FUNZIONARI DI POLIZIA
(RIFORMA FORZE POLIZIA E COORDINAMENTO)
Camera dei Deputati
Sala del Refettorio –
Palazzo San Macuto
(Trascrizione degli
interventi registrati non revisionata dagli
intervenuti)
Ringrazio tutti voi che siete intervenuti, in
numero invero tanto elevato da colmare il locale messo a disposizione dalla
Camera dei Deputati, a questo nostro Convegno sui temi del coordinamento e del
riordino della Polizia di Stato e delle altre Forze dell’ordine. Mi scuso con
coloro che, per esigenze di sicurezza relative alla capienza della sala, non
potranno assistere al dibattito. Per farmi perdonare prometto che cercherò di
far redigere e diffondere, nel più breve tempo possibile, gli atti del
convegno. I temi che tratteremo sono attualmente all’esame della Camera dei
Deputati con l’Atto n. 6249.
Ringrazio, perciò, tutti i parlamentari
presenti e, in particolare, i comunisti italiani che oggi ci ospitano. Abbiamo
qui presente il loro Capogruppo, l'on.le Tullio Grimaldi, al quale vorrei dare
la parola, prima dell’introduzione del Presidente dell’ANFP, affinché lui possa
rivolgere a tutti voi un saluto.
On.le Tullio
GRIMALDI
Vi do il benvenuto. Abbiamo pensato di
mettere a disposizione le strutture della Camera perché abbiamo ritenuto
importante questo confronto. Come sapete, è in discussione questa proposta di
riordino delle Forze di polizia.
La discussione è già iniziata e si riprenderà
la settimana prossima. Io avevo ricevuto, come altri gruppi parlamentari i
vostri rappresentanti. Ho suggerito io stesso di promuovere un incontro con le
forze politiche per poter evidenziare quelle che sono le ragioni di consenso,
di dissenso o, per lo meno, gli spunti di riflessione sulle proposte che sono
state avanzate e che sono in discussione al Parlamento.
Questa iniziativa sembra essere riuscita in quanto
vedo numerosi Funzionari di Polizia e anche i colleghi parlamentari. Li
ringrazio per la loro presenza e auguro a tutti buon lavoro. Io non interverrò
perché sono assorbito da precedenti impegni parlamentari.
È presente, tuttavia, il collega Meloni che
fa parte della Commissione Giustizia. Egli ha seguito l'iter di questa proposta di legge e interverrà nel merito. Grazie e
buon lavoro.
La parola al Presidente dell’ANFP, dott.
Carlo MORSELLI, che rivolgerà a tutti i presenti un saluto.
Saluto e ringrazio il Sottosegretario di
Stato, il sen. Maritati, gli onorevoli parlamentari, il Vice Capo della Polizia
Grimaldi e tutte le autorità che, con la loro qualificata presenza, hanno
voluto testimoniare l'importanza del tema oggetto del Convegno di oggi.
Perché l'Associazione Nazionale Funzionari di
Polizia ha deciso di organizzare un Convegno sul tema odierno:
"Democrazia, equilibri istituzionali e cultura della sicurezza
civile".
Noi riteniamo che sia compito di ciascuno,
nell'ambito delle proprie competenze di portarsi al massimo perché venga data
una risposta quanto mai moderna ed efficace al crescente fenomeno della
delinquenza diffusa e organizzata. Questo obiettivo avrebbe dovuto indurre il
Legislatore a compiere delle scelte che tendessero a qualificare al massimo
tutti gli appartenenti alle Forze di polizia e in particolare i Funzionari
della Polizia di Stato cui è demandato, in via esclusiva - sottolineo esclusiva
- la responsabilità dei più delicati servizi di ordine e sicurezza pubblica.
Si sarebbe dovuto puntare ad una
qualificazione secondo un modello coerente e compatibile con indirizzi già
dettati per altre carriere dello Stato: quali i prefettizi, i diplomatici e gli
stessi direttori degli istituti di pena.
Si sarebbero dovute rinnovare le procedure
per l'assunzione dei Funzionari, per la loro progressione in carriera secondo i
criteri costituzionali dettati in materia di pubblico impiego: tutto questo, in
realtà non trova riscontro nell'Atto Camera 6249, approvato forse troppo
frettolosamente in sede di Commissione.
Che cosa ci preoccupa maggiormente in questo
Atto Camera 6249? In primo luogo che sono sensibilmente snaturati i valori
della legge 121 dell'81; che si pongono i presupposti per una futura
dequalificazione dei quadri direttivi della Polizia di Stato, che le norme presentano palesi profili di
incostituzionalità e, soprattutto, non si rinviene alcun positivo contributo a
quella richiesta di sicurezza che viene da più parti.
L'Atto Camera 6249, inoltre, rafforza
ulteriormente le competenze delle Forze polizia a ordinamento militare,
orientandole verso compiti estranei e parcellizzandone le dipendenze, secondo
un modello che non trova riscontro in altri paesi industrializzati e di
consolidata democrazia.
L'Associazione Nazionale Funzionari di
Polizia ha voluto quindi sensibilizzare le istituzioni con la massima dignità e
compostezza istituzionale, cercando di informare anche l'opinione pubblica e
ricorrendo anche all'acquisto di pagine di giornali, che sono state iniziative
che, siamo orgogliosi di precisarlo, sono state finanziate esclusivamente con
il contributo dei propri iscritti.
Tutto questo coerentemente con le
problematiche che già da anni porta avanti la nostra Associazione. Da anni
chiediamo che le valutazioni dei Funzionari avvengano secondo criteri di
massima trasparenza; ci battiamo affinché si realizzi un vero, effettivo, reale
coordinamento tra le Forze di polizia, che si arrivi alla condivisione dei
patrimoni informativi, alla razionalizzazione della raccolta e
dell’elaborazione dei dati statistici, che spesso rimangono patrimonio
esclusivo dell'ente di appartenenza. Solo da poco più di un anno constatiamo
che si è riusciti a dare il via a quelle “sale operative interconnesse” tra
Polizia e Carabinieri, previste fin dal 1981, che consentiranno, una volta
realizzate appieno, di sfruttare al massimo le risorse umane e materiali per la
lotta al crimine.
Sono questi gli obiettivi che da anni
l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia indica, nella convinzione che
essi siano essenziali affinché si affermino i valori democratici in cui crede,
che ben si coniugano a quelli della tutela della dignità del Funzionario di
Polizia e della cultura della sicurezza nella libertà.
Ringrazio ancora tutti per la vostra
partecipazione e non voglio rubare ulteriore spazio a quello che ritengo debba
essere un dibattito quanto mai interessante e proficuo.
Ringrazio il Presidente per questa sua ampia
e chiara introduzione. Direi che quasi potrebbe bastare quello che lui ha detto
perché è l'essenziale. Ci chiediamo, infatti, perché, a distanza di quali venti
anni dall'approvazione della Legge 1° aprile 1981, n. 121, ci troviamo a
doverci confrontare con un provvedimento come l’Atto Camera, il 6249, la famosa
– o famigerata - delega al Governo in materia di riordino dell'Arma dei
Carabinieri, del Corpo Forestale dello Stato, del Corpo della Guardia di
Finanza e della Polizia di Stato. E’ significativo, al proposito, che fin dal
titolo sia stata operata, nominando le Forze di polizia interessate, una strana
inversione rispetto alle precedenze che erano stabilite dalla Legge 121 che,
secondo me, non è casuale e non è stata dettata solo dal carsico fluire degli
eventi parlamentari.
Norme in materia di coordinamento delle Forze
di polizia: questa novella è il dato oggettivo dal quale dobbiamo partire per
compiere, con la brevità che il consistente numero degli interventi previsti e
di quelli che altri vorranno effettuare, un’analisi del presente e di ciò che
dal 1981 ad oggi si è verificato.
Nuove prospettive si aprono con questo
disegno e, perciò, abbiamo il dovere di chiederci se esso sia in grado di dare
risposta sia alle più sentite esigenze dei cittadini ma anche alle attese di
chi lavora per le Istituzioni come testimonia l’affollato uditorio.
Il nostro giudizio, come molti di coloro che
sono presenti in questa sala sanno, è piuttosto critico. Noi riteniamo,
infatti, che il provvedimento compia delle scelte di retroguardia, non coerenti
ed istituzionalmente poco equilibrate. Scorgiamo profili di incostituzionalità
nelle norme e, sostanzialmente, siamo convinti che si continuino a compiere
vecchi errori, che tanto nocumento hanno arrecato in passato alla nostra
Istituzione e al coordinamento delle Forze di polizia nel nostro Paese, e a
creare nuovi pericoli per la democrazia.
Siamo perciò rimasti estremamente sorpresi
della celerità con la quale, nelle Commissioni, a larga maggioranza, si è
deciso di licenziare questo provvedimento, senza procedere a quegli
approfondimenti che i numerosi emendamenti presentati avrebbero forse suggerito
di compiere.
La prima considerazione che ci viene quindi
da compiere muove dalla peculiarità della nostra democrazia, una democrazia
calata nell'Europa, vicina ai valori occidentali, orientata alla sempre
maggiore partecipazione del cittadino e tuttavia ancora soggetta ad influenze,
condizionamenti e retaggi tipici di quei contesti nei quali non è del tutto
affinato il sistema delle garanzie.
La nostra - si dice - è la "democrazia
della comunicazione". Se è vero che, grazie all'informazione, alla
comunicazione sono state abbattute molte differenze fra le classi sociali, è
vero anche che il controllo dell'informazione nel secolo che si è appena chiuso
è diventato uno dei principali strumenti per assicurarsi il potere.
Questa considerazione dovrebbe indurci, tenuto conto del progresso, della crescente diffusione delle tecnologie nel campo dell'informazione e delle molte questioni che giacciono sul tappeto, a considerare fin da ora necessaria la predisposizione di un insieme coerente di effettive garanzie e di forti controlli in ciascuno dei settori sensibili dell'informazione; ciò affinché il sistema nel suo complesso risulti equilibrato e funzionale non agli interessi dei pochi che tengono salde le leve del potere, ma a quelli della collettività.
Ecco dunque la necessità di affinare un
sistema di controlli e di garanzie che assicurino la corretta utilizzazione dei
patrimoni informativi. Un sistema di controlli e di garanzie che, nonostante
l’istituzione di diverse Autorità Garanti, nonostante il lavoro delle
competenti Commissioni parlamentari, nonostante l’azione governativa di
controllo e l’apprestamento di strumenti giudiziari di tutela dei diritti del
cittadino, appare nel complesso ancora piuttosto debole ed inefficace.
Lo Stato, invero, compie notevoli
investimenti per garantirsi “l'informazione”. Ogni ufficio pubblico ne detiene
in quantitativi considerevoli e di natura diversa in relazione alle attività
amministrate, su fatti e persone.
Le Forze di polizia e i servizi di sicurezza,
in questo contesto, svolgono un ruolo di primaria importanza in quanto hanno il
compito di raccogliere, autonomamente o facendo ricorso ad altre fonti
pubbliche e private, informazioni di ogni genere al fine di prevenire e
reprimere reati e, più in generale, di garantire la sicurezza del Paese.
A distanza di quasi venti anni dalla Legge 1°
aprile 1981, n. 121, che ha creato la Polizia di Stato e ridisegnato gli
assetti della Pubblica Sicurezza, in un disegno di legge nel quale si parla di
coordinamento, non si è però ritenuto di giungere ad una maggiore
razionalizzazione se non all'unificazione delle troppe Forze di polizia
operanti sul territorio, né si è pensato di analizzare prima, e andare a
incidere poi, su quelle resistenze che, nel corso degli anni, hanno di fatto
impedito l'attuazione della legge 121 e l’effettivo coordinamento.
È probabile che ciò sia mancato non tanto per
mantenere le sane competizioni o per rispettare le antiche tradizioni. Entrambe
(io ritengo) sono realmente inutili, quando non perniciose, ove, tenendo conto
della customer satisfaction, ovvero
delle richieste di efficienza ed economicità che ci provengono dal contribuente
ogni giorno, esse si rivelassero d’ostacolo al migliore impiego delle risorse.
L'esigenza inespressa, ma non per questo meno
sentita, è, invece, quella di mantenere
– facendo anche leva sulle gelosie e le smisurate ambizioni dei
rispettivi vertici - nel modo più semplice possibile, o meglio, più
semplicistico possibile un equilibrio tra gli apparati che raccolgono ed
elaborano certi tipi di informazioni.
La ricerca di contrappesi in questa
importante area dell'amministrazione statale - che, vale comunque la pena di
ricordarlo, conta nel complesso circa 300.000 uomini armati e nella quale si
investono ingentissime risorse economiche – è, in sé condivisibile.
La strada che oggi in astratto si sceglie, la
conservazione del preesistente frammentario, personalmente mi appare un po'
primordiale. Ho detto in astratto perché l'Atto Camera 6249, in concreto, segna
invece un troppo marcato spostamento degli equilibri a favore delle Forze di
polizia a ordinamento militare.
Si consolidano in capo ad esse una summa di competenze e di poteri che in
Europa e nelle altre democrazie avanzate non trova eguali.
Questo, lo affermiamo con convinzione, sia se
si guarda all’Europa, sia in relazione alle altre democrazie occidentali e penso,
in particolare, a quella degli Stati Uniti.
Appare singolare, ad esempio, che l'Arma dei
Carabinieri, chiamata ad assolvere una serie tanto diversificata di compiti
militari (quelli espressamente previsti all'art. 1 nell'Atto Camera 6249), cui
corrispondono altrettanti penetranti poteri, eserciti alle dirette dipendenze
funzionali del Ministro dell'Interno (e non del Ministero) anche compiti di
ordine e sicurezza pubblica.
E’ evidente che queste considerazioni e
quelle che seguiranno non sono il frutto di una sterile rivalità – ché l’Arma dei Carabinieri, al pari delle
altre Forze di polizia e di quelle Armate, è un patrimonio inestimabile per il
Paese - ma l’attenzione a equilibri
che, a nostro modo di vedere, non possono essere turbati senza che ne derivino
concreti pericoli per la Democrazia.
È assai singolare a proposito che si
definiscano "militari" i compiti della salvaguardia delle istituzioni
in caso di pubblica calamità e la ricostituzione delle Forze di polizia in aree
nelle quali il nostro Paese assicuri interventi di pace e compiti
tradizionalmente riservati alle autorità civili.
A ciò si aggiunga il conseguito “rango di
Forza Armata”. Qui io non posso che concordare con ciò che ha detto l'On.
Tassone alla Camera: sgombriamo il campo dalle ipocrisie e chiamiamola Forza
Armata, dandole un Comandante che provenga dalle sua fila. La locuzione “rango
di Forza Armata” è senza senso quando a un’Arma si attribuiscono tutte le
peculiarità tipiche di un modello organizzativo superiore. Le commissioni di
valutazione per l'avanzamento del personale composte da appartenenti all'Arma
sono, ad esempio, un nuovo elemento di autoreferenzialità del Corpo e, senza
dubbio, un nuovo traguardo di maggiore autonomia per evitare ogni forma di
ingerenza interna, un nuovo elemento di forza che è negato alla Polizia di
Stato, il cui corrispondente Consiglio i Amministrazione è presieduto da
politici e composto da Prefetti.
Considerazioni simili possono essere svolte
per la Guardia di Finanza che allargherebbe le sue funzioni di polizia
economica e finanziaria ad un ambito non meglio definito - e, quindi, devo ritenere anche abbastanza
ampio - di tutela del bilancio dello
Stato e dell'Unione Europea. Ben immaginiamo quanti e quali reati possono
essere ricompresi in questa assai vasta dizione.
Basti allora considerare, per contro, la
condizione di identità denegata nella quale versa la Polizia di Stato.
La nostra Amministrazione è priva per legge
di un vertice composto da suoi appartenenti, ché tale non è certo un Dipartimento
la cui composizione è sempre più accentuatamente interforze, di un organo
collegiale deliberativo composto da poliziotti, che determini strategie e
carriere degli appartenenti al Corpo, ma ancor più la Polizia di Stato è
totalmente priva di funzioni proprie.
L'art. 24 della legge 121, infatti, nel
descrivere i compiti della Polizia di Stato si limita a una elencazione
generica e che è valida per qualunque altra Forze di polizia di polizia,
compresi i Vigili Urbani o, meglio, gli Agenti della Polizia Municipale. È
questa una condizione che ha creato, a senso unico, una situazione di
incertezza operativa, di continue ingerenze ed invadenze (con i relativi,
immaginabili costi per l’erario) di altri corpi in settori che, solo per
tradizione e mai per legge, appartengono alla Polizia di Stato.
La molteplicità di dipendenze funzionali dell'Arma,
tra cui quella diretta dal Ministro dell'Interno, oltre a creare il pericolo di
una sostanziale irresponsabilità istituzionale, provoca una condizione di
eccessiva frammentazione decisionale.
