la brevità che il consistente numero degli interventi previsti e di quelli che altri vorranno effettuare, un’analisi del presente e di ciò che dal 1981 ad oggi si è verificato.

Nuove prospettive si aprono con questo disegno e, perciò, abbiamo il dovere di chiederci se esso sia in grado di dare risposta sia alle più sentite esigenze dei cittadini ma anche alle attese di chi lavora per le Istituzioni come testimonia l’affollato uditorio.

Il nostro giudizio, come molti di coloro che sono presenti in questa sala sanno, è piuttosto critico. Noi riteniamo, infatti, che il provvedimento compia delle scelte di retroguardia, non coerenti ed istituzionalmente poco equilibrate. Scorgiamo profili di incostituzionalità nelle norme e, sostanzialmente, siamo convinti che si continuino a compiere vecchi errori, che tanto nocumento hanno arrecato in passato alla nostra Istituzione e al coordinamento delle Forze di polizia nel nostro Paese, e a creare nuovi pericoli per la democrazia.

Siamo perciò rimasti estremamente sorpresi della celerità con la quale, nelle Commissioni, a larga maggioranza, si è deciso di licenziare questo provvedimento, senza procedere a quegli approfondimenti che i numerosi emendamenti presentati avrebbero forse suggerito di compiere.

La prima considerazione che ci viene quindi da compiere muove dalla peculiarità della nostra democrazia, una democrazia calata nell'Europa, vicina ai valori occidentali, orientata alla sempre maggiore partecipazione del cittadino e tuttavia ancora soggetta ad influenze, condizionamenti e retaggi tipici di quei contesti nei quali non è del tutto affinato il sistema delle garanzie.

La nostra - si dice - è la "democrazia della comunicazione". Se è vero che, grazie all'informazione, alla comunicazione sono state abbattute molte differenze fra le classi sociali, è vero anche che il controllo dell'informazione nel secolo che si è appena chiuso è diventato uno dei principali strumenti per assicurarsi il potere.

 

Questa considerazione dovrebbe indurci, tenuto conto del progresso, della crescente diffusione delle tecnologie nel campo dell'informazione e delle molte questioni che giacciono sul tappeto, a considerare fin da ora necessaria la predisposizione di un insieme coerente di effettive garanzie e di forti controlli in ciascuno dei settori sensibili dell'informazione; ciò affinché il sistema nel suo complesso risulti equilibrato e funzionale non agli interessi dei pochi che tengono salde le leve del potere, ma a quelli della collettività.

Ecco dunque la necessità di affinare un sistema di controlli e di garanzie che assicurino la corretta utilizzazione dei patrimoni informativi. Un sistema di controlli e di garanzie che, nonostante l’istituzione di diverse Autorità Garanti, nonostante il lavoro delle competenti Commissioni parlamentari, nonostante l’azione governativa di controllo e l’apprestamento di strumenti giudiziari di tutela dei diritti del cittadino, appare nel complesso ancora piuttosto debole ed inefficace.

Lo Stato, invero, compie notevoli investimenti per garantirsi “l'informazione”. Ogni ufficio pubblico ne detiene in quantitativi considerevoli e di natura diversa in relazione alle attività amministrate, su fatti e persone.

Le Forze di polizia e i servizi di sicurezza, in questo contesto, svolgono un ruolo di primaria importanza in quanto hanno il compito di raccogliere, autonomamente o facendo ricorso ad altre fonti pubbliche e private, informazioni di ogni genere al fine di prevenire e reprimere reati e, più in generale, di garantire la sicurezza del Paese.

A distanza di quasi venti anni dalla Legge 1° aprile 1981, n. 121, che ha creato la Polizia di Stato e ridisegnato gli assetti della Pubblica Sicurezza, in un disegno di legge nel quale si parla di coordinamento, non si è però ritenuto di giungere ad una maggiore razionalizzazione se non all'unificazione delle troppe Forze di polizia operanti sul territorio, né si è pensato di analizzare prima, e andare a incidere poi, su quelle resistenze che, nel corso degli anni, hanno di fatto impedito l'attuazione della legge 121 e l’effettivo coordinamento.

È probabile che ciò sia mancato non tanto per mantenere le sane competizioni o per rispettare le antiche tradizioni. Entrambe (io ritengo) sono realmente inutili, quando non perniciose, ove, tenendo conto della customer satisfaction, ovvero delle richieste di efficienza ed economicità che ci provengono dal contribuente ogni giorno, esse si rivelassero d’ostacolo al migliore impiego delle risorse.

L'esigenza inespressa, ma non per questo meno sentita, è, invece, quella di mantenere  – facendo anche leva sulle gelosie e le smisurate ambizioni dei rispettivi vertici - nel modo più semplice possibile, o meglio, più semplicistico possibile un equilibrio tra gli apparati che raccolgono ed elaborano certi tipi di informazioni.

La ricerca di contrappesi in questa importante area dell'amministrazione statale - che, vale comunque la pena di ricordarlo, conta nel complesso circa 300.000 uomini armati e nella quale si investono ingentissime risorse economiche – è, in sé condivisibile.

La strada che oggi in astratto si sceglie, la conservazione del preesistente frammentario, personalmente mi appare un po' primordiale. Ho detto in astratto perché l'Atto Camera 6249, in concreto, segna invece un troppo marcato spostamento degli equilibri a favore delle Forze di polizia a ordinamento militare.

Si consolidano in capo ad esse una summa di competenze e di poteri che in Europa e nelle altre democrazie avanzate non trova eguali.

Questo, lo affermiamo con convinzione, sia se si guarda all’Europa, sia in relazione alle altre democrazie occidentali e penso, in particolare, a quella degli Stati Uniti.

Appare singolare, ad esempio, che l'Arma dei Carabinieri, chiamata ad assolvere una serie tanto diversificata di compiti militari (quelli espressamente previsti all'art. 1 nell'Atto Camera 6249), cui corrispondono altrettanti penetranti poteri, eserciti alle dirette dipendenze funzionali del Ministro dell'Interno (e non del Ministero) anche compiti di ordine e sicurezza pubblica.

E’ evidente che queste considerazioni e quelle che seguiranno non sono il frutto di una sterile rivalità  – ché l’Arma dei Carabinieri, al pari delle altre Forze di polizia e di quelle Armate, è un patrimonio inestimabile per il Paese -  ma l’attenzione a equilibri che, a nostro modo di vedere, non possono essere turbati senza che ne derivino concreti pericoli per la Democrazia.

È assai singolare a proposito che si definiscano "militari" i compiti della salvaguardia delle istituzioni in caso di pubblica calamità e la ricostituzione delle Forze di polizia in aree nelle quali il nostro Paese assicuri interventi di pace e compiti tradizionalmente riservati alle autorità civili.

