Milano, 17 maggio 1972, ore 9.15. Un uomo di alta statura, come tutte le mattine, esce di casa. Attraversata la strada, si avvicina alla sua FIAT 500 e, mentre si china per aprire la portiera, viene ucciso con due colpi di pistola, uno al cranio ed uno alle spalle. L'assassino si dà alla fuga a bordo di un'autovettura in attesa. Trasportato d'urgenza all'ospedale San Carlo Borromeo, l'uomo cessa di vivere nelle mani del medico che, invano, tenta di rianimarlo.
Muore così, vittima di una barbara esecuzione, il dott. Luigi Calabresi, Commissario Capo della P.S., funzionario di punta della Questura di Milano, apprezzato, oltre che per le sue doti umane, anche per l'impegno profuso in molte delle più delicate indagini di quegli anni. Sua moglie attende un figlio che non conoscerà mai il padre.
L'omicidio del dott. Calabresi, il primo di matrice "politica" in quegli anni, si inserisce in un lungo e triste periodo della nostra Storia che inizia il 12 dicembre 1969: l'Italia viene scossa da quattro attentati, due a Roma (Altare della Patria e Banca Nazionale del Lavoro) e due a Milano (Banca Commerciale e Banca Nazionale dell'Agricoltura). A Milano, a piazza Fontana, muoiono 16 persone.
E' l'epoca delle trame oscure, dei depistaggi, di quella che, non senza ragione, è stata chiamata la "strategia della tensione". A pochi giorni dall'omicidio del Commissario, il 31 maggio 1972, segue la strage di Peteano, una trappola nella quale muoiono tre Carabinieri. Nel corso delle indagini per questo delitto si registreranno, vergognosamente, oscuri tentativi di inquinamento investigativo, per i quali saranno anche condannati degli Ufficiali.
Sono gli "anni di piombo". Anni di violenza politica nelle strade, una violenza a volte efferata e gratuita che tutti contagia in un crescendo talvolta incontrollato.
L'analisi e l'interpretazione degli eventi che, tra gli anni '70 e '80, hanno incendiato il Paese e che hanno lasciato delle ferite così profonde nel nostro tessuto sociale, sono compiti difficili ed appassionanti.
Molti protagonisti di quel periodo, invero, hanno ancora grandi difficoltà a parlarne con serenità.
I ricordi di un funzionario di Polizia che, come me, ha assunto il servizio a metà degli anni '80, recano la traccia indelebile degli insegnamenti impartiti nelle scuole: larga parte delle lezioni di "tecniche operative" era, significativamente, ancora dedicata alle contromisure per evitare eventuali attentati alla persona.
Ai più anziani (ed alle loro famiglie), invece restano memorie ben più drammatiche: scontri di piazza, ansia, orari impossibili, preoccupazione per l'incolumità personale e per quella dei propri collaboratori. La paura e la sensazione di assoluta impotenza per anni sono state buone compagne di molti di noi: unite all'esasperazione, hanno, a volte, finito per costituire una miscela esplosiva.
Sensazioni in parte simili devono aver provato molti di coloro che, allora, militando in una delle tante (ed, a volte, contrapposte) compagini "estremiste" del tempo, pensavano di lottare contro lo Stato (o "il Sistema") colpendone fisicamente i rappresentanti o, anche, scontrandosi con i "nemici" politici.
E' stata una contrapposizione che ha mietuto, da tutte le parti, delle vittime innocenti e che, anche se non sempre lo si ricorda, ha preteso un altissimo prezzo di dolore ai familiari dei caduti. L'Italia ha dovuto rassegnarsi al destino che le ha imposto di diventare un Paese blindato. E' così che nei vivi può ancora covare un certo rancore per gli avversari di un tempo, un sentimento latente che impedisce di guardare con serenità al passato e di pensare positivamente al futuro.
Molte delle persone che hanno ingiustamente perso la vita, invece, oggi sono del tutto dimenticate. Con la loro memoria, si va perdendo anche l'occasione di rilanciare con forza, partendo dalle scuole, una campagna per l'affermazione dei valori del rispetto e della tolleranza, contro quel fanatismo e quell'esaltazione della violenza che, purtroppo, ancora oggi, hanno troppo spazio tra i giovani.
Dobbiamo evitare a tutti i costi che, con l'infame stragismo, possa tornare la stagione della violenza, degli scontri: coloro che hanno innescato la "strategia della tensione" sono riusciti tenere troppo a lungo diviso il Paese, rallentandone la crescita democratica.
Le energie e le potenzialità della gioventù sono state accuratamente distratte dall'obiettivo comune, lasciando spazio ai reciproci pregiudizi, alle assurde schematizzazioni, al cieco dogmatismo ed alla sterile conflittualità.