Nel caso in cui l’Atto Camera n. 6249
diventasse Legge, infatti, si cristallizzerebbe la dipendenza dell’Arma dei
Carabinieri dal Ministro dell'Interno, da una serie di Ministeri in cui sono
incardinati i vari nuclei specializzati, dal Capo di Stato Maggiore della
Difesa, dal Ministro della Difesa; e, infine, dalla Magistratura: tante, troppe
dipendenze funzionali e gerarchiche che, alla fine, si tradurrebbero in
sostanziale “indipendenza” da qualsiasi controllo politico.
Tutto ciò in un contesto nel quale,
verificando gli equilibri di cui parlavamo prima, si riscontra la dipendenza
esclusiva – e sottolineo esclusiva - della Polizia di Stato da parte di un
Dipartimento che, come abbiamo detto, sta accentuando la sua connotazione interforze.
Si verifica, in altri termini, la paradossale
situazione nella quale a fronte di un’accentuata indipendenza dell’Arma dei
Carabinieri, nel delicato settore dell'ordine e della sicurezza pubblica, che è
rimarcata dalla diretta dipendenza dal Ministro dell’Interno, la Polizia di
Stato continuerebbe a dipendere dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un
vertice, cioè, composto da appartenenti ad altre Amministrazioni tra i quali… i
Carabinieri.
A ciò si aggiunga che, essendo possibile che
un Generale dell’Arma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza venga nominato
Prefetto (cosa accaduta più volte in passato) e, quindi, possa trovarsi
preposto ad una delle articolazioni della Polizia di Stato, ai Funzionari di
Polizia le norme vigenti non consentono eguale “carriera” verso i Corpi ad
ordinamento militare.
Se, dunque, si vuole affermare
“l’indipendenza” dell’Arma dei Carabinieri, altrettanto dovrebbe essere
garantito alla Polizia di Stato.
La Polizia di Stato, invece, compresse o
annullate le sue peculiarità, viene lasciata in una condizione di assoluta
acefalia e disarticolazione, senza che siano in alcun modo precisate dalla
Legge le sue attribuzioni.
Così l’Atto Camera n. 6249 non solo favorisce
il disordine, dando vita allo spettro di una duplice politica della sicurezza
nazionale - quella del Dipartimento
della PS e quella del Comando Generale dell'Arma, entrambi, come detto,
interlocutori diretti del Ministro dell'Interno - ma evita accuratamente di risolvere le ambiguità e i limiti della
Legge 121/81.
Si introducono, in altre parole, nuovi
ostacoli per il coordinamento tra le Forze di polizia, la cui completa
attuazione, invece, si ritiene che sia la migliore medicina per contrastare
efficacemente il crimine.
Eppure la realizzazione del coordinamento era
fra gli obiettivi primari della legge 121 dell'81, intitolata, non a caso,
"Nuovo ordinamento della Pubblica Sicurezza", se corrisponde al vero
quanto affermò l'on.le Boato all'atto della propria dichiarazione di voto: "Ci
siamo impegnati per fare in modo che questa non fosse riduttivamente una legge
di pura riforma del corpo delle guardie di pubblica sicurezza, ma fosse una
legge di riforma della Polizia e quindi di tutti i corpi di Polizia, riforma
senza la quale il coordinamento tra i corpi di Polizia ha molte volte un
significato velleitario e pretestuoso.”.
A diciotto anni di distanza da quella Legge,
il problema appare irrisolto. Occorrerebbe allora interrogarsi, prima di
procedere all'approvazione di una nuova legge, sui reali motivi di questo
insuccesso per evitare, quanto meno, di ripetere gli stessi errori commessi in
passato.
Erano di fatto inattuabili le regole ed i
principi introdotti dalla Legge 121?
O essa è rimasta disattesa a causa di
irragionevoli gelosie interne e della resistenza, più o meno passiva ma mai
sanzionata, di alcuni tra i soggetti istituzionali chiamati ad osservarla?
In quest'ultimo caso la risposta più idonea
non sarebbe, forse, quella tendente ad assicurare l'effettività, richiamando
ognuno al rispetto delle regole per evitare quello che il sen. Saporito, in un
suo intervento del 1981, definitiva il “male più oscuro e più sottile da cui
dobbiamo tutti guardarci: il lento logorio degli ordinamenti che non ha forza
spietata ed improvvisa dei colpi di stato, ma ha tuttavia la lenta capacità di
svuotare dall'interno le istituzioni, annullandone l'idoneità ad esprimere la
rappresentanza degli interessi reali esistenti nella società”.
Vi sono equilibri democratici, dunque, ai
quali non si può rinunciare e verifiche che non possono essere eluse,
soprattutto quando si intende mettere mano ad una normativa tanto complessa
come quella che disciplina la pubblica sicurezza nel nostro paese.
Non si deve nemmeno dimenticare la richiesta
di maggiore professionalità degli appartenenti alle Forze di polizia che
proviene dalla “società civile”. Non si può tollerare il ricorso a trucchi ed escamotage come quelli che ci
apprestiamo a vedere realizzati con l'introduzione dei famosi ruoli speciali
dei commissari. Quasi tutti in questa sala sapranno di che cosa si parla. Per
quei pochi che, tuttavia, dovessero non avere ancora ben presente l'istituto,
si tratta di costruire un ruolo parallelo ed equiordinato di Funzionari di
Polizia al quale far accedere personale privo di titolo di studio di livello
universitario, reclutato attraverso procedure concorsuali interne e
semplificate.
In questi termini, con una norma di delega
tanto ampia e tanto priva di principi e criteri da risultare palesemente incostituzionale, stanno
cercando di introdurre una figura di commissario “di seconda fascia”, senza che
la stessa Amministrazione abbia chiaro né dove andare a collocare questo ibrido
nell’organizzazione e quali funzioni attribuirgli, né soprattutto quali spese
questo tipo di provvedimento andrà a causare, non soltanto in via diretta e
immediata, sotto forma di retribuzioni (c'è un meccanismo per il quale queste
retribuzioni andrebbero a lievitare in modo esponenziale nei prossimi anni) ma
vieppiù in termini di mancata efficienza, di attenuata capacità di un ruolo
formalmente investito di funzioni delicatissime ma oggettivamente dequalificato
e, quindi, incapace di interloquire al meglio con la società civile.
Sono intimamente convinto che un Funzionario
di Polizia debba possedere una solida cultura e debba essere accuratamente
selezionato. La cultura universitaria è uno strumento essenziale, accanto ad
altri specifici elementi di professionalità, per poter reggere adeguatamente il
confronto non solo con fenomeni criminali in continua evoluzione, ma anche per
affrontare la quotidiana sfida che consiste nell’accostarsi e risolvere in modo
equilibrato e “civile” problemi sociali di grande rilievo.
Pensiamo alle difficili situazioni che, in
questi giorni, si sono prospettate a chi ha fronteggiato il fenomeno
dell’immigrazione.
La capacità di mediazione e le conoscenze
necessarie per affrontare, al centro come in periferia, tutta la delicata
problematica dei centri di accoglienza per immigrati non si possono improvvisare.
Pensiamo poi all'ordine pubblico ed alle
qualità di equilibrio, di prontezza e di dialogo che non possono non fondarsi
su di una solida base di conoscenze.
Pensiamo, infine, alle complesse questioni
che si pongono ogniqualvolta si tratta di gestire informazioni ed archivi. Una
di quelle problematiche. che i più tendono ad eludere: in fin dei conti, quanto
è noioso e polveroso l'archivio.
Una corretta gestione degli archivi, invece,
e non solo di quelli caotici del Ministero dell'Interno, ma di tutti gli
archivi di questa Repubblica, compreso quello dell'Arma dei Carabinieri, si
tradurrebbe sicuramente in una forte garanzia per la tutela della nostra
Democrazia.
Mi scuso se questa mia introduzione può
essere apparsa disorganica, ma il mio obiettivo era soprattutto quello di
indicare alcune delle nostre perplessità ed aprire il dibattito. E’ probabile
che qualcuno mi possa rimproverare una mancanza di approfondimento tecnico sui
singoli temi. Il tempo è tiranno e mi scuso, dichiarandomi, comunque, pronto a
scendere ancora più nel dettaglio se ce ne sarà bisogno.
Vorrei a questo punto dare la parola
all'on.le Giovanni Meloni, dei Comunisti italiani, il quale ritengo che vorrà
riferirci la posizione del suo partito su questo provvedimento.
On.le Giovanni
MELONI
Vi ringrazio per l'occasione offertami da
questo dibattito, che noi consideriamo non solo opportuno ma importante.
Importante perché l'approvazione del provvedimento di cui qui si discute in
modo principale è un evento che, nell'ipotesi si scegliesse - come a me pare che in modo tale si faccia
- una direzione sbagliata, causerebbe danni assai pesanti alla sicurezza del
Paese e in particolare a tutte quelle questioni delle quali, soprattutto in
questo ultimo periodo, si discute nella società e anche in Parlamento, che
attengono ai problemi della sicurezza.
Capite che il parlare assieme a voi, che
siete sotto questo profilo le persone che meglio certamente conoscono - certo
assai più di me - questo genere di problemi, è per noi estremamente importante.
Spero che questo dibattito serva a migliorare
la natura di quel provvedimento. Come avrete capito, io sul provvedimento ho
perplessità forti. Non voglio analizzarlo punto per punto, credo che ciascuno
di voi lo avrà sicuramente visto. Mi limito, anche per necessità di sintesi, a
fare soltanto alcune osservazioni e alcuni rilievi. È ovvio che non si tratta
di prendere parte per una o l'altra delle forze dei Corpi che costituiscono le
forze dell'ordine, non è assolutamente questo il problema né credo sia questo
lo spirito del dibattito. Il problema, come giustamente è stato richiamato dal
dott. Aliquò, si riferisce allo spirito della legge 121 che venti anni fa
faceva un'operazione di natura politica straordinariamente importante che era
quella di dire: l'amministrazione della sicurezza è un'amministrazione che è in
mano all'autorità civile, a tutti i livelli: il Ministro, il Prefetto, il
Questore, le Autorità locali, a tutti i livelli.
Il
provvedimento di cui parliamo oggi va in questa direzione? La realizza? La
rafforza o in qualche misura se ne discosta e addirittura contraddice questo
principio? A me sembra che sia così. Può darsi che sia una questione di natura
ideologica, vi confesso molto candidamente che non riesco a liberarmi troppo
facilmente dell'ideologia, ma non intendo, non riesco a intendere molto bene
come in una democrazia, in uno Stato democratico si possa pensare a creare una
forza armata che rivendica di essere tale per avere un'autonomia dalle stesse
forze armate, per avere un'autonomia nell'ambito di funzioni che sono proprie
del potere civile e, sulla base di questo, per strutturarsi tra l'altro secondo
un modello che, in un momento in cui si parla di riforma delle Forze Armate,
entra in contraddizione: con i principi stessi della riforma che mira a
strutture snelle, formate da volontari e professionisti.
Da un punto di vista della organizzazione e
del funzionamento del sistema, oltre che dal punto di vista dei problemi propri
di ogni democrazia, questa operazione in qualche modo rilancia la
frammentazione, l’esalta, la pone come elemento essenziale del sistema invece
di attenuarla. Questa operazione a me pare vada sventata. Per far ciò bastano
ragionamenti che, tutto sommato, sono assai semplici. Ne farò soltanto alcuni.
A me sembra che con questo provvedimento si
alteri la stessa idea del coordinamento tra tutte le Forze di polizia, che
ormai da venti anni tutti affermano che sia una questione assolutamente
essenziale.
Non mi consolano nemmeno - lo dico da
inesperto, quindi con il rischio di poter essere contraddetto - quegli
esperimenti di quelle sale virtuali. Secondo me esse non dovrebbero rimanere
virtuali, perché se quelle sale operative hanno la funzione dell'intervento
immediato, della osservazione del territorio, di quel controllo del territorio
di cui tutti discutono e di cui tutti sottolineano l'essenzialità, ci dovrà
pure essere un momento in cui da questa sala operativa parte un comando
unitario, che non sia destinato a ramificarsi per i diversi comandi in maniera
tale da ottenere nel territorio un effetto mediato.
A queste esigenze si fa invece corrispondere
l'art. 7 del provvedimento in cui si dice che le direttive del Ministro non
sono vincolanti e sono “indirizzate” ai Comandi generali. Non va bene, io sono
convinto che questa previsione non funzionerà, se si ha sul serio intenzione di
promuovere il coordinamento.
C'è la possibilità di affrontare il problema
in maniera diversa?
Mi sono convinto che questa possibilità c'è,
per esempio cominciando dai livelli periferici. I famosi comitati provinciali
per l'ordine e la sicurezza pubblica, forse non hanno dato di sé delle
straordinarie prove. Ma si potrebbe provare a cambiare la funzione di quei
comitati, mantenendo al Prefetto la funzione di autorità provinciale della Pubblica
Sicurezza ma facendo sì che a quel livello territoriale, al livello in cui si
conoscono tutti i problemi del territorio, il Comitato sia il luogo per la
formulazione e l'elaborazione di piani e programmi sulla sicurezza pubblica.
Indipendentemente dalla composizione del
Comitato provinciale, che è pure un aspetto in cui si rileva una forte
contraddizione all'art. 9 di quel provvedimento, si dovrebbe attribuire il
potere di pianificare piani e programmi che dicano come, in quel territorio,
debbano essere impiegate le risorse per la sicurezza pubblica e chi lo deve
fare. Sarebbe un modo, forse, per vincere le resistenze e le incrostazioni non
solo centralmente, dove pare che esse siano più forti ed antiche, e per
migliorare il coordinamento.
Ciò, naturalmente, a patto che poi si decida
anche come si dà esecuzione a questi piani e, cioè, che la esecuzione di questi
piani è affidata alla responsabilità dell'autorità civile di pubblica
sicurezza, a quel livello.
Questo potrebbe essere un passo interessante
e importante, che potrebbe essere compiuto già nella discussione dei
provvedimenti che riguardano la sicurezza dei cittadini, anch'essi in
discussione alla Camera in questo momento.
Trovo, infine, che in relazione al problema
della sicurezza il provvedimento compia un'operazione utopica e di
indebolimento.
Utopica perché sta continuando ormai a
prevalere la filosofia che si possano fare le riforme a costo zero, cosa della
quale francamente dubito molto.
Ma ancora più singolare è la previsione, che
non riguarda soltanto un'Arma ma tutti i Corpi presi in considerazione dalla
Legge, di aumentare i quadri dirigenti, quelli degli ufficiali, a scapito della
rimanente parte dell'organico. Nel momento in cui tanto si parla di sicurezza e
di criminalità diffusa la trovo una cosa singolare.
Forse non è nemmeno necessario che in Italia
si abbia un numero così alto di addetti alla sicurezza pubblica. Da questo
punto di vista siamo un'eccezione: se, tuttavia, decidiamo di diminuirne il
numero e di aumentare contestualmente i quadri dirigenti, dando cioè maggiore
risalto alla professionalità, dobbiamo accompagnare questa operazione con un
provvedimento che, in qualche misura, modifichi il modo col quale le forze
dell'ordine controllano il territorio.
Il che non vuol dire - sotto questo profilo
sono totalmente convinto - occupazione del territorio, ma vuol dire conoscenza
profonda del territorio, perché soltanto così si può parlare di prevenzione.
Il cittadino non si sente sicuro solo perché
vede passare la Volante della Polizia o la Gazzella dei Carabinieri, ma si
sente sicuro se sa e riconosce che coloro che delinquono, soprattutto a livello
della cosiddetta criminalità diffusa, coloro che commettono reati nel suo
quartiere, non possono sentirsi coperti da immunità perpetua.
Si sentirebbe più sicuro se vedesse che
qualche volta si fanno dei processi.
E qui - e chiudo - credo che
contemporaneamente, sempre nell'ambito dei discorsi che riguardano la
sicurezza, si dovrebbe pensare, anzi si deve pensare a dare alla polizia, alle
forze dell'ordine una maggiore capacità e incisività di indagine, voglio dire
autonomia di indagine rispetto a quella che ora hanno.
Non voglio mettere in discussione la
direzione delle indagini da parte del Pubblico Ministero, dico però che le
Forze di polizia devono avere la possibilità di fare delle indagini autonome
anche al di fuori delle direttive del Pubblico Ministero. Forse, se ci fossero
casi di questo genere, ci sarebbero forse 700.000 fascicoli in meno lasciati in
qualche deposito.
Vedo l'on.le Palma, relatore di questa Legge,
e lo inviterei a prendere la parola.
Ringrazio l'Associazione Nazionale Funzionari
di Polizia per l’invito a questo Convegno che, già nel titolo, ha un suo
respiro e quindi un suo interesse particolare.
Vorrei attenermi al titolo che ha questo
respiro. Sui temi della sicurezza dei cittadini che sono ovviamente, come
sapete tutti voi meglio di me, temi delicatissimi, c'è sempre dietro l'angolo
il pericolo, il rischio di fare o confusione o, peggio ancora, della demagogia.
Dopo gli anni del terrorismo e della
offensiva particolarmente violenta delle varie mafie, è stato alla fine
scoperto, relativamente di recente, il tema della sicurezza e della insicurezza
dei cittadini, minacciati da quella serie di reati che erano ricompresi sotto
l’ampia formula di microcriminalità e che proprio la parola "micro"
faceva apparire non particolarmente importanti. Oggi giustamente il fenomeno si
definisce “criminalità diffusa”.