A ciò si aggiunga il conseguito “rango di Forza Armata”. Qui io non posso che concordare con ciò che ha detto l'On. Tassone alla Camera: sgombriamo il campo dalle ipocrisie e chiamiamola Forza Armata, dandole un Comandante che provenga dalle sua fila. La locuzione “rango di Forza Armata” è senza senso quando a un’Arma si attribuiscono tutte le peculiarità tipiche di un modello organizzativo superiore. Le commissioni di valutazione per l'avanzamento del personale composte da appartenenti all'Arma sono, ad esempio, un nuovo elemento di autoreferenzialità del Corpo e, senza dubbio, un nuovo traguardo di maggiore autonomia per evitare ogni forma di ingerenza interna, un nuovo elemento di forza che è negato alla Polizia di Stato, il cui corrispondente Consiglio i Amministrazione è presieduto da politici e composto da Prefetti.

Considerazioni simili possono essere svolte per la Guardia di Finanza che allargherebbe le sue funzioni di polizia economica e finanziaria ad un ambito non meglio definito  - e, quindi, devo ritenere anche abbastanza ampio -  di tutela del bilancio dello Stato e dell'Unione Europea. Ben immaginiamo quanti e quali reati possono essere ricompresi in questa assai vasta dizione.

Basti allora considerare, per contro, la condizione di identità denegata nella quale versa la Polizia di Stato.

La nostra Amministrazione è priva per legge di un vertice composto da suoi appartenenti, ché tale non è certo un Dipartimento la cui composizione è sempre più accentuatamente interforze, di un organo collegiale deliberativo composto da poliziotti, che determini strategie e carriere degli appartenenti al Corpo, ma ancor più la Polizia di Stato è totalmente priva di funzioni proprie.

L'art. 24 della legge 121, infatti, nel descrivere i compiti della Polizia di Stato si limita a una elencazione generica e che è valida per qualunque altra Forze di polizia di polizia, compresi i Vigili Urbani o, meglio, gli Agenti della Polizia Municipale. È questa una condizione che ha creato, a senso unico, una situazione di incertezza operativa, di continue ingerenze ed invadenze (con i relativi, immaginabili costi per l’erario) di altri corpi in settori che, solo per tradizione e mai per legge, appartengono alla Polizia di Stato.

La molteplicità di dipendenze funzionali dell'Arma, tra cui quella diretta dal Ministro dell'Interno, oltre a creare il pericolo di una sostanziale irresponsabilità istituzionale, provoca una condizione di eccessiva frammentazione decisionale.

Nel caso in cui l’Atto Camera n. 6249 diventasse Legge, infatti, si cristallizzerebbe la dipendenza dell’Arma dei Carabinieri dal Ministro dell'Interno, da una serie di Ministeri in cui sono incardinati i vari nuclei specializzati, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal Ministro della Difesa; e, infine, dalla Magistratura: tante, troppe dipendenze funzionali e gerarchiche che, alla fine, si tradurrebbero in sostanziale “indipendenza” da qualsiasi controllo politico.

Tutto ciò in un contesto nel quale, verificando gli equilibri di cui parlavamo prima, si riscontra la dipendenza esclusiva – e sottolineo esclusiva - della Polizia di Stato da parte di un Dipartimento che, come abbiamo detto, sta accentuando la sua connotazione interforze.

Si verifica, in altri termini, la paradossale situazione nella quale a fronte di un’accentuata indipendenza dell’Arma dei Carabinieri, nel delicato settore dell'ordine e della sicurezza pubblica, che è rimarcata dalla diretta dipendenza dal Ministro dell’Interno, la Polizia di Stato continuerebbe a dipendere dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un vertice, cioè, composto da appartenenti ad altre Amministrazioni tra i quali… i Carabinieri.

A ciò si aggiunga che, essendo possibile che un Generale dell’Arma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza venga nominato Prefetto (cosa accaduta più volte in passato) e, quindi, possa trovarsi preposto ad una delle articolazioni della Polizia di Stato, ai Funzionari di Polizia le norme vigenti non consentono eguale “carriera” verso i Corpi ad ordinamento militare.

Se, dunque, si vuole affermare “l’indipendenza” dell’Arma dei Carabinieri, altrettanto dovrebbe essere garantito alla Polizia di Stato.

La Polizia di Stato, invece, compresse o annullate le sue peculiarità, viene lasciata in una condizione di assoluta acefalia e disarticolazione, senza che siano in alcun modo precisate dalla Legge le sue attribuzioni.

Così l’Atto Camera n. 6249 non solo favorisce il disordine, dando vita allo spettro di una duplice politica della sicurezza nazionale  - quella del Dipartimento della PS e quella del Comando Generale dell'Arma, entrambi, come detto, interlocutori diretti del Ministro dell'Interno -  ma evita accuratamente di risolvere le ambiguità e i limiti della Legge 121/81.

Si introducono, in altre parole, nuovi ostacoli per il coordinamento tra le Forze di polizia, la cui completa attuazione, invece, si ritiene che sia la migliore medicina per contrastare efficacemente il crimine.

Eppure la realizzazione del coordinamento era fra gli obiettivi primari della legge 121 dell'81, intitolata, non a caso, "Nuovo ordinamento della Pubblica Sicurezza", se corrisponde al vero quanto affermò l'on.le Boato all'atto della propria dichiarazione di voto: "Ci siamo impegnati per fare in modo che questa non fosse riduttivamente una legge di pura riforma del corpo delle guardie di pubblica sicurezza, ma fosse una legge di riforma della Polizia e quindi di tutti i corpi di Polizia, riforma senza la quale il coordinamento tra i corpi di Polizia ha molte volte un significato velleitario e pretestuoso.”.

A diciotto anni di distanza da quella Legge, il problema appare irrisolto. Occorrerebbe allora interrogarsi, prima di procedere all'approvazione di una nuova legge, sui reali motivi di questo insuccesso per evitare, quanto meno, di ripetere gli stessi errori commessi in passato.

Erano di fatto inattuabili le regole ed i principi introdotti dalla Legge 121?

O essa è rimasta disattesa a causa di irragionevoli gelosie interne e della resistenza, più o meno passiva ma mai sanzionata, di alcuni tra i soggetti istituzionali chiamati ad osservarla?

In quest'ultimo caso la risposta più idonea non sarebbe, forse, quella tendente ad assicurare l'effettività, richiamando ognuno al rispetto delle regole per evitare quello che il sen. Saporito, in un suo intervento del 1981, definitiva il “male più oscuro e più sottile da cui dobbiamo tutti guardarci: il lento logorio degli ordinamenti che non ha forza spietata ed improvvisa dei colpi di stato, ma ha tuttavia la lenta capacità di svuotare dall'interno le istituzioni, annullandone l'idoneità ad esprimere la rappresentanza degli interessi reali esistenti nella società”.

Vi sono equilibri democratici, dunque, ai quali non si può rinunciare e verifiche che non possono essere eluse, soprattutto quando si intende mettere mano ad una normativa tanto complessa come quella che disciplina la pubblica sicurezza nel nostro paese.