Sono passati venticinque anni dal giorno dell'attentato a Calabresi.
Alcuni fra gli stessi ex militanti di Lotta Continua - ammettendo pubblicamente le loro responsabilità politiche e morali - parlano oggi di "feroce assassinio" del dott. Calabresi (v. M. Fossati in Forze Civili, Riv. bimestrale dell'Associazione nazionale Funzionari di Polizia, n.° 3/97, pag. 19). Si tratta di un importante segnale di apertura che non deve essere lasciato cadere nel vuoto. E' tempo di seppellire le divisioni e gli odi degli anni di piombo. Abbiamo la responsabilità di dare un forte segnale di unione e di maturità al Paese per aprire un dialogo che, coinvolgendo tutti nel ricordo, non renda vano il sacrificio delle vittime di tutte le violenze di quel periodo.
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Di una campagna di inusitata violenza verbale, dunque, è stato oggetto il dott. Luigi Calabresi all'indomani del 15 dicembre 1969. Quel giorno, nel corso di un interrogatorio finalizzato ad acquisire elementi per individuare gli autori della strage di piazza Fontana, il ferroviere anarchico Pino Pinelli morì precipitando dalla finestra dell'ufficio della Questura di Milano nel quale si trovava per essere sentito.
"Una persecuzione, un linciaggio, un'agonia distillata. Furono scritte cose truci e feroci", così lo stesso Sofri (v. Memoria di A. Sofri, 1990, pag. 115), riconoscendo l'errore, ha definito la posizione del quotidiano "Lotta Continua" sul Commissario Calabresi. Il dott. Calabresi, nell'immaginario collettivo dei giovani del tempo, era stato trasformato nel "boia di Pinelli".
Il dott. Calabresi, secondo quanto definitivamente accertato dalla magistratura, era invece del tutto innocente. Quando il povero Pinelli cadde dalla finestra non si trovava nemmeno in quella stanza. Né il Commissario Calabresi avrebbe mai avuto alcun interesse a privarsi di quella che, forse a torto, riteneva essere una fonte di importanti informazioni sulla strage.
Pinelli, sempre secondo i giudici, è caduto a causa di un "malore attivo", probabilmente causato dalle condizioni di stress alle quali era stato sottoposto nei giorni di quell'interrogatorio troppo lungo. Un "malore attivo" che, forse, avrebbe potuto non avere conseguenze se quella maledetta finestra fosse stata chiusa o se Pinelli si fosse trovato a debita distanza da essa. Anche Pinelli, come Calabresi, dunque, è vittima di una tragedia che altri hanno voluto portare in scena.
L'atmosfera è avvelenata. Sospetti, atroci campagne di stampa e di odio politico, creano quel clima nel quale matura l'omicidio del funzionario di P.S..
Su "Lotta Continua", il quotidiano del Movimento, dell'attentato si parla come di un "atto di giustizia".
Per i sedici lunghi anni che sono seguiti, le varie piste investigative che si sono percorse (tra le quali, oltre a quella scontata di Lotta Continua, ve ne è stata anche una che ha portato agli ambienti del terrorismo di destra vicini a Gianni Nardi) non hanno consentito di individuare i responsabili dell'omicidio.
Nel luglio del 1988 Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, contatta i Carabinieri e dichiarandosi pentito di quanto da lui commesso in passato, confessa una serie di reati tra i quali la partecipazione, in qualità di autista, all'attentato contro il Commissario Calabresi. Per quest'ultimo fatto chiama in correità Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani ed Ovidio Bompressi, accusando i primi due di essere i mandanti ed il terzo di essere l'esecutore materiale. Il processo, travagliatissimo, ha conosciuto una lunga e discussa istruttoria e ben sette sentenze di cui tre della Corte di Cassazione. Nel corso del procedimento, ed anche successivamente, non sono mancate accese polemiche ed interventi politici di segno diverso. I tre accusati da Marino, non solo si sono sempre dichiarati innocenti, ma hanno tenuto a distinguere la loro storia politica da quella di quanti, negli "anni di piombo", hanno scelto di partecipare direttamente alla lotta armata o di fiancheggiarne i protagonisti.
L'opinione pubblica si è, come al solito, spaccata tra innocentisti e colpevolisti, anche se gli argomenti per sostenere le rispettive tesi sono apparsi, a volte, poco razionali. Alla "simpatia" che i tre hanno riscosso da coloro che, in passato, hanno militato nelle fila di Lotta Continua o che a tale movimento, comunque, si sentono vicini si è opposta "l'antipatia" di quanti li ritengono, invece, solo i privilegiati esponenti di una potente "lobby" della quale fanno parte eminenti rappresentanti del mondo politico, della cultura e dell'informazione.