Negli anni passati, in effetti, non c'era
piena consapevolezza di quanto questo senso di insicurezza, dovuto ai vari
"piccoli crimini" (dal furto dell'auto, allo scasso
dell'appartamento, allo scippo, ecc.), fosse corrosivo per la stessa
istituzione democratica, generando quel senso di insicurezza che magari, in
particolari momenti, è amplificato dalla spasmodica attenzione dei mass media.
O non c'era questa consapevolezza oppure si
pensava che tutto si potesse risolvere in termini di ordine, di disciplina, di
pura repressione. Credo che questo sia un tema che fa tutt'uno con la tenuta
della democrazia o del patto sociale che ha il suo cardine nella tutela della
incolumità e della libertà dei cittadini.
E quindi, come tale, questo è un tema che
deve essere di peculiare interesse delle forze politiche, prioritarie e
progressiste, non può essere lasciato a chi ritiene di interpretare per una
vocazione antica, più di altri il tema del bisogno della sicurezza dei
cittadini.
Con una posizione di equilibrio che dobbiamo
ricercare e che non è certamente a mio avviso la tolleranza zero, di cui si
parla, balbettando rispetto a modelli di altri paesi, intesa come valore
assoluto di pura repressione. Al contrario, mentre si deve puntare alla
severità contro il crimine non può mancare un pari impegno contro le cause del
crimine, quindi, contro il disagio sociale che spesso ne è all'origine. Una
politica riformista, democratica a mio avviso non può prescindere da questo
dato di partenza.
Secondo noi - parlo oltre che come relatore
di questa proposta di legge, come esponente del Partiti Popolare - da questo
assunto discende che una politica della sicurezza non può riguardare le sole
Forze di polizia, ma deve coinvolgere il sistema amministrativo, le parti
sociali, gli enti locali.
Ognuno, cioè, deve mettere a disposizione del
bene sicurezza le sue competenze, ciascuno deve lavorare per la sicurezza nel
rispetto delle proprie competenze, del proprio ruolo, parlerei quindi di una
sicurezza partecipata e condivisa. E, di conseguenza, l'azione di governo
dovrebbe, a mio avviso, essere fondata sull'elaborazione di un soggetto
generale della sicurezza, supportata da una varietà di misure (finanziare
strategie integrate, sgravi fiscali per chi istalla misure passive e sistemi di
allarme, destinazione di risorse per la prima sicurezza e il soccorso
pubblico).
L'obiettivo finale deve essere quello di
realizzare un sistema nazionale integrato dell'ordine e della sicurezza
pubblica, che tenga conto oltre che delle cinque storiche Forze di polizia,
della necessità di una revisione delle tante altre figure di Polizia sparse sul
territorio, a cominciare - è una mia particolare attenzione - dalla Vigilanza
privata che è ormai un settore che dà lavoro a decine di migliaia di persone,
utilizza sistemi molto sofisticati, contribuisce al controllo del territorio,
ma è ancora regolamentata dalla normativa anacronistica che regola un settore
così delicato.
In definitiva, anche sfruttando le esperienze
territoriali degli ultimi mesi, si dovrebbe lavorare per un patto nazionale
della sicurezza di natura simile a quelli sottoscritti nel mondo del lavoro.
In questa situazione di grande movimento va
chiarito che alcuni aspetti e connotazioni è necessario rimangano ben definiti.
Innanzi tutto, io sono d'accordo sia con il Presidente che con il Segretario di
questa Associazione, i principi della legge 121 sul ruolo delle autorità
civili, sulle dipendenze funzionali e sui rapporti inter-istituzionali tra le
Forze di polizia, in definitiva sul coordinamento.
Condivido i rilievi di Aliquò sulla
dipendenza – la critica l'ho espressa
anche in Commissione, ma la mia tesi poi non è passata - dell'Arma dei
Carabinieri dal Ministro e non dal Ministero.
Sembra una quisquilia ma non lo è, noi
facciamo, caro Meloni, un passo indietro rispetto al regolamento del 1934
quando prevediamo una dipendenza dal Ministro. Ciò vale anche in relazione a
quella importante e significativa aggiunta di compiti militari all'Arma dei
Carabinieri, quando alcuni dei compiti enumerati non sono militari, ma sono
compiti civili.
Le nostre posizioni sono chiare e sono state
più volte illustrate, anche nella I e IV Commissione, congiunte, che si
riuniscono con questo Atto Camera 6249. Mantenere inalterato l'assetto
fondamentale del coordinamento delle Forze di polizia e degli altri istituti e
funzioni regolati dalla 121.
Secondo punto: rafforzare il ruolo
dell'Autorità di Pubblica Sicurezza, a cominciare dal Ministro dell'Interno,
Autorità nazionale, secondo i criteri della riforma globale dei pubblici poteri
in materia di responsabilità e unicità della titolarità delle funzioni
ministeriali ai sensi della Prima Riforma Bassanini, cioè della legge 59.
Confermare il ruolo del Dipartimento della
Pubblica Sicurezza quale sede del coordinamento, tenendo anche conto delle
funzioni delegate dal Ministro dell'Interno al Capo della Polizia, Direttore
generale del Dipartimento e sul territorio ai Prefetti. Io sono d'accordo che
sul coordinamento si può e si deve fare di più.
Come diceva Meloni, se ne parla da venti anni
e, anche sul piano normativo, si dovrebbe fare di più, anche se non condivido
l'accenno all'art. 7 che pure poteva essere scritto meglio.
Supererei la questione delle direttive vincolanti
o non vincolanti: al Senato era stato aggiunto questo "vincolanti"
che era fondamentalmente un pleonasmo, perché è chiaro che una direttiva di una
autorità nazionale di pubblica sicurezza è di per sé vincolante, quindi non
credo che se il testo sarà questo che è attualmente all'esame della Camera, un
domani si possa intendere che una direttiva del Ministro dell'Interno è un
"grazioso invito". Su questo non avrei preoccupazioni.
Altro principio da confermare: mantenere
adeguati e selettivi criteri di accesso, di formazione, di progressione delle
carriere anche nella eventualità di istituzione di nuovi ruoli del personale.
Qui si accennava alla possibilità del ruolo
speciale dei Commissari. Tenendo conto che questo disegno di legge ci è
arrivato dal Senato dopo un anno e mezzo di dibattito, addossare sulla Camera
dei Deputati tutte le croci, mi pare un po' ingeneroso.
Per
un anno e mezzo è stato al Senato, è stato approvato da uno schieramento molto
ampio, comprendente anche, di fatto, non ricordo se in posizione di astensione,
le forze del Polo, le quali alla Camera, si sono tirare indietro con una
battaglia pretestuosa e, tutto sommato, marginale - se si vanno a vedere i
testi di riferimento legislativo - e
inutile che si fonda sulla questione della provenienza del Comandante Generale
dell'Arma dalla stessa Arma o meno.
Si tratta di una cortina fumogena, non mi
addentro sull'argomento perché svierei, ma è così.
Nel caso di istituzione di nuove norme di
accesso per il personale, si dovranno comunque mantenere adeguati e selettivi
criteri di accesso.
Vogliate tenere conto che questi eventuali
ruoli non se li è inventati il Parlamento, sono sorti nell'ambito del
Dipartimento della Pubblica Sicurezza, come esigenza e nell'ambito di
trattative con i sindacati della Polizia.
Il mantenimento di criteri selettivi di
accesso, di formazione e di progressione delle carriere serve, a mio avviso, a
consentire sia la mobilità verso le altre amministrazioni.
In tal senso, come relatore io ho condiviso
la proposta di emendamento presentata dal collega Carotti e credo anche dal
collega Cento sulla mobilità dei Funzionari di Polizia. Altrettanto dicasi per
quella, sempre di Carotti, sull’aliquota predeterminata e comunque non
inferiore al 20% delle vacanze per l'accesso alla prima qualifica dirigenziale
dei Funzionari di Polizia, altro emendamento che, in quanto relatore, mi è
sembrato giusto e ho potuto accogliere nell'ambito degli equilibri, non sempre
facili, che ci siamo trovati a gestire su questo provvedimento che, ripeto, è
arrivato dal Senato con ampio consenso di questo primo ramo del Parlamento.
Condivido, altresì, il problema che è stato
posto - sicuramente nell'ambito di conversazioni che ho avuto con esponenti
dell'Associazione Nazionale dei Funzionari - della circolarità delle carriere.
Sono personalmente promotore di un disegno di
legge che interpreta tale circolarità, come in altre nazioni europee, nel senso
di creare un circuito tra magistrature, Forze di polizia e carriera diplomatica
e prefettizia. Si prevede che, dopo un certo numero di anni e con il possesso
di determinati titoli, si può accedere alla magistratura sulla base di aliquote
predeterminate, con un concorso per titoli. I vincitori di questi concorsi,
possedendo un buon bagaglio di cultura ed esperienza professionale, ben
potrebbero essere destinati a sedi particolarmente impegnative o a rischio,
onde evitare che a queste sedi siano assegnati magistrati di prima , che non
hanno sufficiente conoscenza ed esperienza della delicatezza e della complessità
degli apparati dello Stato, soprattutto in quei casi in cui si debba affrontare
la lotta al fenomeno mafioso.
Ho detto all'inizio che siamo in una fase di
attenzione e di movimento sui temi della sicurezza, ma devo anche aggiungere
che, a fronte di questa rinnovata attenzione, non viene purtroppo ancora fuori
una visione ampia di respiro dei problemi che abbiamo di fronte: né dal governo
né dalle forze politiche e neppure, nonostante siano state molto interessanti,
dalle audizioni che si sono svolte nella I e IV Commissione su questo
provvedimento che più ci sta a cuore in questo momento, con qualche
significativa eccezione.
Prevalgono in questa fase tendenze riduttive,
settoriali, corporative, minimalistiche o fondate sulla mera logica dei numeri
e dell'aumento degli organici; manca, in definitiva, quel progetto globale di
cui ho parlato all'inizio e di cui si fa carico il titolo che voi avete voluto
dare a questo convegno.
Mi auguro che questo convegno contribuisca a
determinare una seria inversione di tendenza. L'inversione dovrebbe essere
questa: fare punto sui problemi della sicurezza, porre fine tutti,
responsabilmente, alle rincorse di organici o di carriere ed esaminare il
problema del comparto sicurezza nella sua interezza, a 360 gradi. Se riusciremo
a fare questo - forze politiche, forze sindacali, associazioni - penso che faremo compiere al Paese quel
salto di qualità di cui c'è bisogno. Vi ringrazio.
Ringrazio l'on.le Palma per la sua
esposizione e gli riconosco un impegno particolare, soprattutto nell’aver
proposto una normativa specifica che, ove approvata, consentirebbe il transito
ai Funzionari di Polizia in magistratura.
Dobbiamo chiederci, tuttavia, quanto la
mancanza di un disegno complessivo, la carenza di norme che non perseguano solo
interessi settoriali, sia da imputare a una mancanza o a mancanze di oggi e
non, piuttosto, a errori che si radicano in altri periodi storici della nostra
amministrazione e della nostra politica.
Ho il piacere di dare la parola al
Sottosegretario di Stato, sen. Alberto Maritati.
Ringrazio l'Associazione per l'invito, che ho
accolto di buon grado. Io sono Sottosegretario nel vostro Ministero, ma non ho
la delega specifica, per cui il mio sarà un intervento molto cauto, un
intervento estemporaneo. Scusate, perciò, le eventuali carenze di questo
intervento. Non pensavo di dover intervenire, ma sono stato sollecitato da
quanto ho ascoltato.
Sono entrato nel Governo di recente e di
recente sono entrato in politica, ma ho una lunga esperienza di magistrato che
mi facilita il dialogo con voi. Sono stato un magistrato particolarmente
attento alla evoluzione democratica del Corpo della Polizia. Noi dobbiamo
ricordare ogni tanto - e credo che convegni di questo livello debbano farlo - i
passaggi e l'evoluzione che le istituzioni dello Stato hanno compiuto in questi
ultimi decenni.
Quando ero all'Università guardavo la Polizia
come la gran parte dei cittadini italiani, con timore, perché la Polizia
storicamente è stata, quasi sempre, lo strumento nelle mani del potere
dominante; era quindi uno strumento per governare nell'interesse della
maggioranza o di chi deteneva il potere.
Abbiamo fatto insieme, amici, molta strada e
noi siamo ben avviati verso un'impostazione radicalmente diversa, perché la
Polizia è un organo dello Stato, messa al servizio dello Stato e oggi voi
rappresentate, quasi sempre, un momento di servizio, di risposta alle esigenze,
di sicurezza e di legalità con la magistratura. Questo passo avanti ci consente
di ragionare con serenità anche rispetto alle nuove riforme che si impongono.
Voi avete titoli per chiedere riforme,
adeguamento e i miei colleghi hanno già accennato, in maniera più specifica e
più competente, quali siano le linee da seguire.
Non entrerò nello specifico, però mi piace
ricordare ancora che l'Italia ha la sua anomalia nel settore delle polizie.
Noi abbiamo tre corpi di Polizia. E’ una
anomalia, ma è nostra. Nasce con lo Stato democratico, nasce con lo Stato repubblicano,
nasce con l'Italia unita questa anomalia ed ha radici così profonde per cui da
nessuna parte viene una richiesta di unificazione e di superamento. Ci sono tre
corpi di Polizia, dobbiamo tenerne conto e dobbiamo muoverci, a mio giudizio,
in maniera molto intelligente e costruttiva. Quindi una politica di
competitività negativa, di contrapposizione non paga, perché gli amici o i
cugini - come spesso li chiamate o li chiamiamo - Carabinieri stanno lì e non
li muove nessuno, devono svolgere il loro compito come lo deve svolgere la
Polizia.
Io ho dato uno sguardo a questo testo: sono
certo che le critiche hanno un fondamento, ma io vedo qualche cosa di positivo:
innanzitutto non è una legge-quadro e non è una legge definitiva. È un avvio ad
una riforma che deve ancora venire.
L'Arma dei Carabinieri dipende funzionalmente
dal Ministro.
Io vi chiedo scusa se non avverto il pericolo
di questa modifica, ma intanto vedo un passo avanti perché l'Arma dei
Carabinieri, con la sua forza, con la sua storia, ha rappresentato sempre
qualche cosa di difficilmente controllabile, nel senso positivo
dell'espressione. Oggi noi abbiamo un legislatore che ci dice che l'Arma dei
Carabinieri, per i servizi specifici dell'ordine pubblico dipende dal Ministro,
il Ministro ha anche la Polizia alle sue dipendenze funzionali; c'è un
Dipartimento interforze, ma ci avviciniamo.
Io non vedo se non un passo avanti verso
quello che, secondo me, deve essere detto ancora con maggiore chiarezza: i tre
corpi di Polizia devono funzionare al servizio della collettività in maniera
armonica, in modo coordinato; il coordinamento non può non essere devoluto a
chi ha una responsabilità politica diretta, che è il Ministro dell'Interno.
Io non vedo quindi grossi pericoli su questa
linea.
Vedo senz'altro, prendendo atto dei vostri
interventi più concreti, più specifici, più esperti, un'esigenza di maggiore
chiarimento, di affinamento, ma un passo avanti non lo possiamo negare. Quindi,
armonizzare e coordinare. Questo coordinamento che ci fa dibattere tanto, nelle
Polizie, nella magistratura, è un fatto di difficile attuazione. Ma ci stiamo
avviando.
Io l'ho vissuto come magistrato, in un
organismo di coordinamento, e l'ho vissuto con un collegamento stretto con
quanti di voi hanno operato egregiamente nei servizi centrali di cui oggi
ancora si discute. Il coordinamento lo stiamo attuando, a fatica, ma si stanno
superando vecchie, sterili contrapposizioni e divisioni tra i corpi. La Polizia
ha un compito immane oggi, per assicurare la democrazia e la tranquillità nel
paese. Non sul piano della semplice
Ciò affermo non per fare semplice propaganda,
ma proprio in quanto percepisco l’esigenza di sicurezza, perché una democrazia
in cui non c'è sicurezza non è una democrazia compiuta.
Il principale obiettivo è quello di far
crescere la Polizia di Stato, crescere in questo nuovo Stato, in questa nuova
visione di organismo posto al servizio del Paese e non solo e non certo di chi
al momento detiene la maggioranza e quindi governa.
Questo passo è stato fatto e va sviluppato
ulteriormente.
La Polizia ha bisogno, per assolvere a questi
compiti primari, essenziali di crescere anche, se non soprattutto, dal punto di
vista professionale, dal punto di vista delle disponibilità di tecnologie.
È questo l'impegno che grava sul Governo e
che grava anche su di voi, Governo e associazioni.
Io credo che su questo terreno si debba fare
molto. Questo non è un Governo chiuso, cieco e sordo alle istanze, è un Governo
che si sta muovendo in tutti i settori con massima apertura.
Il momento associativo ha un compito
importantissimo: produrre proposte; pretendere, se non ci fosse, il dialogo;
misurarsi con - io uso proprio
l'espressione "tallonare" -
l'organo di Governo perché accetti il confronto, perché accetti il
dialogo e modelli, quindi, la propria linea rispetto alle esigenze vere, da
valutare, della categoria.