Non si deve nemmeno dimenticare la richiesta di maggiore professionalità degli appartenenti alle Forze di polizia che proviene dalla “società civile”. Non si può tollerare il ricorso a trucchi ed escamotage come quelli che ci apprestiamo a vedere realizzati con l'introduzione dei famosi ruoli speciali dei commissari. Quasi tutti in questa sala sapranno di che cosa si parla. Per quei pochi che, tuttavia, dovessero non avere ancora ben presente l'istituto, si tratta di costruire un ruolo parallelo ed equiordinato di Funzionari di Polizia al quale far accedere personale privo di titolo di studio di livello universitario, reclutato attraverso procedure concorsuali interne e semplificate.

In questi termini, con una norma di delega tanto ampia e tanto priva di principi e criteri da risultare  palesemente incostituzionale, stanno cercando di introdurre una figura di commissario “di seconda fascia”, senza che la stessa Amministrazione abbia chiaro né dove andare a collocare questo ibrido nell’organizzazione e quali funzioni attribuirgli, né soprattutto quali spese questo tipo di provvedimento andrà a causare, non soltanto in via diretta e immediata, sotto forma di retribuzioni (c'è un meccanismo per il quale queste retribuzioni andrebbero a lievitare in modo esponenziale nei prossimi anni) ma vieppiù in termini di mancata efficienza, di attenuata capacità di un ruolo formalmente investito di funzioni delicatissime ma oggettivamente dequalificato e, quindi, incapace di interloquire al meglio con la società civile.

Sono intimamente convinto che un Funzionario di Polizia debba possedere una solida cultura e debba essere accuratamente selezionato. La cultura universitaria è uno strumento essenziale, accanto ad altri specifici elementi di professionalità, per poter reggere adeguatamente il confronto non solo con fenomeni criminali in continua evoluzione, ma anche per affrontare la quotidiana sfida che consiste nell’accostarsi e risolvere in modo equilibrato e “civile” problemi sociali di grande rilievo.

Pensiamo alle difficili situazioni che, in questi giorni, si sono prospettate a chi ha fronteggiato il fenomeno dell’immigrazione.

La capacità di mediazione e le conoscenze necessarie per affrontare, al centro come in periferia, tutta la delicata problematica dei centri di accoglienza per immigrati non si possono improvvisare.

Pensiamo poi all'ordine pubblico ed alle qualità di equilibrio, di prontezza e di dialogo che non possono non fondarsi su di una solida base di conoscenze.

Pensiamo, infine, alle complesse questioni che si pongono ogniqualvolta si tratta di gestire informazioni ed archivi. Una di quelle problematiche. che i più tendono ad eludere: in fin dei conti, quanto è noioso e polveroso l'archivio.

Una corretta gestione degli archivi, invece, e non solo di quelli caotici del Ministero dell'Interno, ma di tutti gli archivi di questa Repubblica, compreso quello dell'Arma dei Carabinieri, si tradurrebbe sicuramente in una forte garanzia per la tutela della nostra Democrazia.

Mi scuso se questa mia introduzione può essere apparsa disorganica, ma il mio obiettivo era soprattutto quello di indicare alcune delle nostre perplessità ed aprire il dibattito. E’ probabile che qualcuno mi possa rimproverare una mancanza di approfondimento tecnico sui singoli temi. Il tempo è tiranno e mi scuso, dichiarandomi, comunque, pronto a scendere ancora più nel dettaglio se ce ne sarà bisogno.

Vorrei a questo punto dare la parola all'on.le Giovanni Meloni, dei Comunisti italiani, il quale ritengo che vorrà riferirci la posizione del suo partito su questo provvedimento.

 

 

On.le Giovanni MELONI

Vi ringrazio per l'occasione offertami da questo dibattito, che noi consideriamo non solo opportuno ma importante. Importante perché l'approvazione del provvedimento di cui qui si discute in modo principale è un evento che, nell'ipotesi si scegliesse  - come a me pare che in modo tale si faccia - una direzione sbagliata, causerebbe danni assai pesanti alla sicurezza del Paese e in particolare a tutte quelle questioni delle quali, soprattutto in questo ultimo periodo, si discute nella società e anche in Parlamento, che attengono ai problemi della sicurezza.

Capite che il parlare assieme a voi, che siete sotto questo profilo le persone che meglio certamente conoscono - certo assai più di me - questo genere di problemi, è per noi estremamente importante.

Spero che questo dibattito serva a migliorare la natura di quel provvedimento. Come avrete capito, io sul provvedimento ho perplessità forti. Non voglio analizzarlo punto per punto, credo che ciascuno di voi lo avrà sicuramente visto. Mi limito, anche per necessità di sintesi, a fare soltanto alcune osservazioni e alcuni rilievi. È ovvio che non si tratta di prendere parte per una o l'altra delle forze dei Corpi che costituiscono le forze dell'ordine, non è assolutamente questo il problema né credo sia questo lo spirito del dibattito. Il problema, come giustamente è stato richiamato dal dott. Aliquò, si riferisce allo spirito della legge 121 che venti anni fa faceva un'operazione di natura politica straordinariamente importante che era quella di dire: l'amministrazione della sicurezza è un'amministrazione che è in mano all'autorità civile, a tutti i livelli: il Ministro, il Prefetto, il Questore, le Autorità locali, a tutti i livelli.

 Il provvedimento di cui parliamo oggi va in questa direzione? La realizza? La rafforza o in qualche misura se ne discosta e addirittura contraddice questo principio? A me sembra che sia così. Può darsi che sia una questione di natura ideologica, vi confesso molto candidamente che non riesco a liberarmi troppo facilmente dell'ideologia, ma non intendo, non riesco a intendere molto bene come in una democrazia, in uno Stato democratico si possa pensare a creare una forza armata che rivendica di essere tale per avere un'autonomia dalle stesse forze armate, per avere un'autonomia nell'ambito di funzioni che sono proprie del potere civile e, sulla base di questo, per strutturarsi tra l'altro secondo un modello che, in un momento in cui si parla di riforma delle Forze Armate, entra in contraddizione: con i principi stessi della riforma che mira a strutture snelle, formate da volontari e professionisti.

Da un punto di vista della organizzazione e del funzionamento del sistema, oltre che dal punto di vista dei problemi propri di ogni democrazia, questa operazione in qualche modo rilancia la frammentazione, l’esalta, la pone come elemento essenziale del sistema invece di attenuarla. Questa operazione a me pare vada sventata. Per far ciò bastano ragionamenti che, tutto sommato, sono assai semplici. Ne farò soltanto alcuni.

A me sembra che con questo provvedimento si alteri la stessa idea del coordinamento tra tutte le Forze di polizia, che ormai da venti anni tutti affermano che sia una questione assolutamente essenziale.

Non mi consolano nemmeno - lo dico da inesperto, quindi con il rischio di poter essere contraddetto - quegli esperimenti di quelle sale virtuali. Secondo me esse non dovrebbero rimanere virtuali, perché se quelle sale operative hanno la funzione dell'intervento immediato, della osservazione del territorio, di quel controllo del territorio di cui tutti discutono e di cui tutti sottolineano l'essenzialità, ci dovrà pure essere un momento in cui da questa sala operativa parte un comando unitario, che non sia destinato a ramificarsi per i diversi comandi in maniera tale da ottenere nel territorio un effetto mediato.

