da "LA REPUBBLICA " del 6 Gennaio 1999:

Promozioni facili addio

Statali, la consulta boccia i concorsi interni
di LUISA GRION


ROMA - Stop alla carriera facile, quella che arriva scivolando fra anni di servizio spesi senza troppo impegno, sicura e tranquilla come se fosse una cosa dovuta, garantita senza bisogno di affrontare la dura prova di un concorso pubblico. Stop alle promozioni interne nel pubblico impiego: d'ora in poi la poltrona di Stato si conquista mettendosi in gara con gli altri, gli esterni.
Il diktat arriva con una sentenza della Corte Costituzionale - la prima del '99 - che blocca l' "avanzamento" automatico di circa 20 mila dipendenti delle Finanze (se verrà applicata in maniera estensiva), non riconoscendo loro la possibilità di promozione-garantita attraverso corsi di riqualificazione interna. Una sentenza che metterà sotto tiro tutti i passaggi dal quinto al nono livello professionale (anche se le Finanze precisano che direttamente interessati sono solo i 2884 posti di settimo livello e che ci sarà una "tempestiva adozione delle misure necessarie"). Un macigno su chi - in tutte le amministrazioni -, da assunto, pensava di fare carriera utilizzando il consueto slalom fra leggi e leggine (quella oggetto della sentenza riguarda una del '95) costruite ad hoc per premiare gli interni di qualche ministero riservando loro posti in via esclusiva.
La Corte Costituzionale infatti ha accolto un ricorso del sindacato autonomo Dirstat-Finanze (i dirigenti pubblici) precisando che per l'accesso ai posti pubblici va privilegiato il concorso pubblico "meccanismi di selezione tecnica e neutrale" e ammettendo qualche deroga solo nel caso in cui, per esempio, ci sia bisogno di dipendenti qualificati per "collaborazioni con gli organismi politici". Il concorso interno - sentenzia la Corte Costituzionale - è stato utilizzato in modo "abnorme", in maniera tale da creare "distorsioni che, oltre a introdurre surrettiziamente il modello delle carriere in una nuova disciplina che ne presuppone invece il superamento, si riflette negativamente sul buon andamento della pubblica amministrazione".
Soddisfatto Carlo Rienzi, legale della Dirstat, che parla di precedente importante per tutti i ministeri. "Finisce l'epoca dei "todos caballeros" - dice - e si aprono prospettive di assunzioni per giovani meritevoli. Le prove richieste per questi concorsi interni erano spesso ridicole". Ancor più soddisfatto Giancarlo Barra, segretario generale della Dirstat-finanze convinto che la sentenza "faccia giustizia di una gestione illegittima e fallimentare dell'amministrazione finanziaria e dimostri come i dirigenti non siano nemici del personale e della riforma".
Al ministero della Funzione Pubblica precisano di non essere affatto sorpresi e di aver sentito nell'aria l'arrivo di una sentenza di tale portata. "Ne avevamo già tenuto conto modificando un articolo della legge 29 riferita appunto alle assunzioni - dice Antonio Catricalà, capo gabinetto del ministero - Saranno effettuate con concorsi pubblici che riservino sì un numero adeguato di posti agli interni, per spronare e premiare chi nei ministeri c'è già e vi lavora bene, ma che aprono soprattutto le porte alle professionalità e alle esigenze che arrivano dall'esterno".

 


da "IL CORRIERE DELLA SERA" del 6 Gennaio 1999:

Stop della Corte ai concorsi interni

Bloccato l'avanzamento automatico di carriera per 20 mila dipendenti delle Finanze


ROMA - Nuovo stop dalla Consulta ai concorsi interni per la copertura di posti resisi liberi nella pubblica amministrazione. «Per l'accesso agli impieghi pubblici - ha sentenziato ieri la Corte Costituzionale - si deve privilegiare il concorso pubblico, in quanto si tratta del metodo migliore per la provvista di organi chiamati ad esercitare le proprie funzioni in condizioni di imparzialità e al servizio esclusivo del Paese». La sentenza, che boccia di fatto, giudicandoli «incostituzionali», i corsi di riqualificazione interni del ministero delle Finanze e vanifica conseguentemente la promozione automatica di circa 20 mila dipendenti, è la prima dell'anno appena cominciato ed è stata depositata in cancelleria ieri. Estensore il giudice Cesare Ruperto.