Voi avete da chiedere legittimamente. Vi si
deve dare ascolto. Io non credo che ci siano grossi ostacoli in quella
direzione.
Questo atto lo vedo come un passo avanti: si
devono affinare le previsioni, si deve puntare ad una vostra ulteriore
qualificazione.
Oggi sono in grado di dire, per l'età e per
l'esperienza che ho vissuto a fianco di molti di voi, che c'è stata una
crescita sensibile, rispetto a trenta anni fa, a venti anni fa. Qualcuno
potrebbe dire che è naturale, ma io l'ho vista con grande soddisfazione questa
crescita. Qualche lustro orsono si parlava per esempio della polizia americana
o della polizia inglese, nei libri, nei film, in tutta la letteratura come il top della Polizia. Oggi io so, per
averla vissuta con molti poliziotti, che i poliziotti italiani sono molto
considerati negli ambienti internazionali. Certo, hanno da apprendere, ma hanno
insegnato tante cose alle polizie del mondo. Per esempio nella lotta al crimine
organizzato.
Questo è, dunque, il terreno da battere.
Quindi, riqualificazione, non mere rivendicazioni economiche, che pure
hanno - eccome hanno - la loro importanza ma soprattutto riqualificazione
professionale. Su questo terreno io non credo che il Governo farà difficoltà a
seguirvi, perché queste sono esigenze obiettive, di tutti quanti non solo della
vostra categoria, alla quale io rivolgo un caloroso sentito e sincero augurio
di buon lavoro non solo per questa occasione, ma per tutto ciò che vi spetta,
tutto ciò che spetta a noi tutti per l'interesse collettivo.
Ringrazio molto il Sottosegretario Maritati.
Lo ringrazio per questo suo appello alla “riqualificazione professionale” che
io spero possa passare come emendamento all'art. 4, in particolare con
l'istituzione della carriera dei Funzionari di pubblica sicurezza, della
Polizia di Stato. Quello che indichiamo è senza meno un obiettivo di
riqualificazione, riqualificazione che deve essere almeno pari a quella che
altre carriere hanno ottenuto recentemente in Parlamento.
Nel nostro ambiente è molto attenti alle
parole: la “dipendenza dal Ministro” dell’Arma ha un significato pesantissimo.
Questo, probabilmente, può sfuggire a chi si
è occupato sempre e bene di contrasto al crimine, come il sen. Maritati, un
magistrato che ha il grande merito di aver detto per primo che: in Puglia c'è
la mafia! E di questo gliene siamo grati, perché era vero.
Tuttavia lo invitiamo a riflettere su questo aspetto
dell’Atto Camera n. 6249 che non può essere considerato secondario.
Dovrei dare la parola all'on.le Ruffino, ma
per mantenere gli equilibri, vorrei far prima parlare l'on.le Mario Tassone, in
maniera da creare dei contraddittori politici.
L'on.le Tassone si è segnalato per delle
dichiarazioni molto coraggiose, che penso avrà modo di replicare in questa
sede, fatte nel corso del dibattito e in Commissione e in Aula; dichiarazioni
che, secondo me, sono rimaste assolutamente prive di un successivo, doveroso
approfondimento.
Approfondimento che
avrebbero meritato in quanto io ritengo che la nostra democrazia debba
funzionare secondo criteri di trasparenza che dovrebbero essere assicurati, in
primo luogo, in Parlamento.
On.le Mario TASSONE (Misto CDU)
Ho ascoltato l'introduzione di Aliquò e
faccio un intervento molto breve. Bene questo incontro dell'Associazione
Nazionale Funzionari di Polizia. Vorrei capire se ci possono essere dei
risultati. Questa è una domanda pleonastica che faccio a me stesso. Il
provvedimento è già in atto.
Un provvedimento che l'opposizione di
qualcuno di noi ha bloccato prima delle ferie natalizie. Già il provvedimento è
stato approvato nell'altro lato del Parlamento, e poi si è posto nelle
Commissioni riunite I e IV della Camera dei Deputati. Molti gruppi hanno
esaurito il tempo a disposizione per i loro interventi e non ci sono nemmeno
possibilità per porre in essere - almeno da parte dei deputati -
un'apprezzabile attività emendativa.
Il potere di emendare e fare qualche modifica
spetta ora solo al Governo Visto e considerato che c'è il Sottosegretario
Maritati e ho sentito parte del suo intervento… ma ovviamente è venuto qui
anche per raccogliere qualche elemento e qualche giudizio di valutazione.
Voglio fare una considerazione e arrivare ad
una conclusione per quanto riguarda il mio intervento.
Sono d'accordo sull'analisi fatta da Aliquò
per quanto riguarda la 121 del 1981. Che cosa si diceva allora in Commissione
Interni?
Si diceva che bisognava porre mano ad una
riforma complessiva e globale delle Forze di polizia, della Polizia di Stato e
quindi garantire un coordinamento tra le varie Forze di polizia, e quindi
assicurare anche una qualificazione professionale delle Forze di polizia.
Questo fu il dibattito presso la Commissione Interni, dibattito al quale anche
io partecipai.
Non fu semplicemente il passaggio della
smilitarizzazione della Polizia di Stato. Il dibattito non verteva
semplicemente sul fatto che i poliziotti dovessero o meno continuare a fare i
camerieri presso le Prefetture, argomento che bloccò per qualche mese anche il
dibattito in Commissione Interni. Si avvertiva l'esigenza di creare
l’organicità delle Forze di polizia, capire quali sono le competenze dei
Carabinieri, quali sono le competenze della Polizia - ieri Pubblica Sicurezza
oggi Polizia di Stato -, quali sono le competenze delle altre Forze di polizia,
poiché sono state anche considerate le altre Forze, come il Corpo Forestale
dello Stato e la Polizia penitenziaria. Ora l’intreccio, per alcuni versi, si
arricchisce con le Capitanerie di Porto, con riferimento alle competenze di
Polizia giudiziaria. L’esperienza degli anni che sono seguiti ha realizzato
pienamente quelle che erano le volontà e i sogni del legislatore del 1981? Io
temo di no. Alcune cose non sono andate avanti, ma soprattutto non è andato
avanti quello che era lo spirito originario della Legge 121.
Quando, dopo una serie di interventi
parlamentari, dopo un certo impegno di studio, che cosa partoriscono le varie
Commissioni, anche quelle costituite all'interno del Viminale? Questo
provvedimento di riordino. Il titolo del provvedimento è roboante: riordino
dell'Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e così via.
Uno che cosa immagina? Il legislatore o il
governo si rendono conto dell’inattualità della Legge 121/81 e cercano di porvi
rimedio.
La logica sarebbe questa. Anche perché nel
1981 si diceva: facciamo dei provvedimenti di sperimentazione e poi vediamo se
bisogna cambiare qualcosa. Nulla di tutto questo è avvenuto.
Mi dispiace far polemica, ma queste sono le
cose che ho detto in aula, che ho detto in commissione e le ripeto anche qui.
Tutto questo è un riordino dell'Arma dei
Carabinieri. E basta.
Siccome c'era il titolo non si poteva fare
soltanto il riordino dell'Arma dei Carabinieri e allora si inserisce la Polizia
di Stato, anche se in termini molto limitati. Ci sono i ruoli speciali, che
avevamo eliminato per quanto riguarda le Forze Armate e si introducono nella
Polizia di Stato. Per quanto riguarda il Corpo Forestale dello Stato, si
prevede l’attribuzione di alcune competenze alle regioni e, quindi, si muta
profondamente la Legge 121: non è detto espressamente, ma è la conseguenza di
questo tipo di impostazione.
Non c'è dubbio che quei “piccoli interventi”
che si fanno per la Forestale siano molto significativi.
Il problema che ora ci poniamo è di vedere se
sia ancora possibile compiere qualche tipo di attività legislativa. E qui mi
rivolgo al Governo. Anche perché io ritengo che le cose che ho detto trovino
d'accordo anche esponenti della maggioranza. Anche lo stesso Palma non c'è
dubbio che su alcuni principi è d'accordo.
E questo è già un fatto importante.
Parliamo del riordino dell'Arma dei Carabinieri.
Il riordino dei vertici dell'Arma dei Carabinieri è un problema delicato poiché
questo Paese non si può più consentire il lusso di avere corpi separati dello
Stato.
Lo
ribadisco con forza, in modo che ci si intenda: questo Paese non si può consentire
il lusso di avere corpi separati dello Stato o di assistere impotente a
duplicazioni di competenze o di funzioni. Ci sono i Carabinieri che vogliono
fare tutto, e la Polizia di Stato che vuole fare quello che fanno i Carabinieri
e così via. In fondo la 121/81 indicava una ripartizione di competenze. Ciò che
poi è mancato è proprio una delimitazione dei rispettivi ambiti di intervento.
Questo è veramente un fatto drammatico.
Ritengo, infatti, che bisognerebbe capire quale Forze di polizia utilizzare per
le investigazioni, osservando competenze e
limiti, che esistono, in linea di principio, ma che purtroppo non sono
mai stati fatti rispettare.
Finisco qui, perché c’è ora da affrontare il
problema della dipendenza dal Capo di Stato Maggiore. In fondo i Carabinieri,
con i loro Comandanti e i loro generali, hanno più autonomia rispetto ai Capi
di Stato maggiore delle Forze Armate. Per la distribuzione dei fondi che loro
già hanno, partecipano al Comitato degli Stati Maggiori. Guarda caso, però, un
Comandante Generale parteciperebbe al Comitato dei Capi di Stato Maggiore
unitamente ai Capi di Stato Maggiore di Forze Armate e al Segretario Generale
della Difesa. Cosa accadrà se il Comandante Generale otterrà la quarta
stelletta funzionale, se si prevedono i generali di Corpo d'Armata, se vi sarà
una lievitazione per quanto riguarda l'età e se dovesse permanere irrisolto il
“dualismo” con altre Forze di polizia?
C'è, inoltre da considerare la questione
della dipendenza funzionale dal Ministro dell’Interno.
Sottosegretario, non dobbiamo sottovalutare
questo problema del Ministro. Qualche preoccupazione c'è. C'è il problema del
Dipartimento, certamente non definito e c'è il problema anche della natura, se
volete del Capo della Polizia. Ci sono problemi, ma sono problemi di
coordinamento o per meglio dire di sintesi.
Ma esiste il problema della funzionalità,
perché i Funzionari chiedono professionalità e chiedono un riconoscimento della
loro professionalità. Non c'è un problema di sindacato o di acquisizione delle
10, 20 o 50.000 lire in più. C'è gente che adesso vuole un riconoscimento della
propria professionalità, del proprio ruolo e capire se il proprio ruolo è
subalterno e secondario e marginale o è un ruolo importante, insieme agli
altri, allo stesso livello.
Se ci fosse una possibilità, questo
provvedimento lo ritirerei oppure farei un maxi-emendamento.
Si sono fatti tanti maxi-emendamenti.
Questo convegno ha uno scopo e credo che sia
questo.
Questa ritengo debba essere la
sollecitazione. Credo che con questo spirito l'Associazione Funzionari di
Polizia abbia assunto questa iniziativa. Nessuno può sminuire questa iniziativa
riducendola a fatto di pura sindacalità e di pura rivendicazione corporativa. I
Funzionari chiedono, invece, il riconoscimento di un ruolo, di una dignità
consoni a quelli che sono i compiti che la legge assegna loro e i compiti sono
precisi.
Bisogna poi essere consequenziali rispetto al dato indicativo, al
principio perseguito dalla norma che è un coordinamento funzionale con le esigenze
sostanziali. Constatiamo, invece, l’esistenza di una divaricazione, di una
dicotomia.
Signor Presidente, signor Segretario Generale
dell'Associazione, questo voleva essere il mio contributo, non polemico.
Volevo solo ribadirvi che le cose sono andate
molto in avanti: i parlamentari che avevano qualche cosa da dire l'hanno detta.
Rimane il rush finale nei prossimi
giorni, bisogna trovare la possibilità e gli spazi per qualche intervento
emendativo la cui titolarità oggi non è più dei deputati, perché i termini sono
scaduti, ma la titolarità è della Commissione e quindi del Governo.
Grazie e buon lavoro.
Ringrazio molto l'On.le Tassone perché ha
posto l'accento su una parola semplice ma essenziale: dignità. Noi non siamo
qui a rivendicare né 18, né 20 né 50.000 lire. Stiamo chiedendo al Governo, lo
chiediamo anche in limine, forse, ma lo stiamo chiedendo da molto tempo con varie iniziative (tra le
quali l’informazione dei parlamentari, l’acquisto di pagine di giornale,
convegni, ecc.), solo il riconoscimento della nostra dignità. Un riconoscimento
che questo Atto Camera ci nega, quanto meno in termini di incertezza assoluta
di prospettive di carriera, ex art. 4, e più in generale, visto il tenore degli
articoli 1, 7, 9, viene sensibilmente alterato il quadro normativo nel quale ci
troviamo a muoverci.. Vorremmo trovare una collocazione, vorremmo sapere dove
ci stanno conducendo i politici e, con noi, dove si sta dirigendo il Paese.
Vorremmo avere almeno la possibilità di
scegliere, visto che si stanno cambiando così sensibilmente gli equilibri
interni ed esterni all’Amministrazione, se e quale deve essere il nostro
futuro.
Vogliamo, soprattutto, difendere il diritto
di tutti i cittadini ad una “Democrazia equilibrata”.
Vorrei che si avvicinasse l'on.le Elvio
Ruffino, che insieme all’On.le Paolo Palma è il relatore di questo
provvedimento.
Ringrazio per l'invito. Siamo interessati a
mantenere un dialogo ed a rafforzare un confronto, nel modo più impegnativo possibile,
con chi ha delle specifiche competenze e può darci una mano ad affrontare
questa complicata materia.
In questa sede sono stati enunciati principi
su cui io credo di poter esprimere un accordo, in particolare si sono sottolineati
gli aspetti e la necessità di un coordinamento tra le Forze di polizia per una
maggiore efficienza. Da parte dell'on.le Meloni si è anche parlato - e sono
d'accordo - della maggiore capacità di indagine della Polizia, anche questo è
un tema del governo e del Parlamento su cui ci sono dei testi su cui si sta
ragionando.
Sono tutte esigenze di cui non solo ci
facciamo carico, ma che sono alla base della nostra azione.
Mi pare, però - e mi permetterete un po' di
schiettezza che non fa male in questi
confronti che altrimenti rischiano di essere elusivi - che tanti riferimenti
critici siano stati mal posti perché leggono nella 6249 cose che non ci sono o
attribuiscono a questo testo finalità che questo testo non ha e non può avere.
Ad esempio, questo non è il testo del
coordinamento delle Forze di polizia. Il testo sul coordinamento delle Forze di
polizia è la 121 dell'81, che non viene modificata praticamente in nulla, viene
anzi ripresa e ribadita numerose volte nell’Atto Camera n. 6249.
Noi abbiamo cercato di mantenere molti
articoli che sono stati aggiunti nel dibattito al Senato. Questo art. 7, che
qualcuno ritiene pleonastico, è stato immesso per confermare la 121, dovendosi
fronteggiare una polemica parlamentare nel corso della quale si è ritenuto
necessario mantenere un equilibrio che rischiava di essere compromesso non solo
per le tante e diverse spinte che vengono dalle varie istituzioni, ma anche per
una campagna politica che fa il centro-destra nel Parlamento e che, secondo
noi, porta a scardinare questo equilibrio, senza farsene in alcun modo carico.
Questo lo abbiamo visto in tutto il dibattito con qualche eccezione. L'on.le
Tassone ha assunto una posizione che aveva anche dei contenuti diversi.
Ma lo abbiamo visto proprio nel dibattito
alla Camera dove solo un'esigenza veniva manifestata e veniva perseguita fino
alle conseguenze più estreme (quella del Comandante Generale proveniente dal
Corpo - n.d.r.).
La 6249, quindi, non intacca la 121 su cui
forse si tratterà di tornare, nel senso di sviluppare appieno i suoi contenuti,
ma non è questo il testo.
È il pacchetto sicurezza la sede in cui si
può rivedere questa materia. Anzi in questo testo sarà necessariamente
eliminato l'art. 9, in quanto questa previsione è contenuta in un altro decreto
legislativo e su cui si potrà tornare, appunto, anche seguendo l'indicazione
espressa prima dall'on.le Meloni, in quella sede con strumenti che assicurino
una maggiore specificità, competenza e pregnanza.
L'obiettivo che si pone questo testo, nell'interesse
dello Stato e dei cittadini, è un obiettivo più limitato.
Tra l'altro voi conoscete sicuramente la
genesi di questo provvedimento: nasce in Senato con uno stralcio alla
Finanziaria, su un obiettivo molto limitato e mantiene una sua limitatezza.
L'obiettivo è quello di permettere una
generale ristrutturazione dei diversi corpi di Polizia che ne hanno necessità,
seppure in forma e con misure diverse, mantenendo elementi di perequazione, per
esempio in particolare per quanto riguarda le figure apicali.