A queste esigenze si fa invece corrispondere l'art. 7 del provvedimento in cui si dice che le direttive del Ministro non sono vincolanti e sono “indirizzate” ai Comandi generali. Non va bene, io sono convinto che questa previsione non funzionerà, se si ha sul serio intenzione di promuovere il coordinamento.

C'è la possibilità di affrontare il problema in maniera diversa?

Mi sono convinto che questa possibilità c'è, per esempio cominciando dai livelli periferici. I famosi comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica, forse non hanno dato di sé delle straordinarie prove. Ma si potrebbe provare a cambiare la funzione di quei comitati, mantenendo al Prefetto la funzione di autorità provinciale della Pubblica Sicurezza ma facendo sì che a quel livello territoriale, al livello in cui si conoscono tutti i problemi del territorio, il Comitato sia il luogo per la formulazione e l'elaborazione di piani e programmi sulla sicurezza pubblica.

Indipendentemente dalla composizione del Comitato provinciale, che è pure un aspetto in cui si rileva una forte contraddizione all'art. 9 di quel provvedimento, si dovrebbe attribuire il potere di pianificare piani e programmi che dicano come, in quel territorio, debbano essere impiegate le risorse per la sicurezza pubblica e chi lo deve fare. Sarebbe un modo, forse, per vincere le resistenze e le incrostazioni non solo centralmente, dove pare che esse siano più forti ed antiche, e per migliorare il coordinamento.

Ciò, naturalmente, a patto che poi si decida anche come si dà esecuzione a questi piani e, cioè, che la esecuzione di questi piani è affidata alla responsabilità dell'autorità civile di pubblica sicurezza, a quel livello.

Questo potrebbe essere un passo interessante e importante, che potrebbe essere compiuto già nella discussione dei provvedimenti che riguardano la sicurezza dei cittadini, anch'essi in discussione alla Camera in questo momento.

Trovo, infine, che in relazione al problema della sicurezza il provvedimento compia un'operazione utopica e di indebolimento.

Utopica perché sta continuando ormai a prevalere la filosofia che si possano fare le riforme a costo zero, cosa della quale francamente dubito molto.

Ma ancora più singolare è la previsione, che non riguarda soltanto un'Arma ma tutti i Corpi presi in considerazione dalla Legge, di aumentare i quadri dirigenti, quelli degli ufficiali, a scapito della rimanente parte dell'organico. Nel momento in cui tanto si parla di sicurezza e di criminalità diffusa la trovo una cosa singolare.

Forse non è nemmeno necessario che in Italia si abbia un numero così alto di addetti alla sicurezza pubblica. Da questo punto di vista siamo un'eccezione: se, tuttavia, decidiamo di diminuirne il numero e di aumentare contestualmente i quadri dirigenti, dando cioè maggiore risalto alla professionalità, dobbiamo accompagnare questa operazione con un provvedimento che, in qualche misura, modifichi il modo col quale le forze dell'ordine controllano il territorio.

Il che non vuol dire - sotto questo profilo sono totalmente convinto - occupazione del territorio, ma vuol dire conoscenza profonda del territorio, perché soltanto così si può parlare di prevenzione.

Il cittadino non si sente sicuro solo perché vede passare la Volante della Polizia o la Gazzella dei Carabinieri, ma si sente sicuro se sa e riconosce che coloro che delinquono, soprattutto a livello della cosiddetta criminalità diffusa, coloro che commettono reati nel suo quartiere, non possono sentirsi coperti da immunità perpetua.

Si sentirebbe più sicuro se vedesse che qualche volta si fanno dei processi.

 

E qui - e chiudo - credo che contemporaneamente, sempre nell'ambito dei discorsi che riguardano la sicurezza, si dovrebbe pensare, anzi si deve pensare a dare alla polizia, alle forze dell'ordine una maggiore capacità e incisività di indagine, voglio dire autonomia di indagine rispetto a quella che ora hanno.

Non voglio mettere in discussione la direzione delle indagini da parte del Pubblico Ministero, dico però che le Forze di polizia devono avere la possibilità di fare delle indagini autonome anche al di fuori delle direttive del Pubblico Ministero. Forse, se ci fossero casi di questo genere, ci sarebbero forse 700.000 fascicoli in meno lasciati in qualche deposito.

 

Dott. Giovanni Aliquò

Vedo l'on.le Palma, relatore di questa Legge, e lo inviterei a prendere la parola.

 

On.le Paolo PALMA (Partito Popolare Italiano)

Ringrazio l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia per l’invito a questo Convegno che, già nel titolo, ha un suo respiro e quindi un suo interesse particolare.

Vorrei attenermi al titolo che ha questo respiro. Sui temi della sicurezza dei cittadini che sono ovviamente, come sapete tutti voi meglio di me, temi delicatissimi, c'è sempre dietro l'angolo il pericolo, il rischio di fare o confusione o, peggio ancora, della demagogia.

Dopo gli anni del terrorismo e della offensiva particolarmente violenta delle varie mafie, è stato alla fine scoperto, relativamente di recente, il tema della sicurezza e della insicurezza dei cittadini, minacciati da quella serie di reati che erano ricompresi sotto l’ampia formula di microcriminalità e che proprio la parola "micro" faceva apparire non particolarmente importanti. Oggi giustamente il fenomeno si definisce “criminalità diffusa”.

Negli anni passati, in effetti, non c'era piena consapevolezza di quanto questo senso di insicurezza, dovuto ai vari "piccoli crimini" (dal furto dell'auto, allo scasso dell'appartamento, allo scippo, ecc.), fosse corrosivo per la stessa istituzione democratica, generando quel senso di insicurezza che magari, in particolari momenti, è amplificato dalla spasmodica attenzione dei mass media.

O non c'era questa consapevolezza oppure si pensava che tutto si potesse risolvere in termini di ordine, di disciplina, di pura repressione. Credo che questo sia un tema che fa tutt'uno con la tenuta della democrazia o del patto sociale che ha il suo cardine nella tutela della incolumità e della libertà dei cittadini.

E quindi, come tale, questo è un tema che deve essere di peculiare interesse delle forze politiche, prioritarie e progressiste, non può essere lasciato a chi ritiene di interpretare per una vocazione antica, più di altri il tema del bisogno della sicurezza dei cittadini.

Con una posizione di equilibrio che dobbiamo ricercare e che non è certamente a mio avviso la tolleranza zero, di cui si parla, balbettando rispetto a modelli di altri paesi, intesa come valore assoluto di pura repressione. Al contrario, mentre si deve puntare alla severità contro il crimine non può mancare un pari impegno contro le cause del crimine, quindi, contro il disagio sociale che spesso ne è all'origine. Una politica riformista, democratica a mio avviso non può prescindere da questo dato di partenza.