Personalmente ho molto apprezzato il fatto che Sofri, Pietrostefani e Bompressi, lungi dal seguire l'esempio balneare dei più noti e facoltosi ladri di Stato, hanno compiuto, nel rispetto delle Istituzioni, una scelta etica coraggiosa: non sottrarsi alla Giustizia e costituirsi regolarmente una volta divenuta definitiva la pesante condanna.
In astratto, tuttavia, non si tratta di registrare e di misurare le passioni che le figure o le vicende dei condannati riescono a suscitare, ma di valutare se essi siano stati riconosciuti colpevoli sulla base di prove sufficienti e di ragionamenti validi. Nessuno, invero, può aver interesse a che, sulla base di una sentenza ingiusta, ancorché definitiva, "di riffa o di raffa" stiano in carcere degli innocenti, invece che i veri responsabili di un reato.
Qualora si potesse affermare, con sufficiente grado di certezza, che l'apparato probatorio è in grado di sostenere le pesanti accuse di omicidio mosse ai tre condannati e che la motivazione della sentenza che li ha condannati è in grado di resistere al vaglio della ragione, non avrei esitazione: meriterebbero in pieno di trascorrere in carcere l'intero periodo della pena loro comminata dalla Corte d'Appello.
Nel caso di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, però, le cose non sembrano andare così de plano. Vi sono, infatti, degli "indici" che dovrebbero indurre ad una riflessione. Ci si intende riferire non tanto alle raccolte di firme ed alle manifestazioni di solidarietà permanente (che pure, se si è ingiustamente incarcerati, immagino che possano risultare di grande aiuto morale), quanto alle critiche che, con grande puntualità, competenza e completezza, giungono da parte di persone di diversa estrazione politica, professionale e culturale, anche non propriamente vicine ai tre condannati.
Quando, ad esempio, nel corpo di un testo piuttosto sferzante nei confronti degli "ex rivoluzionari oggi gestori dei media", Giorgio Galli, commentando la sentenza di condanna, afferma che "l'omicidio Calabresi, a un quarto di secolo dai fatti, continua a rimanere un rebus irrisolto" (prefazione a La sentenza del processo Calabresi, 1997, pag. 8) è chiaro che non parla come uomo di parte.
Né si può pensare di sottrarsi all'obbligo morale di attivare il cervello nascondendosi dietro all'esile scusa dell'intangibilità del giudicato.
Tra ciò che è legittimo e ciò che è "giusto" può, a volte, esserci un grande divario, come insegnano i processi a Dreyfus, a Sacco e Vanzetti, a Enzo Tortora e molti altri analoghi.
Non sono in grado di esprimere un giudizio definitivo, ma devo ammettere che i dubbi sollevati da molti autorevoli commentatori appaiono meritevoli di particolare attenzione.
Il lavoro di riscontro esterno delle dichiarazioni del collaborante Marino mi è parso che, in più di una occasione, si dimostri vacillante. In alcuni casi, anzi, invertendo la metodologia del riscontro specifico, il giudice utilizza le difformi dichiarazioni di Marino (rilasciate oltre sedici anni dopo l'accaduto) per smontare l'attendibilità degli altri imputati, dei testimoni oculari e, addirittura, per correggere gli stessi risultati delle investigazioni e dei rilievi compiuti, sul luogo e nell'immediatezza del fatto, dalla Polizia giudiziaria. E' sulla base di questo fondamentale dubbio metodologico, peraltro, che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza del 23 ottobre 1992, hanno annullato la precedente condanna dei tre, riconoscendo l'illogicità della motivazione.
Le perplessità, tuttavia, si moltiplicano se si passa a considerare il metodo con il quale, in dibattimento, sono state raccolte, sollecitate e valutate le testimonianze in generale.
Spesso, a mio modo di vedere, è mancata quella sensibilità investigativa che si informa ai più elementari principi di psicologia della testimonianza. Nel condurre un interrogatorio, infatti, bisogna tener conto che il testimone reagisce a precisi stimoli esterni che gli provengono sia dall'interrogante come da altre fonti e che le condizioni di tensione possono influire grandemente sulla fedeltà e completezza delle dichiarazioni, inducendo il soggetto a rispondere in un modo piuttosto che in altro. La massima cautela, ad esempio, deve essere posta nel rivolgere domande suggestive, che, di solito, si pongono con l'intento di "forzare" la memoria del testimone e di ottenere particolari che da una deposizione spontanea non sarebbero mai emersi. Attraverso le domande di maggiore suggestività non solo si può alterare in misura notevole l'esito di un esame ma si è constatato che il tasso di fedeltà della deposizione tende a scendere nettamente. E' questo il motivo per il quale è sempre buona norma riportare nei verbali il testo della domanda che si pone all'interrogato (v. C. Musatti, Elementi di psicologia della Testimonianza, 1991, pag. 216 e ss.).