Inoltre, intervenendo sull'Arma dei
Carabinieri, non si possono creare sperequazioni anche per non produrre
disallineamenti e problemi anche al coordinamento.
Mi permetterete qualche riferimento specifico
per essere più chiaro in merito alle cose che sono state dette e per diradare
equivoci e preoccupazioni che si sono creati anche su questioni di principio
molto fondate.
Per esempio il dott. Aliquò diceva che c'è un
troppo marcato spostamento di funzioni a favore delle Forze ad ordinamento
militare e, per motivare questa sua affermazione, faceva riferimento all'art. 1
in cui, tra i compiti militari, si cita la sicurezza pubblica, le calamità
naturali e così via. Questi sono compiti civili e non militari.
Devo dire che questa è una visione un po'
datata delle funzioni militari del nostro paese, non pienamente democratica. Le
forze armate sono perfettamente inserite nelle istituzioni democratiche e qui
non si fa altro che citare una norma di legge che c'è già, la 382/78, in cui
appunto nei compiti che si affidano alle Forze Armate, sicuramente in concorso
(le Forze Armate) e sotto la direzione dell'autorità civile hanno compiti nelle
calamità naturali, nella Pubblica Sicurezza e così via, naturalmente attraverso
le forme che la legge definisce. E quindi, nel momento in cui si trattava di
ridefinire i compiti militari non attualizzati, non si poteva non citare anche
questo compito, facendo riferimento, non a caso esplicito, appunto perché non
si poneva una nuova previsione di legge, alla 382 della quale si riconfermava
questo obiettivo.
Ciò non modifica in nulla le funzioni che già
oggi hanno le Forze Armate e, all'interno di esse, l'Arma dei Carabinieri.
Si è anche detto che con questa norma - il
tema in sé è molto pregnante e ha anche elementi di fondatezza - si crea una
sostanziale irresponsabilità istituzionale dell'Arma dei Carabinieri che
dipenderebbe da più soggetti.
Che l'Arma dei Carabinieri dipenda da più
soggetti è un dato di fatto già oggi, nell'ordinamento attuale, come è ben
noto. Su questo si può non convenire o meno, spero solo che non si facciano
delle ipotesi non realistiche, perché perderemmo del tempo.
Ma se facciamo riferimento alla dipendenza
dei Carabinieri, ci sono due modificazioni solamente in questa legge: una è la
dipendenza non più dall'Esercito ma dalla Difesa, secondo il principio che i
Carabinieri non sono più un'arma dell'Esercito.
Qualcuno può innamorarsi anche della storia,
ma questi erano parte dell'Esercito quando l'Esercito era l'unica Forza Armata,
quando sono stati creati. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e i
Carabinieri sono molto modificati.
Mantenere questa dipendenza dall'Esercito è
una pura finzione giuridica. Su ciò qualcuno può dilettarsi, ma oggi non
avrebbe senso.
Si trattava quindi di regolare meglio la
reale funzionalità anche all'interno delle Forze Armate, e quindi si è
stabilita questa attribuzione del rango
di Forza Armata.
Non vi può essere una quarta forza armata, in
tutto il mondo le Forze Armate sono tre.
Vi sono, poi, altre forze che hanno il ragno
di forza armata e, appunto, bisogna definire esattamente le dipendenze
all'interno della forza armata, e quindi la dipendenza diretta dallo Stato
Maggiore della Difesa.
L'altra modificazione che viene apportata è
solo quella che prevede il concerto del Ministro dell'Interno nel momento in
cui si formano reparti speciali dei Carabinieri nei vari Ministeri. Il concerto
del Ministero dell'Interno che prima non era previsto.
Palma
si è battuto per questo, perché prima, de
iure, per quanto riguarda la legge non era previsto il concerto del
Ministero dell'Interno. Poteva avvenire, anche se in modo del tutto ipotetico,
perché c'è comunque sempre lo strumento della direttiva. Anche qui la direttiva
è vincolante, la direttiva è un ordine, un ordine non vincolante non esiste. La direttiva è un ordine che viene
dato da chi ha la competenza costituzionale dei problemi dell'ordine pubblico.
Per quanto riguarda questi reparti potevano
essere costituiti anche a prescindere dalle valutazioni del Ministro dell’Interno.
Quindi, da questo punto di vista, anche la
preoccupazione che esprimeva il dott. Aliquò è infondata. Nello stesso articolo
del progetto di legge si cita la 121 e il Dipartimento di Pubblica Sicurezza.
Circa la questione del Ministro: nel momento
in cui si parla del Ministro o del Ministero, naturalmente si pensa alla
responsabilità politica, anche in modo sostenibile. Ma il Ministro non è un
libero cittadino. Il Ministro è autorità politica e capo dell'amministrazione
di cui fa parte il Dipartimento di Pubblica Sicurezza attraverso il quale
avviene la gestione normale di queste vicende. Perciò anche questo è
discutibile. Ma, proprio perché io sono un fautore della 121, pensare che
questa norma che probabilmente approveremo, metta in discussione la 121 mi pare
sbagliato. La Legge 121 del 1981 non è certo messa in discussione.
Il Dipartimento di Pubblica Sicurezza
conserva tutte le sue competenze e il suo ruolo. Cerchiamo di non essere noi a
dire il contrario perché non è così, non sarà così, non dobbiamo creare i
presupposti perché sia così.
È vero che la legge ha un contenuto più
specifico per l'Arma dei Carabinieri; ma questo ha una giustificazione
obiettiva. Il regolamento organico dei Carabinieri viene dagli anni trenta,
come voi sapete, in larga parte è superato, modificato, si è creata una specie
di puzzle, di pelle di leopardo di
varie norme che si trattava di riordinare, che si riordinerà sulla base di
questa delega. Non erano esplicitati i compiti militari che non sono più quelli
degli anni trenta, vengono ridefiniti, a parte questa citazione della 382, ci
sono anche gli altri compiti e c'è anche la questione che non è più un'arma
dell'Esercito per le ragioni che dicevo prima.
Questa legge prevede quindi una
ristrutturazione dei ruoli direttivi e dirigenziali delle varie Forze di
polizia, che saranno disegnati secondo le necessità delle varie Istituzioni. Si
tratterà dunque per voi di considerare quali sono le reali esigenze della
pubblica sicurezza, che il Governo avrà ampia possibilità di definire nelle
diverse funzioni, nei diversi problemi che presentano le Forze di polizia, che
hanno morfologie del tutto diverse l'una dall'altra e problemi del tutto
diversi, anche nella loro piramide gerarchica, nella loro funzionalità e così
via.
Tutte sono un po', chi più chi meno datate
nelle proprie organizzazioni. Hanno bisogno di una ristrutturazione, una
ristrutturazione, peraltro, che permetterà, soprattutto in alcune di queste
Forze di polizia dei risparmi. Da qui l'invarianza della spesa, almeno come
ipotesi di partenza. Anche la questione dell’eventuale ruolo speciale nelle
Forze di polizia, di cui capisco la fondatezza, non mi pare sia una previsione
cogente del testo, ma è un'ipotesi, sicuramente fatta propria dal dott. Masone
nell'audizione che c'è stata nella Commissioni congiunte, ma su cui si aprirà
un confronto anche con la presenza sindacale, esplicitamente prevista dalla
Legge.
Vi potranno così essere degli approdi, anche
diversi da quelli che si ipotizzano e, soprattutto, sicuramente diversi fra le
varie Forze di polizia. Quindi non vedrei questa come una croce che si deve
assumere per la semplice approvazione di questo testo.
Infine, per quanto riguarda la questione
della velocità, credo che in questo caso non si possa proprio parlare di
velocità. Questo testo è stato lungamente discusso, valutato per quasi due anni
dal Senato. Alla Camera è stato nelle Commissioni congiunte - un centinaio di
parlamentari che si sono riuniti tre volte a settimana per molti mesi facendo
decine di audizioni. Oggi siamo in Aula e Tassone dice che non si possono più
fare emendamenti: ci sono più di 400 emendamenti su tutti gli articoli della
legge, con tutte le opzioni possibili. Quindi è un dibattito che è aperto, che
è stato e sarà largo ed approfondito, certo non è stata una "leggina"
fatta di notte o durante il periodo del Ferragosto. C'è stato un ampio
dibattito, e questo convegno ne è testimonianza, nel Parlamento e nel Paese su
questa questione.
Non mi pare si possa imputare al governo una
mancanza di disegno generale sui problemi della sicurezza. Questo disegno c'è,
naturalmente è sempre perfettibile e sempre carente, sappiamo che ci sono
problemi largamente aperti nel paese. Questo disegno è fedele allo spirito
della 121, che le forze che oggi sono presenti nel governo hanno fortemente
voluto; la 6249 non è antitetica a questo disegno generale e io penso che potrà
segnare un passo in avanti anche nella lotta contro la criminalità.
Ringrazio l'on.le Elvio Ruffino al quale
riconosco un autentico "ottimismo della volontà". Noi Funzionari di
Polizia, ahimè siamo, in questi casi, afflitti dal pessimismo dell'esperienza,
che ci deriva dal constatare che una legge chiara come la 121 fino ad oggi ha
finito per non essere applicata. L’Atto Camera 6249 avrà solo l’effetto di
rendere ancora più ingovernabile il coordinamento, aggravando una situazione di
paradossale anarchia che si è aperta dopo la 121/81.
Nessuno si è chiesto il perché. Nella “lunga
discussione” che c'è stata in Senato e alla Camera nessuno si è interrogato
sulle cause di questo assai singolare fallimento. Noto anche che, per tentare
di giustificare una serie di punti oscuri, si ricorre a uno sforzo
interpretativo del quale io le rendo atto onorevole Ruffino; sforzo
interpretativo che non so quanto un domani, quando la norma sarà tradotta in
legge, potrà servire da guida a coloro che, fino a oggi, si sono
sistematicamente sottratti agli obblighi chiarissimi discendenti dalla Legge 121/81.
Ci dispiace di contraddire l’On.le Ruffino,
ma, a nostro modo di vedere, l’Atto Camera 6249, dietro l’apparenza di una
semplice riordino strutturale dei Corpi, opera una subdola disarticolazione
della Legge 121/81 e stravolge i principi in essa affermati.
Volevo invitare ora al tavolo l'on.le Tiziana
Parenti che penso abbia sull'argomento opinioni leggermente divergenti da
quelle dell’On.le Ruffino.
Chiedo scusa ma, con il permesso dell’On. le
Tiziana Parenti, mi vedo costretto a riprendere la parola per qualche minuto.
L'on. le Ruffino ha espresso alcuni concetti
ed è una persona estremamente seria e straordinariamente documentata. Io sono
d'accordo con lui che ci sono delle previsioni che dovranno essere inserite nel
pacchetto sicurezza.
Ho anche la ventura di essere il relatore di
quel pacchetto e, da questo punto di vista, io condivido ciò che lui afferma.
Non vorrei, però, essere scambiato per uno strano marziano avendo introdotto in
questa sede, in relazione a questo provvedimento, il discorso del
coordinamento: il titolo di questo provvedimento, infatti, reca chiara
l’indicazione in merito al coordinamento: “Norme in materia di coordinamento
delle Forze di polizia” è una parte del titolo.
Il Capo II si chiama Norme in materia di
coordinamento delle Forze di polizia di Stato. Se, allora, già raggiungessimo
un accordo del tipo ”eliminiamo il Capo II” questo già sarebbe un successo.
Nel ringraziare per l'invito mi dispiace che
questo dibattito così interessante sia intervenuto tardi. Non vorrei essere
pessimista quanto il dott. Aliquò, ma obiettivamente un po' troppo tardi.
In effetti questa legge, che sicuramente ha
avuto un'ampia discussione in Senato, molto meno alla Camera, stava per passare
senza che nessuno se ne accorgesse, per quanto sia un progetto di legge che a
breve diventerà legge che ha un'incidenza fondamentale sull'assetto dello
Stato. È stata una battaglia di pochi, vorrei dire pochissimi, con tempi
contingentati, tant'è che io sono a livello di 1 minuto a titolo personale. A
breve saranno finiti anche i minuti a titolo personale e quindi non credo che
mi rimarrà più di un minuto per la dichiarazione di voto finale.
È inutile illuderci per grandi modifiche
perché le più importanti sono già state bocciate. Le più importanti riguardano
l'art. 1, perché l'art. 1 ridisegna tutto l'assetto istituzionale in qualche
misura, non solo delle Forze di polizia, ma direi proprio dello Stato.
La cosa che meraviglia è che sono proprio questi
interventi legislativi che passano sotto il silenzio totale. Il dott. Aliquò
con il quale mi sono incontrata dopo che avevo già presentato gli emendamenti -
e questo mi ha fatto piacere perché vuol dire che abbiamo pensato nella stessa
maniera senza influenzarci vicendevolmente - è stato costretto a comprare le
pagine di giornale per far presente un problema serio, che non è solo il
problema della Polizia, ma è il problema della democrazia di uno Stato. Non mi
pare che ci siano state delle grandi risposte. Non mi pare ci sia stato qualche
opinionista, di quelli che vanno per la maggiore, che si sia fatto carico di
leggersi sette articoli e dire: forse c'è qualche cosa che non va bene. Il che
è indice o di una grande ignoranza o di una grande trascuratezza su quelli che
sono davvero i problemi fondamentali di una Democrazia e di uno Stato.
Naturalmente questo lo affermo senza essere
portatrice di interessi di alcuna categoria, e anche dei miei, perché non ne ho
in materia, senza fare dietrologie o avanzare sospetti verso alcuna categoria
di Forze di polizia, sentendomi molto libera nell'esame di questo progetto di
legge.
In sostanza, io mi sono chiesta: a chi
giova?. Ogni legge corrisponde ad un fine. Se noi prendiamo l'art. 1 ci si
chiede qual è il fine di questo disegno di legge. "al fine di assicurare
l'economicità, la speditezza e la rispondenza al pubblico interesse".
Leggiamo che cosa c'è scritto: l'economicità
è un dramma, come si vedrà, perché si elevano tutti i quadri dirigenti
(generali, maggiori, capitani, colonnelli, ecc.) e poi si rade quasi al suolo
la base dicendo: si diminuiscono le dotazioni organiche di mezzi e di persone.
Si eleva l'età pensionabile, non solo per i quadri dirigenti, ma anche per
coloro che non sono dirigenti, ignorando che proprio coloro che non sono
dirigenti hanno la necessità di un'età pensionabile non così elevata. Perché
quello del poliziotto o del carabiniere non è un mestiere che può essere
sopportato così a lungo, non è un lavoro impiegatizio. I limiti per altri incarichi
possono essere sopportati, ma ciò non può dirsi per coloro che affrontano, con
rischi e responsabilità, i problemi reali di tutti i giorni. D'altra parte si
dice che non si spende assolutamente nulla. Tanto sta a cuore il problema della
sicurezza del Paese che si dice: non costa nulla.
Come le riforme sui problemi della giustizia,
non costano nulla. Poi creano dei caos incredibili. Quindi l'economicità mi
sembra sia un fine non raggiunto.
La speditezza: diciamo che è tutto il
contrario, perché è una burocratizzazione totale. Il riordino delle Forze di
polizia è un fatto assolutamente burocratico, non si opera una distribuzione di
competenze, di funzioni, non si ridisegna lo spazio di ciascuno rispetto a
determinati ruoli, a determinate indagini, a determinati settori di ordine
pubblico. Ma si burocratizza e si tace su tutto il resto.
La rispondenza al pubblico interesse: vediamo
se non è assolutamente il contrario anche rispetto alla rispondenza al pubblico
interesse e alle attività istituzionale.
Perché dico che non c'è nessuna rispondenza
al pubblico interesse? Che cosa si è creato con l'art. 1? Si è creata la quarta
Forza Armata.
Questo è pacifico e credo che nessuno lo
abbia contestato. Le Forze Armate tradizionali sono tre: terra, mare, acqua, non
ce ne sono altri. In Italia si è creata la quarta.
Stranamente, nel momento in cui è in atto una
quanto mai opportuna e necessaria ristrutturazione dell'esercito e la creazione
di questo quarto soggetto va a confliggere con l'Esercito, in quanto la nuova
creatura ha tutti i compiti dell'Esercito, ha una strutturazione burocratica
molto più forte, ha una dotazione organica e di mezzi molto più ricca. E’
inevitabile che si produca una conflittualità con l'Esercito. Noi abbiamo così
numerose Forze di polizia e numerosi “eserciti”; peraltro tutti a competenze
generali, al di fuori della Guardia di Finanza, come Forze di polizia e due
eserciti che hanno praticamente gli stessi compiti.
Dopo di che, l’Atto Camera 6249 si dilunga
con due pagine di compiti assolutamente militari, ma talmente militari che
finanche le funzioni civili vengono definite militari.
Sarebbe stato quanto mai opportuno
distinguere almeno quelli che sono le funzioni civili da quelli che sono i
compiti militari.
Non è una cosa da poco perché quando noi
creiamo le regole, non le creiamo per oggi e non le dobbiamo creare fidandosi
delle persone. Perché oggi diventa presto domani e le persone, quando hanno
acquisito un potere autoreferenziale, come in questo caso, diventano diverse da
quelle di oggi. E i poteri autoreferenziali sono sempre stati una minaccia per
la democrazia, sono sempre stati una minaccia per la stabilità dello Stato.