Secondo noi - parlo oltre che come relatore di questa proposta di legge, come esponente del Partiti Popolare - da questo assunto discende che una politica della sicurezza non può riguardare le sole Forze di polizia, ma deve coinvolgere il sistema amministrativo, le parti sociali, gli enti locali.

Ognuno, cioè, deve mettere a disposizione del bene sicurezza le sue competenze, ciascuno deve lavorare per la sicurezza nel rispetto delle proprie competenze, del proprio ruolo, parlerei quindi di una sicurezza partecipata e condivisa. E, di conseguenza, l'azione di governo dovrebbe, a mio avviso, essere fondata sull'elaborazione di un soggetto generale della sicurezza, supportata da una varietà di misure (finanziare strategie integrate, sgravi fiscali per chi istalla misure passive e sistemi di allarme, destinazione di risorse per la prima sicurezza e il soccorso pubblico).

L'obiettivo finale deve essere quello di realizzare un sistema nazionale integrato dell'ordine e della sicurezza pubblica, che tenga conto oltre che delle cinque storiche Forze di polizia, della necessità di una revisione delle tante altre figure di Polizia sparse sul territorio, a cominciare - è una mia particolare attenzione - dalla Vigilanza privata che è ormai un settore che dà lavoro a decine di migliaia di persone, utilizza sistemi molto sofisticati, contribuisce al controllo del territorio, ma è ancora regolamentata dalla normativa anacronistica che regola un settore così delicato.

 

In definitiva, anche sfruttando le esperienze territoriali degli ultimi mesi, si dovrebbe lavorare per un patto nazionale della sicurezza di natura simile a quelli sottoscritti nel mondo del lavoro.

In questa situazione di grande movimento va chiarito che alcuni aspetti e connotazioni è necessario rimangano ben definiti. Innanzi tutto, io sono d'accordo sia con il Presidente che con il Segretario di questa Associazione, i principi della legge 121 sul ruolo delle autorità civili, sulle dipendenze funzionali e sui rapporti inter-istituzionali tra le Forze di polizia, in definitiva sul coordinamento.

Condivido i rilievi di Aliquò sulla dipendenza  – la critica l'ho espressa anche in Commissione, ma la mia tesi poi non è passata - dell'Arma dei Carabinieri dal Ministro e non dal Ministero.

Sembra una quisquilia ma non lo è, noi facciamo, caro Meloni, un passo indietro rispetto al regolamento del 1934 quando prevediamo una dipendenza dal Ministro. Ciò vale anche in relazione a quella importante e significativa aggiunta di compiti militari all'Arma dei Carabinieri, quando alcuni dei compiti enumerati non sono militari, ma sono compiti civili.

Le nostre posizioni sono chiare e sono state più volte illustrate, anche nella I e IV Commissione, congiunte, che si riuniscono con questo Atto Camera 6249. Mantenere inalterato l'assetto fondamentale del coordinamento delle Forze di polizia e degli altri istituti e funzioni regolati dalla 121.

Secondo punto: rafforzare il ruolo dell'Autorità di Pubblica Sicurezza, a cominciare dal Ministro dell'Interno, Autorità nazionale, secondo i criteri della riforma globale dei pubblici poteri in materia di responsabilità e unicità della titolarità delle funzioni ministeriali ai sensi della Prima Riforma Bassanini, cioè della legge 59.

Confermare il ruolo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza quale sede del coordinamento, tenendo anche conto delle funzioni delegate dal Ministro dell'Interno al Capo della Polizia, Direttore generale del Dipartimento e sul territorio ai Prefetti. Io sono d'accordo che sul coordinamento si può e si deve fare di più.

Come diceva Meloni, se ne parla da venti anni e, anche sul piano normativo, si dovrebbe fare di più, anche se non condivido l'accenno all'art. 7 che pure poteva essere scritto meglio.

 

Supererei la questione delle direttive vincolanti o non vincolanti: al Senato era stato aggiunto questo "vincolanti" che era fondamentalmente un pleonasmo, perché è chiaro che una direttiva di una autorità nazionale di pubblica sicurezza è di per sé vincolante, quindi non credo che se il testo sarà questo che è attualmente all'esame della Camera, un domani si possa intendere che una direttiva del Ministro dell'Interno è un "grazioso invito". Su questo non avrei preoccupazioni.

Altro principio da confermare: mantenere adeguati e selettivi criteri di accesso, di formazione, di progressione delle carriere anche nella eventualità di istituzione di nuovi ruoli del personale.

Qui si accennava alla possibilità del ruolo speciale dei Commissari. Tenendo conto che questo disegno di legge ci è arrivato dal Senato dopo un anno e mezzo di dibattito, addossare sulla Camera dei Deputati tutte le croci, mi pare un po' ingeneroso.

 Per un anno e mezzo è stato al Senato, è stato approvato da uno schieramento molto ampio, comprendente anche, di fatto, non ricordo se in posizione di astensione, le forze del Polo, le quali alla Camera, si sono tirare indietro con una battaglia pretestuosa e, tutto sommato, marginale - se si vanno a vedere i testi di riferimento legislativo -  e inutile che si fonda sulla questione della provenienza del Comandante Generale dell'Arma dalla stessa Arma o meno.

Si tratta di una cortina fumogena, non mi addentro sull'argomento perché svierei, ma è così.

Nel caso di istituzione di nuove norme di accesso per il personale, si dovranno comunque mantenere adeguati e selettivi criteri di accesso.

Vogliate tenere conto che questi eventuali ruoli non se li è inventati il Parlamento, sono sorti nell'ambito del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, come esigenza e nell'ambito di trattative con i sindacati della Polizia.

Il mantenimento di criteri selettivi di accesso, di formazione e di progressione delle carriere serve, a mio avviso, a consentire sia la mobilità verso le altre amministrazioni.

In tal senso, come relatore io ho condiviso la proposta di emendamento presentata dal collega Carotti e credo anche dal collega Cento sulla mobilità dei Funzionari di Polizia. Altrettanto dicasi per quella, sempre di Carotti, sull’aliquota predeterminata e comunque non inferiore al 20% delle vacanze per l'accesso alla prima qualifica dirigenziale dei Funzionari di Polizia, altro emendamento che, in quanto relatore, mi è sembrato giusto e ho potuto accogliere nell'ambito degli equilibri, non sempre facili, che ci siamo trovati a gestire su questo provvedimento che, ripeto, è arrivato dal Senato con ampio consenso di questo primo ramo del Parlamento.

Condivido, altresì, il problema che è stato posto - sicuramente nell'ambito di conversazioni che ho avuto con esponenti dell'Associazione Nazionale dei Funzionari - della circolarità delle carriere.