Con la pronuncia i giudici della Consulta hanno dichiarato incostituzionale una normativa che già il Consiglio di Stato aveva contestato sostenendo che violava la regola del pubblico concorso e che arrecava pregiudizio al buon andamento della pubblica amministrazione. Questo perché, avevano spiegato a suo tempo i giudici di Palazzo Spada, si permette che tutti i posti disponibili vengano coperti attraverso un reclutamento esclusivamente interno. I giudici costituzionali ieri sono stati d'accordo: richiamando precedenti pronunce in materia, hanno ribadito che per l'accesso agli impieghi pubblici il migliore «meccanismo di selezione tecnica e neutrale» è il concorso pubblico. «Deroghe alla regola del concorso - ha ricordato la Corte - sono ammissibili soltanto nei limiti segnati dall'esigenza di garantire il buon andamento dell'amministrazione o di attuare altri principi di rilievo costituzionale, che possano assumere importanza per la peculiarità degli uffici di volta in volta considerati: ad esempio quando si tratti di uffici destinati in modo diretto alla collaborazione con gli organi politici o al supporto dei medesimi».

Nel caso specifico dei corsi di riqualificazione del ministero delle Finanze la Corte ha dato anche una sferzata sul fronte dell'etica. «Il dipendente - ha chiosato la Consulta - anche in mancanza del titolo di studio prescritto viene ammesso al corso di riqualificazione soltanto con il superamento di una prova scritta di contenuto più che mai generico».

R. F.

 

da "La REPUBBLICA" del 7 Gennaio 1999:

LA LOBBY DELLE CARRIERE FACILI

di SABINO CASSESE

SACROSANTA la sentenza numero 1 del 1999, con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime norme che, mediante il sotterfugio del cosiddetto concorso interno, prevedevano un "globale scivolamento verso l'alto di quasi tutto il personale dell'amministrazione finanziaria". La Consulta, ribadendo un orientamento già fissato da una decina di sentenze, dal 1990 in poi, ha stabilito che i cosiddetti concorsi interni vìolano l'imparzialità amministrativa, sono contrari all'efficienza, sono in contraddizione con la privatizzazione del pubblico impiego. "Il concorso pubblico resta il metodo migliore per la provvista di organi chiamati ad esercitare le proprie funzioni in condizioni di imparzialità ed al servizio esclusivo della Nazione", aggiunge la Corte Costituzionale.
La sentenza si sofferma su tutti gli aspetti del cosiddetto concorso interno del ministero delle Finanze, rilevando che questo, oltre a favorire gli interni, si risolveva, in sostanza, in una burla per la genericità delle prove.
E CHE CONSENTIVA l'accesso alla settima qualifica anche di dipendenti con mansioni prevalentemente esecutive, di qualifiche inferiori alla sesta, senza il titolo di studio prescritto e prescindendo dal criterio dell'esercizio di fatto delle mansioni superiori. Si trattava, in sostanza, di norma contraria non solo alla Costituzione, ma anche al buon senso.
Perché ministri deboli e parlamentari compiacenti ricordino, il concorso pubblico per l'accesso ai pubblici uffici è prescritto dalla Costituzione, che si è ispirata ad analoga norma della Dichiarazione dei diritti dell' uomo e del cittadino del 1789. Quest'ultima fu redatta dai rivoluzionari francesi che erano stati nutriti dagli illuministi, a loro volta ispirati dal sistema di selezione dei mandarini in Cina. Nella Francia affamata di eguaglianza del 1700, si ritenne che ammettere tutti, a condizioni di parità, a concorrere per l'accesso ai pubblici uffici e consentire quest'ultimo non a chi potesse esibire quarti di nobiltà o buone relazioni con il potere, ma a chi dimostrasse talento e capacità, fosse un modo per rompere la gerarchia e i corporativismi e dare giustizia alla società. Lo riassumerà con la consueta lucidità Tocqueville, in una conversazione del 10 aprile 1854 con Nassau William Senior dicendo che il concorso per l'accesso ai pubblici uffici ha un duplice scopo: indebolire l'aristocrazia della fortuna, della nascita e delle relazioni e selezionare i migliori funzionari possibili.
Tutto questo è bellamente ignorato non solo dal Parlamento che ha scritto la norma ora dichiarata illegittima, ma anche dal governo D'Alema, che si è espresso subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale in tre modi diversi, tutti e tre sbagliati. Il ministero delle Finanze, infatti, ha fatto sapere che la sentenza produce i suoi effetti solo per l'accesso alla settima qualifica funzionale. La presidenza del Consiglio dei ministri (che ha difeso la norma nel corso del processo dinanzi alla Corte Costituzionale) ha dichiarato che, in qualche caso, per pochi posti, i concorsi interni possono ammettersi. Il dipartimento della funzione pubblica, infine, ha fatto sapere che si è già dato da fare per trasformare i concorsi interni in concorsi pubblici con posti riservati.
Ora, il ministero delle Finanze non può ignorare che, se la sentenza, per motivi processuali, si riferisce, in senso stretto, a quei soli concorsi, essa, tuttavia, giudica negativamente tutti i concorsi interni del ministero delle Finanze. La presidenza del Consiglio, a sua volta, non può ignorare che la sentenza della Consulta è la dichiarazione di morte dei concorsi interni, con due eccezioni indicate dalla stessa Corte Costituzionale (gli uffici di collaborazione o di supporto agli organi politici e il caso dell'esercizio pregresso di mansioni superiori). Il dipartimento della funzione pubblica infine, deve riconoscere che i concorsi con posti riservati sono un modo per aggirare il principio del concorso pubblico non meno grave dei concorsi interni.
A tutti e tre questi organi dello Stato e ai sindacalisti che hanno criticato la sentenza, infine, rivolgerei una domanda: se i dipendenti dei quali si vuole la promozione in massa sono tanto bravi, qualificati ed esperti, come ripetutamente affermato, perché preoccuparsi tanto? Non dovrebbero essi vincere i concorsi pubblici, aperti a tutti, con le proprie forze?
La sentenza della Corte Costituzionale, specialmente con il richiamo alla privatizzazione del pubblico impiego, apre un problema al quale governo e sindacati debbono ora dare una risposta. Si è lamentato per anni che sul pubblico impiego gravasse una congerie di leggi che impedivano di riconoscere il merito e di premiare i migliori. Con un processo iniziato nel 1992, si è ora sottoposto a contratto il rapporto di lavoro, facendo piazza pulita delle leggi impeditive. Si sono, così, poste le condizioni per fare una autentica politica del personale pubblico, facendo andare avanti i migliori e stimolando o scoraggiando i peggiori (non si vede, altrimenti, perché passare dalla legge al contratto, non essendo la fonte della disciplina rilevante come il suo contenuto). Ma, da un lato, governo e Parlamento ricorrendo allo strumento delle leggi speciali, dispongono promozioni in massa dove sono più numerosi i dipendenti pubblici (finanze e scuola), evidentemente per ottenerne i favori elettorali, dall'altro, i sindacati, che pure dovrebbero essere, in principio favorevoli al concorso e contrari alle leggi speciali, difendono concorsi interni e scivolamenti collettivi disposti da leggi.
In questa situazione, si apprezzano i benefici apportati da un giudice particolarmente attento ai problemi amministrativi, come il Consiglio di Stato, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale e da un organo neutrale, come la Corte Costituzionale, in grado di giudicare l'azione del Parlamento e di far valere i principi che si traggono dalla Costituzione e dai grandi orientamenti legislativi e, quindi, di far rispettare da Parlamento e governo la coerenza delle loro politiche.