Ancor più, a un “esercito” dotato
organicamente, strutturalmente di forze così rilevanti, si dice che è un obiettivo
militare la difesa delle istituzioni, come se le istituzioni fossero un
obiettivo militare.
Perché così è scritto: è un obiettivo
militare difendere le istituzioni, è un obiettivo militare difendere i
cittadini in caso di calamità. Io credo obiettivamente che una ventina di anni
fa qualcuno ci avrebbe pensato di più prima di scrivere queste cose.
Poi seguono tutti i compiti: militari,
militari, militari. Quindi noi abbiamo creato un quarto “esercito”, autonomo e
autoreferenziale. Poi, naturalmente, dopodomani il Comandante sarà dei
Carabinieri; sarebbe singolare che fosse degli Alpini. Con un “esercito” così
strutturato e così connotato, non vi sarebbe più alcuna valida ragione per
mantenere estraneo il Comandante generale.
Qualcuno ha detto che il Paese non è ancora
preparato a questo ulteriore passo. Il Paese, in realtà, non se ne accorgerebbe
neppure. Diciamo la verità. Non si è accorto di una Legge così importante
perché nessuno ha portato alla ribalta il problema.
Quindi si è creato questo quarto esercito
autoreferenziale che ha non solo tutti i dettagliatissimi compiti militari, ma
viene impiegato anche in ordine pubblico ed effettua le indagini giudiziarie.
Io credo che non esista alcun Paese in queste
condizioni, se non quelli di qualche regime trucido, alla cilena di una volta.
Perché in nessun Paese un “esercito” può fare le indagini e occuparsi
dell'ordine pubblico. Questo è davvero è un problema tanto per la sicurezza
dello Stato che per la libertà dei cittadini. Questo è quello che prevede
questa legge. Non c'è altro. Tutto il resto lo possiamo anche eliminare, perché
non riesco a capire a che cosa serva questa legge sul riordino delle Forze di
polizia. Mi sono sforzata di capire. Ci saranno dei ruoli, che poi si vedranno
e così via.
Ma c'è ancora qualche cosa di più. Noi
conosciamo l'Arma dei Carabinieri nella sua attuale strutturazione, ma, grazie
all’Atto Camera 6249, i regolamenti interni dell'Arma dei Carabinieri - quarto
“esercito” autonomo e quindi forza autoreferenziale - avranno forza fonte di
legge primaria così l’Arma potrà autonomamente ristrutturarsi sul territorio.
Obiettivamente sono sconcertata, anche da un punto di vista della legittimità
costituzionale e della correttezza: nella scelta delle fonti del diritto. Mi
chiedo se sia ammissibile che un corpo militare possa ristrutturarsi
autonomamente e anche completamente attraverso un semplice regolamento,
piuttosto che non con una legge dello Stato.
E poi questa quarta forza armata - dice -
prende le direttive dal Ministro dell'Interno. Le direttive sono vincolanti,
diceva il collega senatore. Non so se sapete bene che cosa dice dopo le
direttive: "fermi restando i rispettivi ordinamenti e dipendenze",
ovverosia essendo una forza autonoma, che ha una sua conformazione, che dipende
dal Ministro della Difesa, secondo le proprie direttive, se riterrà e nella
misura in cui lo riterrà adotterà le direttive, quindi solamente se sono
vincolanti.
Ma cosa significa Ministro e non Ministero. È
già stato bocciato l'emendamento correttivo, con una stragrande maggioranza.
Diciamo le cose come sono, altrimenti
rischiamo di illuderci.
Un ministro resta schiacciato da un altro
ministro – quello della Difesa - e soprattutto da un Comandante Generale che ha
una forza maggiore di un ministro, perché amministra un corpo che è militare,
risponde a se stesso, che controlla l'ordine pubblico ed esegue le indagini
giudiziarie. Ma veramente un ministro si metterebbe mai in conflitto con il
Comandante generale? “Lei non ha
eseguito bene la direttiva!” Credo che durerebbe poco come ministro. L’adesione
alla direttiva, quindi, sarà una cosa "varia ed eventuale". Tra le
notazioni varie ed eventuali leggeremo “si prega di aderire all'invito del
Ministro in merito all'ordine pubblico”.
Vi rendete conto che questo è veramente un
problema che va al di là del grado apicale o non apicale, io non mi intendo di
questi problemi e quindi non li affronto.
E’,
tuttavia, l’impianto complessivo
disegnato dall’Atto Camera 6249 che desta grande preoccupazione ed è di nessuna
necessità.
Per l’ordine pubblico c'è una parte delle
forze che dipende dal Ministro dell’Interno, quindi non dal Dipartimento, non
dagli organismi del Ministero, solo dal Ministro, il quale Ministro va da solo
ad assumersi una responsabilità politica confliggente con quella di altro
Ministro, con l'altro ordinamento, con l'altro “esercito”, che non credo sia da
poco. Per l'ordine pubblico non sarà come è oggi, con un coordinamento che è un
mito metropolitano ormai, ma molto peggio di oggi, perché è chiaro che colui
che ha una subordinazione così forte, così militare sarà ben difficile che noi
lo arriviamo a coordinare.
Se prima era difficile realizzare il
coordinamento tra una forza militare e una forza civile, domani tra un
“esercito” e una forza civile più che un mito metropolitano sarà uno scherzo.
Poi faremo le sale operative comuni, ma tutto
questo non provocherà niente di nuovo.
È inutile dire che cosa avremmo dovuto fare.
Avremmo dovuto fare tante altre cose al di fuori di questa Legge: tutte le altre
scelte credo sarebbero state più opportune all'infuori di questa. Ma su questo
la responsabilità è un po' comune. Io non credo che questo paese possa avere
una forza di Polizia unica, perché si è molto oscillato fra le due cose. Anni
addietro, ricorderete, che la prospettiva era quella di creare un'unica forza
di Polizia e neanche questo sarebbe stato un buon risultato. Però fare uno
sforzo dalla formazione e dalla professionalizzazione di condividere dei metodi
di indagine comuni, delle conoscenze comuni, delle esperienze comuni, questo
sforzo sarebbe stato bene farlo in tempo. Oggi, vorrei dire, è già troppo
tardi. Tutti i corpi interforze sono falliti. Non c'è stata la buona volontà di
nessuno di sforzarsi un po', non per perdere la propria identità cui tutti
siamo affezionati ma, per cominciare a condividere esperienze, professionalità
e formazioni comuni, io credo che questo sarebbe stato effettivamente
necessario.
Leggevo oggi sul Corriere della Sera la
grande lamentela: non ci sono più i corpi speciali, che hanno una competenza
nazionale. Ecco, perché sono stati eliminati i corpi speciali aventi una
competenza nazionale? Perché davano luogo a forti deviazioni in quanto
rispondevano solo a se stessi. Figuriamoci cosa succederà con un intero “esercito”
che risponde solamente a se stesso.
Tutti gli organi autoreferenziali sono organi
particolarmente a rischio. Nella Costituente di 50 anni fa fu affrontato
comunemente questo problema della pericolosità di tutto ciò che si forma
autonomo e quindi irresponsabile, rispetto all'ordinamento dello Stato,
allorquando si parlava della magistratura e del pubblico ministero.
Figuriamoci in questo caso.
Questa riforma è stata osteggiata - e vorrei
ricordarlo anche a coloro che oggi ne sono i fautori - per 50 anni. Non a caso
nell'81 si addivenne ad una soluzione diversa, proprio per evitare queste
scelte, con la 121, con il coordinamento delle Forze di polizia, con la
prospettiva di rendere le Forze di polizia più dinamiche, un Paese più sicuro,
più ordinato, più attento possibilmente a rispettare le regole.
Dopo venti anni siamo andati in senso
assolutamente contrario. Quello che non è stato fatto in 50 anni, non per fare
dietrologia o animare fantasmi al momento inesistenti, è stato fatto in questa
gloriosa seconda repubblica.
Ciò nonostante le esperienze indichino che
tutti gli organi istituzionali autoreferenziali finiscono comunque per deviare,
finiscono comunque per avere un potere ricattatorio, se non intimidatorio nei
confronti degli altri organi istituzionali.
Purtroppo questa riflessione che avrebbe
dovuto essere molto più approfondita che, sia detto per inciso, riguarda molto
anche la Guardia di Finanza. La Guardia di Finanza si viene vieppiù a
militarizzare e a centralizzare, tant'è che tutta l'economia del Paese viene ad
essere tenuta nelle mani di poche persone, con tutto ciò che a questo può
conseguire, nel momento in cui si sta parlando di smilitarizzare la Guardia di
Finanza.
Anche di questo, probabilmente, ci saremmo
dovuti rendere conto, che l'esperienza nel campo non è stata la migliore e che
sarà dannoso centralizzare ancora di più e militarizzare ancora di più.
Risultato di tutto ciò? A chi giova? A un
certo punto ci si chiede a che cosa serve una riforma dello Stato, perché
questa è una riforma dello Stato, le Forze di polizia sono una parte importante
dello Stato. A questo non so darmi una risposta. Non l'ho trovata, non ho
trovato un'utilità in tutto ciò e ho pensato, il collega Maritati parlava delle
indagini. Ma come farà un pubblico ministero a dare l'ordine delle indagini a
un militare, costituitosi in “esercito”? Prima di tutto quello andrà a chiedere
al comandante se va bene o non va bene. Già succede oggi. Se non va bene si
dirà: “Abbiamo tanto da fare, dottore. La prossima volta vediamo”.
Quindi neanche a questo giova. In un momento
in cui il Paese soffre di grandi problemi di criminalità, che finiscono con il
diventare problematici e devastanti per la sicurezza, e con tutta l'ideologia e
le strumentalizzazioni che gravano sulla sicurezza; nel momento in cui il Paese
avrebbe bisogno di alte professionalità e di grandi dinamicità sul territorio;
avrebbe bisogno di sapere cosa deve fare e perché lo deve fare, perché anche
sapere la motivazione a farlo è una cosa assolutamente fondamentale, per chi
svolge un lavoro di polizia, che cosa si fa? Si rafforza e si forma un “quarto
esercito”, deprimendosi la Forza civile di polizia alla quale non si dà nessuna
competenza. Nel momento in cui leggete che a una si danno tante competenze, ci
si chiede naturalmente: quest’altra che competenza ha? Nessuna. La fascia alta
della super dirigenza, tutte cose un po' sindacali, tanto per accontentare i
più. E il discorso sulla Polizia di Stato è chiuso.
Se vogliamo un “quarto esercito”, facciamo
una sola polizia.
Togliamo queste incombenze dell'ordine
pubblico e delle indagini giudiziarie ai Carabinieri e diamole alla Polizia. È
un fatto di economicità. Ognuno faccia una cosa e non tutti facciano le stesse
cose e sappiano perché lo devono fare; abbiano una motivazione che non sia
solamente quella economica, che sicuramente è importante, ma abbiano anche una
motivazione interiore e si sentano parte di un processo di evoluzione
democratica, di cui la sicurezza è una parte fondamentale di questo Paese.
Vi ringrazio di questo convegno, sicuramente
interessante. Ho qui espresso, con molta sincerità, le mie preoccupazioni che
avevo esplicitato anche in aula, assolutamente in modo inutile, ma ciò non
toglie che è necessario che ciascuno faccia la sua parte e che poi ciascuno si
assuma la sua responsabilità, ammesso che ci si ricordi, perché in questo Paese
poi succede che nessuno c'era mai e che nessuno si ricorda mai di niente.
Ringrazio per la schiettezza e anche per
l'acume dell'analisi l'on.le Parenti. Ringrazio anche per la citazione di
Platone che l'onorevole ha fatto. Platone, La Repubblica: ciascuno faccia ciò
per cui è nato, cioè faccia quello che sa fare e che deve.
Io sono convinto che tutta questa militarità,
tutta questa attribuzione di funzioni militari, con sovrapposizione di compiti
propri delle Forze Armate e sciupio di risorse che meglio potrebbero essere
impiegate per potenziare le Stazioni sul territorio e le investigazioni, non
sia unanimemente condivisa neanche all'interno dell'Arma stessa per quello che
ho sentito.
Mi chiedo in quale Paese del mondo civile una forza di polizia che opera sul
territorio ha a disposizione carri armati e forze che, a seconda delle
“esigenze”, sono distolte dai compiti di polizia ordinaria e mandati
all'estero. Quanto è compatibile ciò
con quelle funzioni militari che ben svolgono le altre Forze Armate. Uno dei
punti inesplorati è proprio questo: il punto di vista delle Forze Armate sullo
scenario che si apre con questa nuova Legge.
Per quanto riguarda lo spostamento di
funzioni dall’ambito civile a quello militare
- mi ero dimenticato di sottolinearlo all'on.le Ruffino - è vero che è
in parte previsto da altre leggi, ma questa nuova norma ha una particolarità:
per tutti i compiti militari (compresi quelli civili di cui abbiamo parlato) la
dipendenza gerarchica dell’Arma si attesta in ambito Difesa. Quindi per quei
compiti le forze dipendono direttamente da una scala gerarchica militare che,
da quello che afferma il testo legislativo, non sembra immediatamente dipendere
da quella civile.
È un problema che forse nell'81 quando
esistevano ancora un Partito Comunista e una Democrazia Cristiana sarebbe stato
affrontato diversamente. Non sono certo un nostalgico, ma ho letto gli atti
parlamentari della Riforma di Polizia del 1981 e quelli del provvedimento
odierno.
Onorevole Ruffino, mi consenta semplicemente
di leggere la norma, altrimenti il concetto può restare poco chiaro ai
presenti: "concorso alla tutela della difesa della patria, della
salvaguardia delle libere istituzioni, del bene della collettività nazionale
nei casi di pubblica calamità, in conformità con l'art. 1 della legge 11 luglio
1978, n. 382." Se già bastava la 382, non capisco perché questo nuovo
richiamo. A meno che non vi siano, come infatti si intravedono, delle finalità
ulteriori.
È una sottolineatura che forse sarebbe stato
il caso di evitare, secondo la mia opinione. Vorrei sentire invece quella
dell'on.le Paolo Cento, per conoscere il suo punto di vista su questa norma.
Sarò molto più breve della collega Parenti
anche perché sia il suo intervento che quello del collega Meloni che quello di
altri colleghi, credo che dimostrino l'importanza del convegno di oggi, organizzato
dall'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia.
E’ stata messa faticosamente, ma credo in
maniera meritoria, al centro dell'attenzione nel dibattito
politico-parlamentare una proposta di legge che, bisogna ammetterlo, è stata
sottovalutata nel confronto tra le forze politiche e che non ha avuto nella
fase precedente sufficiente approfondimento. L’iter, purtroppo, è molto
avanzato. Il testo è stato approvato in Senato ed è arrivato a buon punto anche
alla Camera. Molti emendamenti che potevano in qualche modo cambiare il corso
di questa proposta sono già stati respinti nel corso del dibattito a
Montecitorio. E’ evidente che grazie alla mobilitazione, all'iniziativa
dell'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia e anche a questo dibattito, io
credo che all'interno delle forze politiche, specie quelle di maggioranza - e
di questo penso che il Relatore dovrà tenerne conto - che hanno espresso qui
un'opinione documentata e di merito sia emersa con forza la necessità che prima
di ritornare in aula a Montecitorio per il prosieguo dell’iter parlamentare, su
questa proposta vi sia una pausa di riflessione e anche una riunione
all'interno delle forze politiche di maggioranza di centro-sinistra. Non faccio
parte delle Commissioni che hanno trattato il testo, pur avendo presentato
alcuni emendamenti più che altro suggeriti dall'Associazione, che condividevo;
senza entrare in una disamina specifica, credo come rappresentante di una forza
politica quali i Verdi che in questa sede emergano troppe perplessità. Non è
pensabile che un provvedimento su cui si sono registrati interventi di dissenso
così autorevoli all'interno della maggioranza che sostiene il governo, possano
essere ignorati in relazione alle conseguenze che un errore di valutazione
politica rispetto agli effetti che questo provvedimento, se approvato, potrebbe
determinare anche negli equilibri delle diverse forze militari e di polizia in
campo. Per chi come me ha avuto e ha rapporti con questi Funzionari, molto
spesso dall'altra parte della barricata, dalla parte di chi fa manifestazioni,
di chi ha una gestione della piazza, amministrando l’impiego delle Forze
dell'ordine, si rende ben conto di quel che avviene in certi ambienti e sa
quanto delicato sia questo settore, quanto possano nuocere le forzature dal
punto di vista linguistico, anche se si parte con le migliori intenzioni.
Certamente il Governo, nel momento in cui
presenta questa proposta, è spinto dalle migliori intenzioni, ma probabilmente
non ha tenuto conto dei possibili effetti nella gestione quotidiana dell'ordine
pubblico, del turbamento dell’equilibrio tra le diverse forze che se ne
occupano nel nostro Paese.