Sono personalmente promotore di un disegno di legge che interpreta tale circolarità, come in altre nazioni europee, nel senso di creare un circuito tra magistrature, Forze di polizia e carriera diplomatica e prefettizia. Si prevede che, dopo un certo numero di anni e con il possesso di determinati titoli, si può accedere alla magistratura sulla base di aliquote predeterminate, con un concorso per titoli. I vincitori di questi concorsi, possedendo un buon bagaglio di cultura ed esperienza professionale, ben potrebbero essere destinati a sedi particolarmente impegnative o a rischio, onde evitare che a queste sedi siano assegnati magistrati di prima , che non hanno sufficiente conoscenza ed esperienza della delicatezza e della complessità degli apparati dello Stato, soprattutto in quei casi in cui si debba affrontare la lotta al fenomeno mafioso.

Ho detto all'inizio che siamo in una fase di attenzione e di movimento sui temi della sicurezza, ma devo anche aggiungere che, a fronte di questa rinnovata attenzione, non viene purtroppo ancora fuori una visione ampia di respiro dei problemi che abbiamo di fronte: né dal governo né dalle forze politiche e neppure, nonostante siano state molto interessanti, dalle audizioni che si sono svolte nella I e IV Commissione su questo provvedimento che più ci sta a cuore in questo momento, con qualche significativa eccezione.

Prevalgono in questa fase tendenze riduttive, settoriali, corporative, minimalistiche o fondate sulla mera logica dei numeri e dell'aumento degli organici; manca, in definitiva, quel progetto globale di cui ho parlato all'inizio e di cui si fa carico il titolo che voi avete voluto dare a questo convegno.

Mi auguro che questo convegno contribuisca a determinare una seria inversione di tendenza. L'inversione dovrebbe essere questa: fare punto sui problemi della sicurezza, porre fine tutti, responsabilmente, alle rincorse di organici o di carriere ed esaminare il problema del comparto sicurezza nella sua interezza, a 360 gradi. Se riusciremo a fare questo - forze politiche, forze sindacali, associazioni -  penso che faremo compiere al Paese quel salto di qualità di cui c'è bisogno. Vi ringrazio.

 

 

Dott. Giovanni ALIQUO’

Ringrazio l'on.le Palma per la sua esposizione e gli riconosco un impegno particolare, soprattutto nell’aver proposto una normativa specifica che, ove approvata, consentirebbe il transito ai Funzionari di Polizia in magistratura.

Dobbiamo chiederci, tuttavia, quanto la mancanza di un disegno complessivo, la carenza di norme che non perseguano solo interessi settoriali, sia da imputare a una mancanza o a mancanze di oggi e non, piuttosto, a errori che si radicano in altri periodi storici della nostra amministrazione e della nostra politica.

Ho il piacere di dare la parola al Sottosegretario di Stato, sen. Alberto Maritati.

 

Sen. Alberto MARITATI

Ringrazio l'Associazione per l'invito, che ho accolto di buon grado. Io sono Sottosegretario nel vostro Ministero, ma non ho la delega specifica, per cui il mio sarà un intervento molto cauto, un intervento estemporaneo. Scusate, perciò, le eventuali carenze di questo intervento. Non pensavo di dover intervenire, ma sono stato sollecitato da quanto ho ascoltato.

Sono entrato nel Governo di recente e di recente sono entrato in politica, ma ho una lunga esperienza di magistrato che mi facilita il dialogo con voi. Sono stato un magistrato particolarmente attento alla evoluzione democratica del Corpo della Polizia. Noi dobbiamo ricordare ogni tanto - e credo che convegni di questo livello debbano farlo - i passaggi e l'evoluzione che le istituzioni dello Stato hanno compiuto in questi ultimi decenni.

Quando ero all'Università guardavo la Polizia come la gran parte dei cittadini italiani, con timore, perché la Polizia storicamente è stata, quasi sempre, lo strumento nelle mani del potere dominante; era quindi uno strumento per governare nell'interesse della maggioranza o di chi deteneva il potere.

Abbiamo fatto insieme, amici, molta strada e noi siamo ben avviati verso un'impostazione radicalmente diversa, perché la Polizia è un organo dello Stato, messa al servizio dello Stato e oggi voi rappresentate, quasi sempre, un momento di servizio, di risposta alle esigenze, di sicurezza e di legalità con la magistratura. Questo passo avanti ci consente di ragionare con serenità anche rispetto alle nuove riforme che si impongono.

Voi avete titoli per chiedere riforme, adeguamento e i miei colleghi hanno già accennato, in maniera più specifica e più competente, quali siano le linee da seguire.

Non entrerò nello specifico, però mi piace ricordare ancora che l'Italia ha la sua anomalia nel settore delle polizie.

Noi abbiamo tre corpi di Polizia. E’ una anomalia, ma è nostra. Nasce con lo Stato democratico, nasce con lo Stato repubblicano, nasce con l'Italia unita questa anomalia ed ha radici così profonde per cui da nessuna parte viene una richiesta di unificazione e di superamento. Ci sono tre corpi di Polizia, dobbiamo tenerne conto e dobbiamo muoverci, a mio giudizio, in maniera molto intelligente e costruttiva. Quindi una politica di competitività negativa, di contrapposizione non paga, perché gli amici o i cugini - come spesso li chiamate o li chiamiamo - Carabinieri stanno lì e non li muove nessuno, devono svolgere il loro compito come lo deve svolgere la Polizia.

Io ho dato uno sguardo a questo testo: sono certo che le critiche hanno un fondamento, ma io vedo qualche cosa di positivo: innanzitutto non è una legge-quadro e non è una legge definitiva. È un avvio ad una riforma che deve ancora venire.

L'Arma dei Carabinieri dipende funzionalmente dal Ministro.

Io vi chiedo scusa se non avverto il pericolo di questa modifica, ma intanto vedo un passo avanti perché l'Arma dei Carabinieri, con la sua forza, con la sua storia, ha rappresentato sempre qualche cosa di difficilmente controllabile, nel senso positivo dell'espressione. Oggi noi abbiamo un legislatore che ci dice che l'Arma dei Carabinieri, per i servizi specifici dell'ordine pubblico dipende dal Ministro, il Ministro ha anche la Polizia alle sue dipendenze funzionali; c'è un Dipartimento interforze, ma ci avviciniamo.

Io non vedo se non un passo avanti verso quello che, secondo me, deve essere detto ancora con maggiore chiarezza: i tre corpi di Polizia devono funzionare al servizio della collettività in maniera armonica, in modo coordinato; il coordinamento non può non essere devoluto a chi ha una responsabilità politica diretta, che è il Ministro dell'Interno.

Io non vedo quindi grossi pericoli su questa linea.

 

Vedo senz'altro, prendendo atto dei vostri interventi più concreti, più specifici, più esperti, un'esigenza di maggiore chiarimento, di affinamento, ma un passo avanti non lo possiamo negare. Quindi, armonizzare e coordinare. Questo coordinamento che ci fa dibattere tanto, nelle Polizie, nella magistratura, è un fatto di difficile attuazione. Ma ci stiamo avviando.