E' probabile, inoltre, che il giudizio di scarsa attendibilità che ha colpito le dichiarazioni di alcuni dei testimoni presenti sulla scena del delitto (in particolare quelli che, nell'immediatezza, hanno riferito della presenza, tra gli attentatori, di una donna della quale, invece, Leonardo Marino non ha parlato) avrebbe forse potuto essere diverso. Col passare del tempo, infatti, si verificano comunque delle deformazioni mnestiche che modificano il ricordo fino a provocarne l'oblio. In un caso tanto grave come quello dell'omicidio Calabresi, inoltre, è probabile che sul processo di oblio di determinati ricordi possa aver influito il fattore emotivo ed, in particolare, quel fenomeno che si definisce di ottimismo
mnestico. E' noto che la mente tende a rimuovere i ricordi spiacevoli mantenendo quelli positivi.
Sollecitando in modo adeguato dei testimoni che, invece, sono stati tout court bollati come inattendibili, si sarebbe forse potuta accertare meglio la verità processuale e riscontrare con maggiore efficacia gli assunti di Marino.
Nel corso del dibattimento e dopo circa due anni dalle prime dichiarazioni di Marino, è poi emerso che i primi contatti "investigativi" fra il "pentito" e gli uomini dell'Arma erano informalmente iniziati diciassette giorni prima rispetto alla data risultante dagli atti.
Di quanto accaduto in questo considerevole "buco nero" non è rimasta traccia alcuna. Non voglio certo, a questo punto, lasciare spazio ad ingiuste insinuazioni sull'operato dei Carabinieri. Non posso, tuttavia, far a meno di notare che, anche durante la vigenza del vecchio codice di procedura penale, è sempre esistito l'obbligo di documentare tutte le attività di polizia giudiziaria e di rapportare compiutamente all'Ufficio del P.M.. Ogni comportamento anche solo apparentemente difforme è naturale che possa dar adito ad illazioni e domande alle quali, poi, si deve dare adeguata risposta.
Questi dubbi (che, in realtà, non sono i soli che la vicenda desta - v. C. Ginzburg, Il Giudice e lo storico, 1991), scaturendo dalla lettura della parte motiva di una sentenza passata in giudicato, non possono, però, di per sé soli essere posti a fondamento della revisione a favore dei tre condannati. Per la riapertura del procedimento penale occorrono nuovi elementi che, salve le possibilità di una più approfondita rilettura tecnica delle singole prove già acquisite, non sarà molto agevole produrre.
Dopo il messaggio alle Camere, con il quale il Presidente Oscar Luigi Scalfaro ha escluso di poter concedere la grazia ai tre condannati, però, la revisione del processo sembra essere l'unica strada accettabile ed istituzionalmente corretta per verificare criticamente, alla luce delle nuove emergenze probatorie, l'effettiva tenuta logica del complesso delle dichiarazioni di Leonardo Marino.
Non si desidera, certo, che la possibile revisione del processo per l'uccisione del Collega Calabresi si trasformi in un attacco alla magistratura, in un pericolo di delegittimazione del ruolo essenziale svolto dai "pentiti" nella lotta al crimine organizzato (e, per questo, ci preoccupano non poco certe proposte di modifica dell'art. 192 del codice di procedura penale) o debba risolversi in un mero espediente per garantire un'assoluzione "forzata" a persone che, nonostante stiano in carcere, qualcuno continua a considerare privilegiate.
Dalla vicenda di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, invece, a prescindere dall'esito delle prossime iniziative giudiziarie della difesa e superata qualsiasi strumentalizzazione politica di parte, dovrebbe poter scaturire un forte movimento di opinione. Sono ancora troppe le persone condannate o sottoposte ad interminabili processi sulla base di elementi insussistenti, di dichiarazioni prive di attendibilità, di riscontri insufficienti e di assurdi teoremi. Costoro, nella maggioranza dei casi, non ricevono manifestazioni di solidarietà e segni tangibili di sostegno morale.
E' proprio a favore dei più deboli (fra i quali, paradossalmente, si annoverano anche diversi funzionari di Polizia) che, quindi, è indispensabile affermare il diritto ad un processo penale, fin dai primi atti, più garantito, tenendo conto che imparzialità e correttezza possono essere realmente assicurate solo se magistratura e polizia giudiziaria continueranno a mantenere un elevato livello culturale e professionale.
Roma, 6 novembre 1997
dott. Giovanni Aliquò
Segretario Nazionale Associazione Nazionale Funzionari di Polizia