Non parliamo, poi, del rapporto con quelli
che sono i vertici della struttura militare e dell'apparato propriamente
militare del nostro Stato, anch'esso oggetto di una profonda riforma che a me
fa residuare qualche preoccupazione - esercito professionale, con tutto quello
che significa, ma dobbiamo guardare avanti e
dobbiamo superare anche alcuni tabù del passato - di fronte a questo
squilibrio che certamente la proposta di legge che abbiamo all'esame alla
Camera pone all'attenzione del Parlamento e delle forze politiche.
Credo, perciò, che si renda necessario (e
come Verdi lo proporrò anche a chi materialmente per il mio gruppo parlamentare
ha seguito il testo in Commissione Affari Costituzionali) porre il problema di
una verifica politica all'interno della maggioranza.
Questa nostra preoccupazione, ci siamo
accorti oggi, non è solitaria, non proviene solo da chi è portato a guardare
alla realtà da una particolare ottica ma è forte e condivisa anche da
rappresentanti di altre forze politiche presenti in Parlamento e che compongono
la maggioranza. Credo che questo convegno, se può produrre un effetto politico,
al di là delle analisi e delle discussioni, è quello di creare una pausa di
riflessione e un ulteriore elemento di discussione nella maggioranza per poi
individuare la strada da percorrere in ambito parlamentare, con lo stralcio di
alcuni articoli, come veniva accennato anche prima.
Riprendere il testo, fermandolo, aspettando
che la riflessione produca risultati migliori. Ho visto una proposta di legge
specifica dell'on.le Carotti che entra nel merito e affronta alcune
particolarità. Vi sono alcuni emendamenti condivisi, credo anche dal relatore,
relativi a ciò che riguarda aspetti specifici della carriera, dell'accesso alla
carriera, delle riserve di quota nei concorsi. Quelli sono aspetti importanti
ma marginali rispetto alla sostanza del problema politico che il convegno di
oggi pone, alla sostanza dell'equilibrio dei rapporti tra le diverse forze e
istituzioni in campo.
Questo impegno credo che lo dobbiamo
prendere, lo dobbiamo prendere come sintesi della discussone di oggi. Se fino
alla discussione fatta alla Camera a dicembre si poteva dire da parte di chi
non conosceva nello specifico gli effetti dei singoli articoli, che era un
problema della Commissione di merito e che non si conoscevano o comunque non si
erano valutati a pieno gli effetti e le conseguenze che questa proposta sta
determinando, oggi questo non è più possibile dirlo.
Concludo ponendomi anche un altro problema:
come si può mandare avanti una proposta di riforma che ha questi effetti e crea
questo contrasto in uno dei settori fondamentali per il funzionamento delle
Forze di polizia, quello civile, e suscita perplessità anche, come giustamente,
ricordava il dott. Aliquò, all'interno della stessa Arma dei Carabinieri.
L'Arma dei Carabinieri, invero, non è più quella che abbiamo conosciuto negli
anni passati, perché anche lì sono in atto mutazioni positive,.
Come si può pensare che una riforma di questa portata, che produce queste conseguenze, che trova perplessità se non avversità da parte di chi poi, materialmente, dovrà dirigere la nuova fase prevista dalla legge quando sarà approvata, come si può pensare di farlo senza tener conto di osservazioni, proposte e controproposte che vengono fatte.
Ebbene, io credo che il Convegno di oggi ci
solleciti a questo impegno, che è la proposta che faccio anche agli altri colleghi
che sono intervenuti prima: si faccia una pausa di riflessione; non si può
continuare nell'iter parlamentare in
aula, come se niente fosse accaduto e come se questo dibattito e tutti gli
scambi di opinioni che lo hanno preceduto non si fossero mai verificati. Non
possiamo superare o pensare di risolvere i nostri dubbi con un semplice
richiamo alla disciplina di maggioranza. Su queste questioni credo che
l'approfondimento sia necessario e anche modifiche sostanziali, se non
addirittura stralci rispetto a ciò che ci viene proposto e c'è stato demandato
dal testo del Senato.
Ringrazio l'on.le Cento anche per questa sua
chiarezza metodologica nell'affrontare le nostre perplessità che, come si può
sentire, non sono più solo nostre ma cominciano ad essere piuttosto diffuse non
solo nell'ambito della categoria dei Funzionari di Polizia qui amplissimamente
rappresentata, non solo nella categoria dei Funzionari prefettizi, che hanno
presentato delle note direi abbastanza circostanziate nel corso delle audizioni
parlamentari ma anche, per quello che mi consta, all'interno dell'Arma dei
Carabinieri stessa.
Si deve plaudire, a nostro modo di vedere,
alla sua attenzione e sensibilità per una questione che giustamente non può
risolversi con la logica della disciplina di maggioranza, ma solo con un approfondimento maggiore di
quello che fino ad oggi è stato compiuto.
Altri esponenti delle forze politiche mi
sembra non siano presenti in aula e mi dispiace, perché avremmo voluto sentire
ciò che sia l'on.le Alfredo Mantovano che l'on.le Veltri avevano da dirci. Ci
sarebbe anche piaciuto sentire l'on.le Carotti, che è stato però ampiamente
rappresentato dall’On.le Palma.
Aprirei gli interventi "tecnici"
con il Prefetto Vincenzo Grimaldi, Vice Capo della Polizia.
Dott. Vincenzo
GRIMALDI
Quella odierna è un’iniziativa molto opportuna,
iniziativa che sono certo arricchirà di ulteriori contributi la riflessione sul
tema della sicurezza nel nostro Paese. È una iniziativa opportuna anche perché
cade nel pieno dello svolgimento dell'esame parlamentare del noto disegno di
legge, un disegno di legge, come è stato sottolineato e ricordato, molto
importante per i suoi contenuti, ma che è un provvedimento che non ha né i
contenuti né l'ambizione di rappresentare una riforma organica del sistema
sicurezza quale è stata la legge 121.
Credo che questa iniziativa non sia né
l'unica né la più caratteristica in materia in quanto delle indicazioni
finalizzate alla soluzione dei problemi emergenti della sicurezza forse si
rintracciano in altre iniziative legislative. Devo dire subito questo perché
evidentemente talune prospettazioni che fossero incentrate tutto su questo
provvedimento adombranti anche asseriti disequilibri alla fine rischiano forse
di essere infondati.
Io vorrei un po' storicizzare l'andamento
delle espressioni legislative, che rappresentano anche espressioni della
politica e delle politiche della sicurezza. È stato già ricordato come è nato
questo provvedimento, come emendamento al collegato della Finanziaria 1998 e
come poi è stato stralciato e diventato il famoso Atto Senato 2793 ter. A ridosso di questo periodo, credo
che molti di voi parlamentari ricorderanno che si apriva una stagione molto importante
su un versante innovativo che è quello del trasferimento di molte funzioni
statali alle regioni e agli enti locali e mi riferisco anche allo approfondito
dibattito che ci fu per definire i rapporti tra la nozione di polizia
amministrativa regionale e locale rispetto alla nozione e quindi alla funzione tout court di rodine e sicurezza
pubblica.
Questo dato fu approfondito per farne
discendere degli articoli che hanno codificato lo spartiacque delle funzioni
con il noto decreto legislativo 112 del 1998, dove sono state ribadite, con un
richiamo consolidato alla peculiarità dell'ordinamento dell'amministrazione
della pubblica sicurezza i riferimenti della legge 121.
Ricordate anche come in quel periodo si
apriva un grande dibattito sulla sicurezza delle città e la sicurezza dei
cittadini alimentato ed esaltato questo dibattito anche dalle nuove regole di
elezione dei sindaci e dal riordinamento del sistema delle autonomie comunali.
Veniva quindi al centro del tema della
sicurezza il protagonista importante dell'autorità locale, portatore degli
interessi esponenziali di questo interesse pubblico della sicurezza.
Non distante da questo periodo, mentre si
esaminava al Senato l'Atto 2793 ter
si discutevano alla Camera proposte parlamentari per la riforma della Polizia
Municipale. Anche questo un provvedimento di spessore nel senso che integra il
quadro del controllo del territorio, introducendo un altro operatore della
Polizia alle dirette dipendenze dell'autorità locale, in grado di esercitare
interventi di prima battuta.
Ma l'impegno del Governo si è poi dispiegato
recependo alcune esperimenti collaborativi che molti Prefetti avevano attivato
interagendo con le autorità comunali e siglando quei famosi "protocolli
d'intesa", tesi a creare una maggiore collaborazione per il controllo del
territorio e che sono stati poi recepiti a livello normativo nel decreto
legislativo del luglio del 1999, con la modificazione della composizione dei
Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica. In questo caso, con
un grande significato perché, a parte il ricadimento del coinvolgimento della
collettività locale nell'interesse della pubblica sicurezza, si veniva ad
affermare anche un altro principio, che era quello che l'attività direzionale
delle Forze di polizia non poteva prescindere dalla prospettazione delle
condizioni di sicurezza che venivano fatte dalle autorità locali e dai
cittadini.
Questo per disegnare un quadro di tendenza
verso una polarizzazione tutta civile dell'attività di Polizia. A questo punto
devo forse fare menzione, sempre su questa direttrice, di un altro modo di
intendere la sicurezza che può essere rappresentato dalle numerose
realizzazioni che hanno fatto parte del programma operativo del "Progetto
Sicurezza" per il Mezzogiorno che molti di voi sanno ha rappresentato un
grande progetto, con un impiego di risorse straordinarie, che ci provengono
dall'Unione Europea perché, come sapete, questo progetto è cofinanziato dallo
Stato italiano e nella stessa misura dall'Unione Europea, per cui noi avremo
che saranno a disposizione, per i prossimi sei anni, circa 3.000 miliardi, con
una utilizzazione in termini di grande e sofisticata implementazione
tecnologica e anche sul piano della formazione.
Ma soprattutto volevo ricordare questo
intervento per ribadire che questo intervento ha anch'esso attivato una grande
partecipazione delle attività, delle collettività locali in un processo di
mutazione culturale in termini socio-produttivi e di incentivazione di
insediamenti produttivi.
Questa è una linea di tendenza che esprime ed
ha espresso questo "Progetto Sicurezza".
Un altro connotato positivo perché ha fatto
registrare un altissimo tasso di coordinamento tra le Forze di polizia. Hanno
redatto insieme questo progetto con pari dignità e responsabilità, attivando,
come sapete, anche quel controllo coordinato attraverso l'ideazione di sale
operative interconnesse, il cui esperimento è stato fatto a Milano e che sarà
replicato in altre sedi.
Sullo sfondo di questa linea, permane la
responsabilità politica del Ministro dell'Interno, che non rimane isolato, ma
rimane supportato da tutto l'apparato amministrativo che risulta dalla Legge
121 e non a caso questo è stato confermato e richiamato dall'art. 14 del
Decreto Legislativo 300 che ha riguardato la riorganizzazione del Governo, noto
più semplicemente come riforma dei ministeri. Così come è rimasta immutata
l'articolazione territoriale nel disegno della Legge 121 della struttura del
Ministero dell'Interno per quanto riguarda l'attività di ordine e sicurezza pubblica
con gli uffici territoriali del Governo e con le Questure.
Credo quindi che, alla luce di questo breve excursus, che i riferimenti della
politica di sicurezza vanno riguardati con un respiro più ampio ed articolato e
quindi in questa cornice più ampia ed articolata. Una cornice che deve
presiedere alla emanazione dei Decreti legislativi che riguarderanno
l'ordinamento dell'Arma dei Carabinieri, che riguarderanno la Polizia di Stato,
che riguarderanno la stessa carriera prefettizia. Quindi non può discostarsi la
filosofia di questi emanandi provvedimenti da queste linee di tendenza che
esprimono, come ho detto, la cornice.
È vero, probabilmente questa cornice non è
agevolmente ricostruibile e non è chiara nella sua nettezza, per cui si
potrebbe a questo punto immaginare anche che possa essere invocata una cornice
più netta che, di fronte a questi interventi che hanno comunque riguardato
l'Amministrazione dell'Interno nelle varie prospettazioni, riconduca ad unità
il sistema di fronte alla frantumazione di questi interventi. Ma questo sarà
evidentemente oggetto di altre istanze.
Io credo che, come ho potuto delineare in
questa considerazione complessiva sulle politiche della sicurezza, questo
provvedimento che è all'esame in definitiva non è né il principio né la fine
della questione "sistema di sicurezza" e forse, per quanto ho detto
riferito anche al progetto "sicurezza per il Mezzogiorno" non
escluderei che a questa cornice che noi vogliamo definire meglio, potremmo
aggiungere e forse individuare un'altra cornice più ampia, perché io non
escluderei che il tema della sicurezza possa esercitare una forte attrazione
anche da parte dell'Unione Europea che in questo momento ha messo a
disposizione le risorse e in un secondo momento potremmo anche immaginare e
prefigurare una sorta di rivisitazione e di interesse, anche sul piano
normativo generale dei temi della sicurezza. Quindi il discorso delle politiche
della sicurezza non è certo un discorso che si esaurisce in questo
provvedimento, tutt'altro, ma ha ancora una lunga strada.
Io non vorrei sottrarmi da alcune questioni
che sono state sollevate per quanto riguarda contenuti specifici di questo
provvedimento e in particolare l'ipotizzata creazione di un ruolo speciale. Il
mio compito è semplice su questo punto perché non ho altro da ricordare che il
contenuto di un'audizione del Capo della Polizia davanti alle Commissioni I e
IV, riunite nell'ottobre 1999, dove il Capo ha tenuto ad assicurare che
l'istituzione del ruolo non inciderà assolutamente e non riaprirà quella
dicotomia preesistente alla legge di riforma del 1982 sulle funzioni di comando
e sulle funzioni direttive e avrà dei paletti ben precisi per quanto riguarda
il numero, per quanto riguarda le funzioni e per quanto riguarda la
qualificazione.
Ad ogni modo, io devo ringraziare veramente
per l'invito perché mi correrà anche l'obbligo, per la parte che compete al
Dipartimento, di tesaurizzare tutti i contributi che sono stati qui espressi in
sede di predisposizione dei decreti attuativi della deroga perché recepiscono
al massimo tutte le preoccupazioni molto fondate che sono state espresse in
questa sede.
Ringrazio il Prefetto Vincenzo Grimaldi,
anche perché ci ha restituito un quadro coerente e unitario di una serie di
normative che altrimenti potevano sfuggire ad occhi non del tutto esercitati.
Devo però notare che purtroppo, nonostante i
preziosi apporti del Dipartimento, il Ministro, a volte, resta comunque isolato
o forse non bene informato, come quando non ci siamo costituiti parte civile
nel processo per la strage della Questura di Milano.
Un episodio estremamente spiacevole del quale
non sono stati individuati i veri responsabili, per il quale sono state fatte
saltare delle teste che non dovevano saltare; stiamo ancora aspettando che
qualcuno ci dica chi era il vero responsabile della mancata costituzione, anche
se noi lo sappiamo bene, e conosciamo bene anche il motivo per il quale lo
Stato non si è costituito in giudizio contro coloro che hanno commesso quella
odiosa strage.
Per quanto riguarda invece il quadro del
quale invece parlava il Prefetto Grimaldi, sicuramente è un quadro che contiene
una tela piuttosto frantumata o un mosaico piuttosto frantumato, i cui tasselli
non sono tra loro sempre coerenti. Sicuramente noi dobbiamo guardare all'Europa
quando vogliamo riformare il nostro sistema della sicurezza e se guardiamo
all'Europa ci accorgiamo quanto questa norma, quanto il 6249 - ormai è questo
il suo nome - sia lontano dal prevalente modello europeo, ma direi dal prevalente
modello della civiltà mondiale.
Per quanto riguarda i ruoli speciali, ho i
miei dubbi. Non capisco perché questi ruoli speciali debbano essere imposti
alla Polizia di Stato, non capisco quale passo in avanti le facciano compiere.
Tutti in questa sala siamo perfettamente convinti che si tratti di un passo indietro rispetto alla 121, un passo
indietro rispetto alla qualificazione e che la dicotomia sarà in re ipsa, sarà tra coloro che sono
Funzionari a tutti gli effetti, con tutte le attribuzioni dei Funzionari e chi
invece avrà avuto accesso a quel ruolo senza una selezione e senza un adeguato cursus di studi.
Non mi risulta, peraltro, che
l'Amministrazione abbia un quadro coerente sull’impiego di queste figure e
delle funzioni da affidare agli appartenenti ai “ruoli speciali”. Speriamo che
si possano conoscere, prima o poi, i progetti dell’Amministrazione, soprattutto
con riguardo alla sorte degli attuali Funzionari, atteso che, fino ad oggi, ci
sembra di essere immersi nelle nebbie e questa condizione lascia presagire solo
un nuovo periodo di spaccature interne e di difficoltà gestionali. Un periodo
difficilissimo come quello iniziato nel 1995 con i “riordini delle carriere non
direttive” i cui effetti nefasti ancora oggi impediscono la normalità dei
rapporti di lavoro in molti Uffici della Polizia di Stato.
Vorrei ora dare la parola ad un Funzionario
di Polizia, il dott. Domenico Bagnato, già Presidente dell'Associazione,
Questore di Bologna.