Io l'ho vissuto come magistrato, in un organismo di coordinamento, e l'ho vissuto con un collegamento stretto con quanti di voi hanno operato egregiamente nei servizi centrali di cui oggi ancora si discute. Il coordinamento lo stiamo attuando, a fatica, ma si stanno superando vecchie, sterili contrapposizioni e divisioni tra i corpi. La Polizia ha un compito immane oggi, per assicurare la democrazia e la tranquillità nel paese. Non sul piano della semplice

Ciò affermo non per fare semplice propaganda, ma proprio in quanto percepisco l’esigenza di sicurezza, perché una democrazia in cui non c'è sicurezza non è una democrazia compiuta.

Il principale obiettivo è quello di far crescere la Polizia di Stato, crescere in questo nuovo Stato, in questa nuova visione di organismo posto al servizio del Paese e non solo e non certo di chi al momento detiene la maggioranza e quindi governa.

Questo passo è stato fatto e va sviluppato ulteriormente.

La Polizia ha bisogno, per assolvere a questi compiti primari, essenziali di crescere anche, se non soprattutto, dal punto di vista professionale, dal punto di vista delle disponibilità di tecnologie.

È questo l'impegno che grava sul Governo e che grava anche su di voi, Governo e associazioni.

Io credo che su questo terreno si debba fare molto. Questo non è un Governo chiuso, cieco e sordo alle istanze, è un Governo che si sta muovendo in tutti i settori con massima apertura.

Il momento associativo ha un compito importantissimo: produrre proposte; pretendere, se non ci fosse, il dialogo; misurarsi con  - io uso proprio l'espressione "tallonare" -  l'organo di Governo perché accetti il confronto, perché accetti il dialogo e modelli, quindi, la propria linea rispetto alle esigenze vere, da valutare, della categoria.

 

Voi avete da chiedere legittimamente. Vi si deve dare ascolto. Io non credo che ci siano grossi ostacoli in quella direzione.

Questo atto lo vedo come un passo avanti: si devono affinare le previsioni, si deve puntare ad una vostra ulteriore qualificazione.

Oggi sono in grado di dire, per l'età e per l'esperienza che ho vissuto a fianco di molti di voi, che c'è stata una crescita sensibile, rispetto a trenta anni fa, a venti anni fa. Qualcuno potrebbe dire che è naturale, ma io l'ho vista con grande soddisfazione questa crescita. Qualche lustro orsono si parlava per esempio della polizia americana o della polizia inglese, nei libri, nei film, in tutta la letteratura come il top della Polizia. Oggi io so, per averla vissuta con molti poliziotti, che i poliziotti italiani sono molto considerati negli ambienti internazionali. Certo, hanno da apprendere, ma hanno insegnato tante cose alle polizie del mondo. Per esempio nella lotta al crimine organizzato.

Questo è, dunque, il terreno da battere. Quindi, riqualificazione, non mere rivendicazioni economiche, che pure hanno  - eccome hanno -  la loro importanza ma soprattutto riqualificazione professionale. Su questo terreno io non credo che il Governo farà difficoltà a seguirvi, perché queste sono esigenze obiettive, di tutti quanti non solo della vostra categoria, alla quale io rivolgo un caloroso sentito e sincero augurio di buon lavoro non solo per questa occasione, ma per tutto ciò che vi spetta, tutto ciò che spetta a noi tutti per l'interesse collettivo.

 

Dott. Giovanni ALIQUO'

Ringrazio molto il Sottosegretario Maritati. Lo ringrazio per questo suo appello alla “riqualificazione professionale” che io spero possa passare come emendamento all'art. 4, in particolare con l'istituzione della carriera dei Funzionari di pubblica sicurezza, della Polizia di Stato. Quello che indichiamo è senza meno un obiettivo di riqualificazione, riqualificazione che deve essere almeno pari a quella che altre carriere hanno ottenuto recentemente in Parlamento.

Nel nostro ambiente è molto attenti alle parole: la “dipendenza dal Ministro” dell’Arma ha un significato pesantissimo.

Questo, probabilmente, può sfuggire a chi si è occupato sempre e bene di contrasto al crimine, come il sen. Maritati, un magistrato che ha il grande merito di aver detto per primo che: in Puglia c'è la mafia! E di questo gliene siamo grati, perché era vero.

 

Tuttavia lo invitiamo a riflettere su questo aspetto dell’Atto Camera n. 6249 che non può essere considerato secondario.

Dovrei dare la parola all'on.le Ruffino, ma per mantenere gli equilibri, vorrei far prima parlare l'on.le Mario Tassone, in maniera da creare dei contraddittori politici.

L'on.le Tassone si è segnalato per delle dichiarazioni molto coraggiose, che penso avrà modo di replicare in questa sede, fatte nel corso del dibattito e in Commissione e in Aula; dichiarazioni che, secondo me, sono rimaste assolutamente prive di un successivo, doveroso approfondimento.

Approfondimento che avrebbero meritato in quanto io ritengo che la nostra democrazia debba funzionare secondo criteri di trasparenza che dovrebbero essere assicurati, in primo luogo, in Parlamento.

       On.le Mario TASSONE (Misto CDU)

Ho ascoltato l'introduzione di Aliquò e faccio un intervento molto breve. Bene questo incontro dell'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia. Vorrei capire se ci possono essere dei risultati. Questa è una domanda pleonastica che faccio a me stesso. Il provvedimento è già in atto.

Un provvedimento che l'opposizione di qualcuno di noi ha bloccato prima delle ferie natalizie. Già il provvedimento è stato approvato nell'altro lato del Parlamento, e poi si è posto nelle Commissioni riunite I e IV della Camera dei Deputati. Molti gruppi hanno esaurito il tempo a disposizione per i loro interventi e non ci sono nemmeno possibilità per porre in essere - almeno da parte dei deputati - un'apprezzabile attività emendativa.

Il potere di emendare e fare qualche modifica spetta ora solo al Governo Visto e considerato che c'è il Sottosegretario Maritati e ho sentito parte del suo intervento… ma ovviamente è venuto qui anche per raccogliere qualche elemento e qualche giudizio di valutazione.

Voglio fare una considerazione e arrivare ad una conclusione per quanto riguarda il mio intervento.

Sono d'accordo sull'analisi fatta da Aliquò per quanto riguarda la 121 del 1981. Che cosa si diceva allora in Commissione Interni?

 

Si diceva che bisognava porre mano ad una riforma complessiva e globale delle Forze di polizia, della Polizia di Stato e quindi garantire un coordinamento tra le varie Forze di polizia, e quindi assicurare anche una qualificazione professionale delle Forze di polizia. Questo fu il dibattito presso la Commissione Interni, dibattito al quale anche io partecipai.

Non fu semplicemente il passaggio della smilitarizzazione della Polizia di Stato. Il dibattito non verteva semplicemente sul fatto che i poliziotti dovessero o meno continuare a fare i camerieri presso le Prefetture, argomento che bloccò per qualche mese anche il dibattito in Commissione Interni. Si avvertiva l'esigenza di creare l’organicità delle Forze di polizia, capire quali sono le competenze dei Carabinieri, quali sono le competenze della Polizia - ieri Pubblica Sicurezza oggi Polizia di Stato -, quali sono le competenze delle altre Forze di polizia, poiché sono state anche considerate le altre Forze, come il Corpo Forestale dello Stato e la Polizia penitenziaria. Ora l’intreccio, per alcuni versi, si arricchisce con le Capitanerie di Porto, con riferimento alle competenze di Polizia giudiziaria. L’esperienza degli anni che sono seguiti ha realizzato pienamente quelle che erano le volontà e i sogni del legislatore del 1981? Io temo di no. Alcune cose non sono andate avanti, ma soprattutto non è andato avanti quello che era lo spirito originario della Legge 121.

Quando, dopo una serie di interventi parlamentari, dopo un certo impegno di studio, che cosa partoriscono le varie Commissioni, anche quelle costituite all'interno del Viminale? Questo provvedimento di riordino. Il titolo del provvedimento è roboante: riordino dell'Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e così via.

Uno che cosa immagina? Il legislatore o il governo si rendono conto dell’inattualità della Legge 121/81 e cercano di porvi rimedio.

La logica sarebbe questa. Anche perché nel 1981 si diceva: facciamo dei provvedimenti di sperimentazione e poi vediamo se bisogna cambiare qualcosa. Nulla di tutto questo è avvenuto.

Mi dispiace far polemica, ma queste sono le cose che ho detto in aula, che ho detto in commissione e le ripeto anche qui.

Tutto questo è un riordino dell'Arma dei Carabinieri. E basta.

Siccome c'era il titolo non si poteva fare soltanto il riordino dell'Arma dei Carabinieri e allora si inserisce la Polizia di Stato, anche se in termini molto limitati. Ci sono i ruoli speciali, che avevamo eliminato per quanto riguarda le Forze Armate e si introducono nella Polizia di Stato. Per quanto riguarda il Corpo Forestale dello Stato, si prevede l’attribuzione di alcune competenze alle regioni e, quindi, si muta profondamente la Legge 121: non è detto espressamente, ma è la conseguenza di questo tipo di impostazione.

Non c'è dubbio che quei “piccoli interventi” che si fanno per la Forestale siano molto significativi.

Il problema che ora ci poniamo è di vedere se sia ancora possibile compiere qualche tipo di attività legislativa. E qui mi rivolgo al Governo. Anche perché io ritengo che le cose che ho detto trovino d'accordo anche esponenti della maggioranza. Anche lo stesso Palma non c'è dubbio che su alcuni principi è d'accordo.

E questo è già un fatto importante.

Parliamo del riordino dell'Arma dei Carabinieri. Il riordino dei vertici dell'Arma dei Carabinieri è un problema delicato poiché questo Paese non si può più consentire il lusso di avere corpi separati dello Stato.

 Lo ribadisco con forza, in modo che ci si intenda: questo Paese non si può consentire il lusso di avere corpi separati dello Stato o di assistere impotente a duplicazioni di competenze o di funzioni. Ci sono i Carabinieri che vogliono fare tutto, e la Polizia di Stato che vuole fare quello che fanno i Carabinieri e così via. In fondo la 121/81 indicava una ripartizione di competenze. Ciò che poi è mancato è proprio una delimitazione dei rispettivi ambiti di intervento.

Questo è veramente un fatto drammatico. Ritengo, infatti, che bisognerebbe capire quale Forze di polizia utilizzare per le investigazioni, osservando competenze e  limiti, che esistono, in linea di principio, ma che purtroppo non sono mai stati fatti rispettare.

Finisco qui, perché c’è ora da affrontare il problema della dipendenza dal Capo di Stato Maggiore. In fondo i Carabinieri, con i loro Comandanti e i loro generali, hanno più autonomia rispetto ai Capi di Stato maggiore delle Forze Armate. Per la distribuzione dei fondi che loro già hanno, partecipano al Comitato degli Stati Maggiori. Guarda caso, però, un Comandante Generale parteciperebbe al Comitato dei Capi di Stato Maggiore unitamente ai Capi di Stato Maggiore di Forze Armate e al Segretario Generale della Difesa. Cosa accadrà se il Comandante Generale otterrà la quarta stelletta funzionale, se si prevedono i generali di Corpo d'Armata, se vi sarà una lievitazione per quanto riguarda l'età e se dovesse permanere irrisolto il “dualismo” con altre Forze di polizia?

C'è, inoltre da considerare la questione della dipendenza funzionale dal Ministro dell’Interno.

 

Sottosegretario, non dobbiamo sottovalutare questo problema del Ministro. Qualche preoccupazione c'è. C'è il problema del Dipartimento, certamente non definito e c'è il problema anche della natura, se volete del Capo della Polizia. Ci sono problemi, ma sono problemi di coordinamento o per meglio dire di sintesi.

Ma esiste il problema della funzionalità, perché i Funzionari chiedono professionalità e chiedono un riconoscimento della loro professionalità. Non c'è un problema di sindacato o di acquisizione delle 10, 20 o 50.000 lire in più. C'è gente che adesso vuole un riconoscimento della propria professionalità, del proprio ruolo e capire se il proprio ruolo è subalterno e secondario e marginale o è un ruolo importante, insieme agli altri, allo stesso livello.

Se ci fosse una possibilità, questo provvedimento lo ritirerei oppure farei un maxi-emendamento.

Si sono fatti tanti maxi-emendamenti.

Questo convegno ha uno scopo e credo che sia questo.

Questa ritengo debba essere la sollecitazione. Credo che con questo spirito l'Associazione Funzionari di Polizia abbia assunto questa iniziativa. Nessuno può sminuire questa iniziativa riducendola a fatto di pura sindacalità e di pura rivendicazione corporativa. I Funzionari chiedono, invece, il riconoscimento di un ruolo, di una dignità consoni a quelli che sono i compiti che la legge assegna loro e i compiti sono precisi.

 Bisogna poi essere consequenziali rispetto al dato indicativo, al principio perseguito dalla norma che è un coordinamento funzionale con le esigenze sostanziali. Constatiamo, invece, l’esistenza di una divaricazione, di una dicotomia.

Signor Presidente, signor Segretario Generale dell'Associazione, questo voleva essere il mio contributo, non polemico.

Volevo solo ribadirvi che le cose sono andate molto in avanti: i parlamentari che avevano qualche cosa da dire l'hanno detta. Rimane il rush finale nei prossimi giorni, bisogna trovare la possibilità e gli spazi per qualche intervento emendativo la cui titolarità oggi non è più dei deputati, perché i termini sono scaduti, ma la titolarità è della Commissione e quindi del Governo.

Grazie e buon lavoro.

 

 

Dott. Giovanni ALIQUO'

Ringrazio molto l'On.le Tassone perché ha posto l'accento su una parola semplice ma essenziale: dignità. Noi non siamo qui a rivendicare né 18, né 20 né 50.000 lire. Stiamo chiedendo al