Ho preso atto con grande soddisfazione
dell'ottima relazione del collega Aliquò, ma soprattutto mi ha fatto molto
piacere vedere che i nostri parlamentari stanno controllando bene questo Atto
della Camera e si stanno rendendo conto dei rischi cui il Paese può andare
incontro. Noi siamo “privi di ideologie”, lavoriamo sul territorio, abbiamo
prestato un giuramento di fedeltà alla Repubblica e, quindi, assicuriamo sempre
a massima fedeltà alle Istituzioni.
Ci sacrifichiamo quotidianamente per la
Repubblica e quindi apprezziamo quando, ideologie o meno, si riescono a portare a termine ragionamenti “tecnici” e
“concreti” sulla salute dello Stato e sulla sicurezza dei cittadini, piuttosto
che arenarsi sulle secche delle ideologie e delle sterili polemiche.
Come Funzionari di Polizia rifuggiamo sempre
dalle posizioni di forzata contrapposizione con altre Forze di polizia. Siamo
abituati a lavorare insieme con gli altri e, forti della nostra cultura
professionale, offriamo la nostra collaborazione per il coordinamento degli
sforzi. Un’apertura simile non si è registrata, purtroppo, in questi anni nei
nostri riguardi da parte di altri Corpi né ritengo, invero, che la “riforma”
del 6249 possa colmare queste “distanze”, ma, anzi, secondo me le andrà ad
aggravare.
Ringrazio ancora i parlamentari per la loro
presenza, per al loro attenzione, ma soprattutto per quanto riusciranno a fare
prima che questa legge venga approvata.
Diciamo che con gli anni ha messo qualche
capello bianco, ha avuto qualche promozione, ma noi vogliamo ancora ricordarlo
come il Commissario Ennio De Francesco, un Collega che è stato tra i
protagonisti della riforma della Polizia di Stato e tra i precursori dei valori
della Legge 121/81.
Ringrazio tutti, ringrazio soprattutto
l'Associazione, in particolare il Presidente ed il Segretario. Io non
appartengo all'Associazione Funzionari, e proprio per questo mi sono sentito
obbligato di intervenire e dire qualche cosa, perché forse tu parli di capelli
bianchi, di barba bianca: io sono invecchiato con una grossa utopia, quella
dell'amore per il sistema Polizia come espressione di sicurezza per la
collettività e per le istituzioni democratiche del Paese.
Ho appreso sui libri di diritto e le mie
frequentazioni di Leo Valiani e Norberto Bobbio - forse sono stato traviato da questi "Padri della
Costituzione" - mi hanno insegnato che ogni legge ha una ratio sottostante, deve avere una ratio e la ratio deve mirare al bene della collettività, è il servizio da
rendere alla collettività. Ci deve guadagnare la collettività.
In questa legge dov'è il guadagno della
collettività?
Io mi aspettavo che questa legge dicesse:
siamo in un Paese in cui ci sono milioni di disoccupati, in cui il nostro
sistema scolastico è in crisi, in cui ci sono giovani che non trovano lavoro,
in cui il tasso di occupazione diminuisce, con sensibili contrazioni del numero
degli insegnanti e degli altri impiegati dello Stato, con eccezione del sistema
di polizia. È l'unico organico che aumenta sempre di più.
Qualcuno qui ha ricordato dei numeri: 300.000
poliziotti, per non contare le altre polizie. Mi ero illuso che da questa legge
potesse scaturire una rivisitazione del sistema di sicurezza che stabilisse
come veramente affrontare la sicurezza del Paese, a livello sì di criminalità
diffusa e di grande criminalità, ma in uno spazio di globalizzazione, di
polizia europea.
Attualmente dirigo l'Unità nazionale Europol
e conosco quindi le problematiche che vengono a livello di confronto con le
polizie di altri Paesi europei.
Non la trovo, perciò, questa ratio nell’Atto Camera 6249.
Si è parlato - lo ha detto Aliquò - tanto di
legge 121, della legge dell'81 e non vorrei che diventasse soltanto una sigla.
Ho ascoltato qualche onorevole che diceva,
rispondendo ad Aliquò: "sono passati i tempi, forse lei pecca di
nostalgia".
Onorevole Ruffino, quella legge 121 ha
rappresentato una conquista democratica per il Paese! Quella legge doveva
essere attuata! Quella legge nasceva dal sangue dei poliziotti!
Io ho avuto l'onore di parlare e di lavorare
per quella legge, accanto a Berlinguer, ma accanto anche ad Aldo Bozzi. Per la
prima volta si erano messi accanto, parlamentari di tutti i partiti: da
Riccardo Lombardi ad Ugo La Malfa ed era nata quella legge.
Ecco perché quella legge non va dimenticata.
È nata in un momento particolare che si dovrebbe conoscere.
La memoria - dice qualcuno - è anche il
futuro.
E allora nessuno dovrà dimenticare che in
quegli anni, nel '74-75, 76 e anche prima, avvenivano delle cose terribili nel
Paese.
Il Piano Solo non l'ho inventato io!
Avveniva anche che la polizia pagava sulla
pelle queste cose e quando parlo di polizia uso il termine nella sua più lata
accezione, perché erano i miei Colleghi che venivano uccisi, ma erano anche gli
Ufficiali dei Carabinieri: l'attacco del terrorismo e le deviazioni.
Ecco allora da dove nasce la Legge 121.
Qualcuno si ricorderà che c'erano pericoli anche all'interno del Viminale. È la
storia che lo dice, fatti su cui tanto si è scritto e tanto si è investigato.
Che cosa voleva rappresentare la Legge 121?
Un valore aggiunto di democrazia.
Attraverso quali principi? Il principio della
smilitarizzazione, perché noi assistevamo increduli, all'interno della Polizia,
alle nostre “truppe” che venivano impiegate per esercitazioni con i mortai.
Ho fatto tutta una serie di esperienze che mi
facevano riflettere su queste cose. Qual è il servizio che chiede il cittadino?
Un servizio di sicurezza civile per il Paese. Ciò, ovviamente, non vuol dire
contestare i valori, diversi ed importanti, della militarità.. Sono stato
Ufficiale dei Carabinieri, ritengo un buon Ufficiale, e ne sono fiero.
Non c'è da parte mia alcuna polemica verso
gli altri corpi di Polizia, questo volevo significare.
Lo ha detto bene qualche onorevole: bisogna
scegliere se la sicurezza di un paese democratico deve essere un “bene”
effettivamente amministrato da Autorità civili oppure no? È una scelta che deve
essere compiuta politicamente.
Questo voleva rappresentare la 121. E questo
era il valore aggiunto.
Diceva giustamente Aliquò: perché allora non
è stata attuata?
Andatevi a leggere l'art. 6 della 121, dentro
c'è tutto. C'era come dare attuazione al coordinamento. Era una legge moderna,
era una legge che prevedeva addirittura il controllo sui dati di Polizia,
precorrendo la figura del Garante. La legge prevedeva che la pianificazione dei
Corpi di polizia, anche da un punto di vista logistico e finanziario, avvenisse
nell’ambito di un’Amministrazione civile, al cui vertice vi era l'Autorità
politica, il Ministro dell'Interno, e indicava, quale massima autorità tecnica,
il Capo della Polizia, autorità anch’essa civile.
Da queste Autorità dipendeva il coordinamento
delle Forze di polizia per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Questa è la 121. E’ una legge, vi assicuro,
che non nasceva per caso.
Era una legge per la quale - lo dico ai
parlamentari che sono presenti - si è messo insieme un Comitato, ristretto, di
cui facevano parte parlamentari di tutti i partiti. Li avevamo dovuti
convincere, così come avevamo dovuto convincere i sindacati, le forze del
lavoro perché era un momento in cui la Polizia era ingiustamente vista - e
l'aveva intuito Pasolini ed altri - come il nemico dell'operaio.
Questo è stato il valore della 121. Da lì si
doveva ricominciare. Andare ad analizzare perché non è stata attuata la 121?
Quali forze si sono opposte alla sua
attuazione?
Si risponde a questo mancato
studio del problema sicurezza, a questa mancata analisi, alla mancata
riflessione con questo provvedimento.
L'onorevole Parenti ha detto giustamente:
ognuno valuta e si assume le proprie responsabilità.
La storia è il futuro, dicevo. Viviamo in un
mondo che è un mondo in evoluzione. Vediamo ora un'attribuzione di compiti, che
sono enormi, uno squilibrio verso un concetto militare di sicurezza pubblica.
Mio padre era maresciallo dei Carabinieri, è
morto per causa di servizio, io sono nato in una caserma dei Carabinieri;
lavoro con loro e ho lavorato con loro. Ricordavo il collega Varisco e tanti
altri, non ho mai trovato difficoltà a lavorare con gli amici dell’Arma.
Però quando comincio a pensare, analizzo la
legge e vedo che la preoccupazione è soltanto quella di creare un “quarto
esercito” e poi vado ad esaminare, ammetto frettolosamente, la serie di compiti
e ritrovo, in un articolo che parla dei compiti militari, anche l'assoluta
competenza in esclusivo sui servizi di sicurezza militari (Arma, Esercito,
Marina e Aeronautica) mi impensierisco. Significa che si sta compiendo
un’operazione di potere, che assicura il controllo indiretto di tutti i servizi
segreti o i servizi di sicurezza.
Significa anche essere presenti nei servizi
di polizia giudiziaria e fare indagini preventive e giudiziarie all'interno di
tutte le strutture militari.
Tutto questo mi lascia un po' perplesso. Non
sarebbe così se magari si intravedesse un disegno coerente con i principi
costituzionali, un principio chiaro che ci facesse capire quali vantaggi, quali
benefici ne derivano per la collettività.
Ammettiamo - l'ho detto al Comitato di
controllo di Europol – che si voglia decidere che la sicurezza pubblica debba
essere gestita in termini militari? Che problema c'è? È una decisione politica.
Frequentando ambienti internazionali non mi
sembra, tuttavia, che tale assetto sia molto diffuso, tranne in alcuni paesi
che hanno avuto una ben amara storia.
È una decisione. Ma non giochiamo sull'equivoco.
E chiudo, ma mi prende sempre la passione.
Non ho fatto grandi carriere nella Polizia, ma io la amo come la cosa più forte
per cui sono vissuto.
Ho visto cadere accanto a me colleghi
splendidi, da Boris Giuliano a Ninni Cassarà, volete che mi preoccupi di far
carriera o meno? L'unica cosa che dico ad Aliquò: non faccio parte dell'Associazione
perché io registro un sogno meraviglioso e vorrei portarlo avanti: la Polizia
non è soltanto i Funzionari di Polizia, la Polizia sono tutti i poliziotti.
Sono quei miei splendidi collaboratori - appuntati,
guardie, sottufficiali - che mi sono trovato accanto in momenti difficili e
ancora oggi mi sono indispensabili.
In
questo momento dobbiamo stare insieme tutti. Bastano quattro petizioni di
principio, firmate da tutti e anche i signori parlamentari cominceranno a
riflettere, perché le cose che sto dicendo le sento come profondamente vere.
Quali sono i pericoli di questa legge?
Innanzitutto la militarizzazione dell’ordine
e della sicurezza pubblica. Poi una frammentazione pazzesca, che induce ingovernabilità
o almeno una difficile governabilità degli apparati, perché le piramidi
gerarchiche sono particolarmente pesanti in strutture a determinati
condizionamenti militari, e lo sa chiunque lavora - e qui ci sono dei colleghi
- in un organismo interforze.
Sappiamo quanto sia difficile, non avendo
troncato i cordoni ombelicali, poter dare direttive in un ambiente in cui ci
sono solo 4 o 5 persone, voi immaginate in un sistema sicurezza in cui
addirittura si dice: il Ministro dell'Interno dà le direttive, ferme restando
..... Che cosa significa questo? Con la forza politica commisurata al tempo di
permanenza in carica dei Ministri e mi auguro non siano tanti.
Ma l'Italia non è che dimostri una
grandissima stabilità.
Quando l'art. 7 andate a collegarlo con
l'art. 8, che ho letto velocemente, riscontrerete subito una contraddizione
palese. L'art. 8 dice: per le Forze di polizia diverse dalla Polizia di Stato
che fanno servizio presso altri ministeri possono essere istituiti dei corpi
specializzati su proposta del Ministro, anzi addirittura viene disposto da
parte del Ministro competente, con il concerto del Ministro dell’Interno.
In un sistema come quello disegnato, in cui
il Ministro dell'Interno non può dare direttive vincolanti, altri Ministri
possono disporre, in termini propositivi, ma con la forza che viene dalla loro
diretta sovraordinazione funzionale sui nuclei specializzati. Emerge un quadro
non molto rassicurante, in un sistema di Polizia come il nostro in cui le
“specialità” sono cresciute senza controlli.
Un caso recente: presso il Ministero
dell'Ambiente è stato rinforzato, con un decreto di questo genere, il nucleo
dei Carabinieri a livello di Ministero dell'Ambiente. Non so proprio se vi sia
stato alcun concerto con Ministro dell'Interno.
Ecco che cosa si verificherà. Aumenterà in
tal modo il bene sicurezza? O si sta corrispondendo semplicemente ad un
interesse di vertice? Di queste scelte chi ne paga le spese?
Siccome si deve assicurare l’invarianza della
spesa, si taglierà sulla base, sui quadri di livello inferiore.
Io non posso che ringraziare nuovamente, di
tutto il cuore, per questo Convegno che, quanto meno, è un tentativo di
ravvivare un dibattito su cui siamo stati tutti disattenti. Forse c'è ancora un
pizzichino di tempo, perché il germe del dubbio e della riflessione comincia ad
insinuarsi. Qui ho sentito dei
parlamentari, ho apprezzato il suo intervento, on.le Meloni e in particolare
l'intervento dell'on.le Parenti. Con l'on.le Palma io penso che si possa
riprendere il discorso, perché lei ha vissuto molto a contatto con l'ambiente
dell'Interno, ha vissuto e ha visto la grande serietà, potenzialità e
professionalità dei Funzionari di Polizia, che non sbraitano, non fanno
manifestazioni, ma stanno sempre lì a cercare di rappresentare lo Stato con
molta dignità e con molto senso del servizio, che a volte sono un po'
dimenticati da questa nostra Amministrazione.
Eppure questa è un'Amministrazione che ha
alle sue dipendenze Funzionari e Poliziotti che hanno realizzato cose
meravigliose e costituiscono, secondo me, un valore aggiunto per la democrazia.
Negli anni di piombo se l'Italia si è salvata
da terribili pericoli è perché c'erano dei poliziotti seri a tutti i livelli.
Chiedo a chi ha manifestato l'opinione che le
cose debbano andare necessariamente per un certo verso una riflessione. Sulla
base di questa riflessione un piccolo comitato ristretto potrebbe veramente
cogliere l’opportunità per dar vita ad una legge sensibilmente diversa, che
modifichi il sistema sicurezza nel senso che indicava prima il Prefetto
Grimaldi, con la partecipazione di tutte le componenti civili del Paese.
Vi ringrazio e mi scuso per essermi
dilungato.
Ringrazio il Commissario De Francesco, lo
ringrazio per averci ricordato alcuni momenti belli ed insieme terribili della
nostra storia.
Devo
dire che quanto lui afferma e quello che è stato sottolineato anche dall'on.le
Parenti, in relazione alla riduzione della base per trovare i soldi per questa
riforma di vertice è stato tranquillamente espresso, nelle Commissioni I e IV
riunite, dal Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Siracusa, che ha
detto in modo chiaro: noi dobbiamo aumentare il numero dei tenenti colonnelli,
il numero dei colonnelli, il numero dei generali e ridurremo la base senza
ricevere obiezione alcuna da parte di nessuno. A differenza del nostro Capo
della Polizia che, a domanda precisa si
è precipitato a rispondere: “no, noi ridurremo il numero dei dirigenti, non
toccheremo la base”.
Oltre alla logica complessiva del
provvedimento, critichiamo anche questa divaricazione di politiche del
personale tra Polizia di Stato e Arma, clamorosamente emersa nel corso delle
audizioni.
Quanto detto è agli Atti della Camera e,
quindi, l'ipotesi dell'on.le Parenti e del dott. De Francesco è già progetto
esecutivo.
Mi pare di capire che a qualcosa questo
convegno è servito.
Spero, quanto meno, ad informare i colleghi
presenti, perché le persone che abbiamo invitato erano tutte molto bene
informate.
Devo ringraziare tutte le forze politiche
presenti - il PPI, i Verdi, i Comunisti italiani , i DS, gli SD e il CDU - mi
spiace per i rappresentanti dei Democratici e di AN che non hanno potuto dire
la loro, spero lo potranno fare in futuro.
Mi auguro tuttavia che, su questa legge, prima
di arrivare ad un'approvazione frettolosa, si riesca a compiere un'ulteriore
riflessione. Proprio per questo ringrazio l'on.le Ruffino e l'on.le Palma, i
due relatori qui intervenuti, che sfidando il rischio della impopolarità, hanno
saputo esporre le ragioni dell’Atto Camera 6249 e che hanno - ne sono certo -
recepito tutto il carico di dubbi che, anche in modo silente, si è levato da
questa sala.
Grazie a tutti e a presto.